J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Milano, Salani, 2004; pp. 296
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sabato 21 febbraio 2026
HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE DI J. K. ROWLING
È
difficile presentare un libro che, dal 1997 a oggi, ha segnato l’immaginario di
milioni di lettori in tutto il mondo senza ridurlo a una semplice etichetta di
successo planetario, ma proprio questo è il destino che Harry Potter e la
pietra filosofale sembra destinato a portare ancora a lungo.
L’autrice, Joanne Rowling, classe 1965, concluse il manoscritto del primo
episodio della saga nel 1995: dopo il divorzio dal primo marito viveva a
Edimburgo con la figlia Jessica, e il romanzo fu inizialmente rifiutato da
numerosi editori perché giudicato troppo lungo, finché la Bloomsbury, allora
casa editrice poco conosciuta, accettò di pubblicarlo suggerendole di adottare
lo pseudonimo di J.K. Rowling. Il successo arrivò quasi per magia grazie al
passaparola, tanto che i sei volumi successivi, da Harry
Potter e la camera dei segreti (1998) fino a Harry Potter e i doni della morte (2007), registrarono
vendite record fin dal primo giorno di uscita. A consolidare il fenomeno
contribuirono poi gli otto film prodotti dalla Warner Bros., a partire da Harry Potter e la pietra filosofale diretto da Chris
Columbus nel 2001. Il primo romanzo della fortunata serie prende avvio
presentandoci il suo protagonista, predestinato a diventare un grande mago fin
dalla nascita, ma cresciuto senza amore dai suoi zii babbani, i Dursley, al
numero 4 di Privet Drive, a Little Whinging. È qui che, a undici anni, Harry riceve, per mano
del mezzo gigante Hagrid, la lettera che lo invita a frequentare la scuola di
magia e stregoneria di Hogwarts. Da Hagrid scopre anche la verità sulla morte
dei suoi genitori, entrambi maghi, uccisi dal potente stregone oscuro Voldemort
– che tutti chiamano Tu-Sai-Chi per timore di pronunciarne il nome – e
comprende perché Albus Silente e Minerva McGranitt lo abbiano affidato ai
parenti umani. Dopo aver acquistato l’occorrente per la scuola di arti arcane nella magica strada londinese Diagon Alley (accessibile solo ai maghi),
Harry si reca alla stazione londinese di King’s Cross, attraversa l'invisibile barriera
del binario 9¾ e sale sull’Espresso per Hogwarts, dove stringe amicizia con il goffo Ron
Weasley e con la saccente Hermione Granger, destinati a diventare i suoi inseparabili compagni
di avventura. A scuola entra nella casa di Grifondoro, segue le lezioni dei suoi
eccentrici docenti, scopre il magico gioco del Quidditch e si ritrova, insieme
ai due amici, a indagare sul (pericoloso) mistero della pietra filosofale,
l’oggetto leggendario creato dall’alchimista Nicolas Flamel capace di donare
ricchezza e l’elisir di lunga vita. Fin dalle prime pagine si ha la sensazione
di entrare in un universo narrativo costruito con calibrata precisione, un
mondo coerente e ricchissimo di dettagli che cattura il lettore grazie a una
trama principale solida e a una fitta rete di sottotrame. Il cast di personaggi
è uno dei punti di forza del romanzo: Harry, Ron e Hermione sono figure in
crescita che il lettore impara a seguire e ad amare nelle loro capacità e
idiosincrasie, ma altrettanto memorabile è la galleria di personaggi secondari,
dagli studenti di Hogwarts agli insegnanti, tra cui spiccano Albus Silente e
Minerva McGranitt. In tralice inoltre il libro della Rowling si rivela al contempo un
potente romanzo di formazione in cui il protagonista adolescente muove i primi
passi per superare il lutto che ha condizionato la sua infanzia, impara il valore
della scelta etica rispetto al talento, l’importanza del sacrificio per il
prossimo. I numeri confermano l’efficacia di questa costruzione
narrativa: dalla sua uscita ad oggi Harry Potter e la pietra
filosofale ha venduto 120 milioni di copie ed è stato tradotto
in 77 lingue, compresi il latino e il greco antico. Più che chiedersi il perché
di un simile successo, viene naturale riconoscere che J.K. Rowling ha saputo
creare un classico del fantasy capace
di parlare con la stessa forza a generazioni diverse di lettori. Una lettura
che non si limita a intrattenere, ma invita a tornare, ancora e ancora, in un
mondo narrativo che sembra non esaurirsi mai. Quindi, attenti a sfogliare le
prime pagine, potreste rischiare di finire in un arcano loop letterario…
martedì 3 febbraio 2026
IL GIORNO DELLA SPENSIERANZA? UN LIBRO PROPRIO… CUZZO
Nato
a Cascina e laureato in Conservazione dei Beni Culturali all’ateneo pisano,
Stefano Tofani lavora per il comune di Lucca ma ha esordito come scrittore fin
dal 2013 con L’ombelico di Adamo.
Per i tipi della Rizzoli, con cui l’autore toscano ha già pubblicato il romanzo
Sette abbracci e tieni il resto con
relativo sequel, Tofani ha di recente
dato alle stampe la sua ultima fatica, che ha un titolo che è già tutto un
programma come Il giorno della
Spensieranza, che mette subito il gentile pubblico sull’avviso. Il motivo è
evidentemente linguistico, in quanto la parola spensieranza suona strana perché, semplicemente, non esiste,
infatti pare una versione strampalata di spensieratezza.
Sembra niente, invece è la cifra riposta del libro, che sembra una versione fantasy di Non ci resta che piangere – indimenticabile commedia con ardito salto
temporale nel MedioEvo da parte del mitico duo Roberto Benigni e Massimo Troisi,
peraltro citata nel libro –. La storia prende avvio nei pressi di un maneggio
dove due gemelli tredicenni davvero molto diversi l’uno dall’altra si trovano
in groppa ai rispettivi destrieri: uno si chiama Luca, che ha una disabilità
uditiva da sempre, l’altra è Gaia, che in contrasto col nome è malinconica
dentro (infatti Luca l’ha ribattezzata Maiunagioia). Il primo è in crisi nera,
la seconda si ritrova per l’ennesima volta a togliere dai guai il Minore, come
da sempre chiama il fratello, venuto alla luce con quattro minuti di ritardo
rispetto a lei… Comunque, scoppia un temporale e Luca e Gaia finiscono per
ripararsi in una grotta dove si ritrovano intrappolati. Alla fine trovano un
modo per uscirne ma, una volta all’aperto, scoprono ben presto che qualcosa non
torna: i colori sono diversi, il sole brilla in modo troppo intenso, del
maneggio non c’è proprio traccia e girano strani animali che fanno cose ancora
più strane. La sensazione di non essere finiti in un mondo alternativo diventa
una certezza quando incontrano gli abitanti del posto, che hanno sempre qualche
dettaglio fisico che appare sghembo e parlano una lingua antiquata e piena
zeppa di strafalcioni. I due gemelli sono finiti, per dirla con la parola più
mitica del mondo in cui sono approdati, in un posto cuzzissimo che si chiama BC ovvero Brutta Copia – ci si potrebbe
chiedere di che cosa ma sarebbe uno spoiler da evitare –. E come faranno i
nostri eroi a tornare indietro dai genitori legittimamente preoccupati? Nessuna
idea in merito, neanche a dirlo, e intanto qualcuno si è pure accorto dell’arrivo
dei due giovanissimi protagonisti e li sta già cercando, magari con intenzioni
non proprio tranquille… È Il giorno
della Spensieranza, un romanzo fantasy
di formazione per ragazzi raccontato dall’alternanza di due voci narranti –
ovvero Gaia e l’indigeno Bernaldo (anche i nomi autoctoni suonano sghembi) –,
una storia ricca di colpi di scena che parte come un presunto viaggio temporale
che poi invece si rivela un salto in un vero e proprio mondo altro rispetto a quello che conosciamo,
e che forse nella sua arretratezza tecnologica ha pure qualcosa da dimostrarci
(o, chissà, ricordarci), magari per ritrovare quell’accogliente solidarietà
umana che nel mondo contemporaneo abbiamo un po’ dimenticato, insieme alla
gentilezza. Il tutto (se non fosse abbastanza) con una storia che praticamente
di continuo ci fa notare la ricchezza della diversità, parlando al contempo di
disabilità senza un briciolo di retorica. Insomma, davvero un bel libro, originale,
educativo e molto divertente sotto il versante delle trovate linguistiche, dato
che praticamente Tofani si è inventato di sana pianta una lingua vera e propria
per l’ambientazione nel mondo BC. Insomma, un libro davvero cuzzo fino all’ultima pagina…
Stefano Tofani, Il giorno della Spensieranza, Milano, Rizzoli, 2025; pp. 238
La mia 2D nell'a.s. 2025/2026 ha realizzato un glossario della lingua bruttacopiana con relativa spiegazione in... italiano più una serie di illustrazioni degli animali fantastici del mondo BC, dei luoghi e dei personaggi del romanzo.
mercoledì 2 aprile 2025
IL LEONE, LA STREGA E L'ARMADIO: UN GRANDE CLASSICO DI C.S. LEWIS
Il
professor C.S. Lewis (1898-1963), docente di lingua e letteratura inglese all’università
di Oxford, cominciò a scrivere il romanzo fantasy
per ragazzi Il leone, la strega e l’armadio
nel 1949: il libro, che fu pubblicato nel 1950, fu il primo episodio del
ciclo di Narnia, che sarebbe stata
completato da altri cinque capitoli e da un prequel,
Il nipote del mago (non a caso nella
prima edizione completa della saga il volume apripista fu inserito in seconda
posizione). La storia prende avvio durante la seconda guerra mondiale, quando
quattro fratelli londinesi – ovvero Peter, il maggiore, Susan, Edmund e Lucy,
la più piccola – lasciano la capitale britannica sotto i bombardamenti per
essere ospitati da un vecchio professore nella sua enorme casa isolata nella
campagna inglese. Comincia a piovere e, siccome non hanno di meglio da fare che
esplorare la loro nuova casa, i quattro ragazzi vagano tra le stanze e i
corridoi. A un certo punto finiscono in una stanza quasi vuota, dove spicca un
grande armadio: gli altri tre proseguono i loro giri ma Lucy è attratta dal
vecchio mobile e prova ad aprire un’anta, riuscendoci, e poi a perlustrarne l’interno.
Dentro all’armadio c’è una fila di pellicce: Lucy lascia l’anta aperta per non
restare prigioniera dell’armadio, poi entra attratta dall’odore delle pellicce,
dietro le quali sente qualcosa di pungente e qualcos’altro che scrocchia sotto
i piedi. Sembra anche esserci una flebile luce in lontananza: alla fine Lucy si
ritrova in una pineta innevata, mentre sta nevicando, e nello spiazzo davanti a
lei c’è un anomalo lampione. È finita in un posto quasi buio, mentre dietro di
sé intravede la luce del giorno, e sembra arrivare pure qualcuno, uno strano
fauno che si presenta come il Signor Tumnus e la invita a prendere un tè nella
sua casa, non distante da lì. La piccola Lucy sembra finita in un mondo
incantato che Tumnus rivela chiamarsi Narnia e dove da tempo immemorabile
sembra esser calato un lunghissimo inverno a causa della malvagia magia di una dispotica
Strega Bianca. Lucy a un certo punto torna indietro, ma scopre che nel mondo
reale sono passati soltanto pochi attimi da quando è “entrata” nell’armadio: le
crederanno i fratelli? Torneranno a liberare Narnia dalla morsa di quell’eterno
inverno? Insomma, si tratta di una bellissima storia fantasy dove C.S. Lewis ha ben miscelato tutti gli ingredienti
canonici del genere: un mondo alternativo di afflato mitico e misterioso, un’antagonista
cattivissima, un pugno di creature immaginarie e un eroe predestinato, il leone
magico Aslan, che può aiutare i quattro ragazzi a vincere la guerra, magari a
prezzo di un grande sacrificio, per mettere fine al lunghissimo inverno che ha
reso Narnia una terra desolata e riportarla al suo antico splendore. Il libro
di C.S. Lewis narra un’epopea che si alterna tra il registro della fiaba, la
mitologia e la religione: Aslan ricorda non poco Gesù Cristo che si immola per
salvare la Terra di Narnia dall’inverno (altra allegoria della morte
spirituale) in cui è precipitata a causa della Strega Bianca, una cattiva al di
là di ogni redenzione. E il portale è la chiave per entrarci dentro e fare la
cosa giusta, quindi potremmo vederlo anche come un simbolo di fede. Oltre a
questa chiave di lettura religiosa il libro apripista della saga di Narnia si
profila anche come l’eterna avventura che ogni ragazzino deve superare per
crescere e quindi, in un certo senso, è anche un grande romanzo di formazione. È
Il leone, la strega e l’armadio e
per entrarci è sufficiente oltrepassare il portale nel vecchio armadio di una
stanza mezza vuota di un’enorme casa di campagna in mezzo al nulla: ci
entreremo dalla prospettiva di una bambina e, esattamente come lei, arriveremo
all’happy ending senza neanche accorgercene,
perché questa è la magia di un grande libro per ragazzi. Che peraltro con gli
anni è diventato un classico da oltre 100 milioni di copie vendute in tutto il
mondo. Assolutamente da provare…
C.S. Lewis, Il leone, la strega e l’armadio, Milano, Mondadori, 2006; pp. 167
martedì 7 giugno 2022
LA STORIA INFINITA, UN GRANDE CLASSICO FANTASY
Pochi romanzi contemporanei per ragazzi hanno raggiunto lo status di classico in breve tempo come La storia infinita di Michael Ende, classe 1929, regista teatrale tedesco con la passione per la scrittura, già autore di Momo e La terribile banda dei “Tredici” Pirati. La storia infinita ha conosciuto un crescente successo fin dall’uscita in libreria, nel 1979, amplificato peraltro dalla traslazione del romanzo nell’omonimo film di Wolfgang Petersen del 1984. Il romanzo in sé appartiene al genere fantasy, ma è dotato di una particolarità intertestuale che lo rende a suo modo unico: racconta una storia nella storia e in più a un certo punto i protagonisti dei due mondi narrativi entreranno fatalmente in contatto. Il protagonista del romanzo ha dieci anni e si chiama Bastiano Baldassarre Bucci, ed è quello che si definirebbe uno sfigato: sovrappeso, senza talenti particolari (tranne la passione per la lettura), orfano di madre (e con un padre comprensibilmente depresso), Bastiano sembra la vittima perfetta dei bulli di turno. Ed è proprio scappando da qualcuno che ce l’ha con lui che finisce dentro una libreria antiquaria, al cospetto di un libraio antipatico che ha tra le mani un libro il cui titolo attira immediatamente l’attenzione di Bastiano: La storia infinita. Sfruttando un momento di distrazione del librario, il protagonista afferra il libro e scappa dal negozio. Arriva a scuola, ma ha fatto tardi, così si sistema nella soffitta dell’edificio, buia, polverosa e piena di cianfrusaglie. Da uno spiraglio di luce inizia a leggere il libro e si perde in una fantastica storia: siamo a Fantàsia, un regno governato dall’Infanta Imperatrice, in cui però si sta diffondendo uno strano male, il Nulla, che sta fagocitando sempre più territori e che nessuno riesce a contrastare. Anche l’Infanta Imperatrice è afflitta da una malattia sconosciuta per cui sembra non esserci cura, così incarica Atreiu, un ragazzo dei Pelleverde del Mare Erboso, di trovare una cura per lei e per il regno. Per riuscire nella missione Atreiu riceve l’Auryn, un potente talismano che lo proteggerà da ogni, e poco dopo si imbatte nel Drago della Fortuna Fùcur, che diventerà un inseparabile compagno d’avventure. La storia è questa, ed è persino divisa cromaticamente, dato che gli eventi nella realtà di Bastiano sono stampati con inchiostro rosso scuro, mentre quanto succede a Fantàsia è stampato in verde. Ovviamente ad un certo punto sarà il protagonista umano ad approdare nel regno incantato per mettere a posto le cose. La storia infinita in ossequio al suo titolo si presenta come un libro multiforme, un po’ romanzo metatestuale, un po’ libro d’avventura, un po’ romanzo di formazione, e in ogni riga sembra letteralmente affiorare un atto d’amore alla potenza creatrice della fantasia. In effetti Michael Ende è riuscito nella sfida di raccontare una storia apparentemente ricolma di tante storie che prendono origine da essa stessa, e in più offre al lettore l’occasione di identificarsi con lo sfortunato protagonista, anche lui amante dei libri e delle storie in genere, e provare con lui l’ebbrezza di diventare un vero eroe. Un grande classico fantasy.
Michael Ende, La storia infinita, Milano, Corbaccio, 2009; pp. 446
martedì 16 novembre 2021
IL FIGLIO DEL CIMITERO
Il britannico Neil Gaiman, classe 1960, scrittore, giornalista, sceneggiatore televisivo e radiofonico, si conferma talentuoso autore di narrativa per ragazzi anche con la sua ultima (e già pluripremiata) fatica, Il figlio del cimitero, che condivide l’atmosfera dark del notevole Coraline. Il protagonista della storia si chiama Bod, ed è apparentemente un ragazzo normale, come tutti, che comincia la mattina con la buona colazione che l’amorevole Signora Owens suole preparargli, quindi va a scuola per imparare, ascoltando le interessanti lezioni del suo maestro Silas, per poi rilassarsi nel pomeriggio giocando con Liza, la sua compagna di giochi preferita. Il problema è che, in ossequio al titolo, Bod vive nell’ombrosa cornice di un cimitero, Liza è una strega bambina sepolta in terra sconsacrata, Silas è un fantasma o comunque una presenza inquietante, e la Signora Owens da almeno due secoli ha smesso di respirare per sempre. Il fatto è che quando Bod era un bambino in fasce nella sua casa si è consumato il brutale massacro della sua famiglia, ma lui inconsapevolmente è riuscito a gattonare fino al cimitero sulla collina vicina, dove è stato accolto ed accudito dai morti, che hanno deciso di adottarlo per difenderlo dall’assassino che continua a cercarlo ancora oggi. Da quel momento quel piccolo orfano è diventato Nobody, Bod per gli amici, e ha continuato a vivere al sicuro in mezzo alle tombe, riuscendo a comunicare con gli spiriti dei defunti, sempre al sicuro dietro al cancello del cimitero. Purtroppo Bod è vivo, sta crescendo e comincia ad avvertire l’irresistibile richiamo di quel che si trova dietro quel cancello, dove potrebbe attenderlo l’amicizia con ragazzi ‘normali’ ma anche quello stesso coltello che lo ha privato della famiglia d’origine tanti anni fa. Un romanzo davvero avvincente, felicemente sospeso tra fantasy e horror, in grado di tenere il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina, di emozionarlo a più riprese, di intrigarlo grazie a un irresistibile humour nero e di inquietarlo semplicemente alludendo, col fascino del non detto. Nonostante il suo titolo ombroso, Il figlio del cimitero non ha bisogno di stupire con effetti truculenti, ma ci conquista pagina dopo pagina semplicemente evocando l'orrore con maestria sopraffina. Da non perdere.
Neil Gaiman, Il figlio del cimitero, Milano, Mondadori, 2010; pp. 344
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