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venerdì 20 marzo 2026

IMMAGINATEVI UN'ANTOLOGIA DI FANTASCIENZA DA NON PERDERE

S’intitola Immaginatevi, come l’omonimo racconto-manifesto di Fredric Brown che la introduce in modo programmatico, ed è una corposa antologia di fantascienza curata da Stefano Benvenuti e rivolta alle scuole. Il libro ospita complessivamente trentuno racconti fantascientifici che spaziano tra i seguenti ambiti tematici: le problematiche ambientali, le regole del gioco, i rapporti interrazziali, la diversità, il confronto tra vecchi e giovani, divinità e demoni, sopravvivenza in condizioni estreme. In effetti pochi generi letterari, come quello fantascientifico, sembrano quasi concepiti a tavolino per portare alle estreme conseguenze i germi di disordine e di eccentricità che caratterizzano il nostro tempo, rielaborandoli in un contesto diverso dai giorni nostri per farcelo sembrare più spiazzante e, dunque, innescare la nostra riflessione al riguardo. Sono perciò storie ideali per generare dibattiti su tematiche di attualità: non a caso lo scrittore inglese Kingsley Amis definiva la fantascienza “quella particolare prosa narrativa che parla di una situazione che non potrebbe verificarsi nel mondo che conosciamo, ma che viene creata partendo dall’ipotesi di qualche innovazione scientifica, tecnologica o pseudo-tecnologica, sia di origine umana, sia di origine extraterrestre”. Insomma, esemplificando al massimo, gli scrittori di fantascienza (che spesso sono anche degli scienziati) osservano con attenzione il mondo intorno a loro e si immaginano quello di domani. La raccolta Immaginatevi è incorniciata da due racconti di Robert Sheckley: si apre con La città premurosa, una storia che estremizza il sovraffollamento e il disagio che caratterizza le metropoli contemporanee mettendolo a contrasto con una città robotizzata ma troppo petulante verso il cittadino di cui cerca di prendersi cura; si chiude con Requiem automatico, in cui assistiamo alla solitaria vita di un colone nella cintura di asteroidi del Sistema Solare, che ha soltanto un robot con cui fare due chiacchiere (fino alla fine). In mezzo troviamo delle vere gemme del genere sci-fi: il brevissimo Sentinella (forse il miglior racconto breve di sempre) e l’allucinante nascita di un dio tecnologico de La risposta di Fredric Brown, l’ironico Pianeta comprasi, l’intrigante Parola chiave (dove un computer si evolve al punto di richiedere un po’ di cortesia per funzionare) e lo strepitoso Razza di deficienti! di Isaac Asimov (in cui un’entità aliena giudica idioti i terrestri per la mancanza di rispetto per il loro pianeta), una gemma distopica come Il pedone di Ray Bradbury e l’apocalittico Un secchio d’aria di Fritz Leiber. Questa antologia è un portale per entrare nella narrativa fantascientifica con uno sguardo a trecentosessanta gradi e, al contempo, un laboratorio di idee sul futuro, spiazzanti perché ci costringono a riflettere sul presente che le ha generate. Assolutamente da provare.

AA.VV., Immaginatevi. Antologia di racconti di fantascienza, a c. di S. Benvenuti, Milano, Bruno Mondadori, 1992; pp. 360

sabato 28 febbraio 2026

AGATHA CHRISTIE RACCONTA... MISS MARPLE ALLA RISCOSSA

Il genere letterario del poliziesco è noto in tutto in mondo con la denominazione mistery, noir o detective story ma in Italia è definito semplicemente giallo per la fortuna dell’omonima collana “Giallo Mondadori”, che dal 1929 ha pubblicato migliaia di titoli di romanzi e raccolte di racconti incentrate su delitti, misteri, furti, insomma storie con un crimine compiuto in un ambiente chiuso e con un numero ristretto di possibili colpevoli (da scoprire rigorosamente all’ultima pagina). Il titolo di massima giallista mondiale è da sempre appannaggio di Agatha Christie (1890-1976), prolifica autrice britannica con un’ottantina di opere in carriera tradotte in oltre cento lingue e più di due miliardi di copie vendute (per non parlare delle innumerevoli traslazioni sul grande e sul piccolo schermo). La Christie è nota ovviamente anche per due fortunatissimi personaggi seriali: il detective belga Hercule Poirot e la straordinaria investigatrice dilettante Miss Marple. Quest’ultima è quanto di più lontano dal prototipo dell’eroico risolutore di misteri intricati: ha i capelli bianchi raccolti in una crocchia, un’aria innocente e sembra costantemente impegnata a lavorare a maglia, insomma, parrebbe un’innocua vecchietta che si alterna tra l’hobby del giardinaggio e i lavori di ricamo, e tra l’altro ha passato la sua vita in un piccolo paese. In contrasto con le apparenze è invece una detective con un fiuto infallibile che le consente di risolvere il crimine più complicato, magari arrivando alla soluzione prima di Scotland Yard… Miss Marple alla riscossa è un’antologia che riunisce sette racconti tra i più famosi che Agatha Christie ha dedicato alla sua anziana investigatrice per diletto preferita e almeno quattro sono delle piccole gemme del genere. La raccolta prende avvio con Il Club del Martedì Sera, un racconto che rappresenta l’esemplificazione del "metodo Marple", dove l’enigma della macchia di sangue svanita rivela come il microcosmo di un villaggio contenga, in miniatura, l'intera fenomenologia del crimine umano. Notevole anche il successivo Miss Marple racconta un caso: un gioiello di narrazione retrospettiva in cui la protagonista, rievocando un omicidio avvenuto in una camera chiusa di un albergo, smonta un castello di prove apparentemente schiaccianti contro una cameriera analizzando unicamente i dettagli trascurabili del comportamento umano. Da segnalare anche Il caso della domestica perfetta, dove la Christie costruisce un sofisticato gioco di specchi e sostituzioni che brilla per la feroce osservazione delle gerarchie sociali e delle ipocrisie annidate tra le mura domestiche della borghesia britannica. L'antologia si chiude con Morte per annegamento, un racconto più cupo e d’atmosfera, dove la tragedia di una giovane vita spezzata solleva il velo sulle crudeltà provinciali, affrontate da Miss Marple con una pietas lucida e disincantata. In definitiva, questa antologia non è solo una sfilata di enigmi brillanti, ma un trattato sull'immutabilità della colpa nascosta sotto il velo della rispettabilità di provincia. Agatha Christie affida a Miss Marple il compito di dimostrare che non esiste dettaglio troppo infimo, o maglia troppo stretta, da non poter rivelare lo strappo di un delitto. È una lettura che restituisce il giallo alla sua dimensione più autentica: quella di un’indagine clinica sulle zone d’ombra dell’animo umano, condotta con una lucidità che non concede sconti a nessuno. D'altra parte, uno dei pochi occhi in grado di rendersene conto è proprio quello della detective non professionista partorita dall’acume della miglior giallista della storia della letteratura...

Agatha Christie, Miss Marple alla riscossa, Milano, Mondadori, 2016; pp. 151

domenica 22 febbraio 2026

IL FULMINANTE ESORDIO DI CARVER: VUOI STAR ZITTA, PER FAVORE?

Unanimemente riconosciuto come uno degli autori contemporanei più innovativi della narrativa breve, Raymond Carver (1938-1988) pubblicò la sua prima raccolta, Vuoi star zitta, per favore?, nel 1976, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza tormentata, e non è azzardato pensare che il successo quasi immediato del libro abbia contribuito in modo decisivo a salvarlo, rimettendolo in carreggiata e aprendogli nuovi orizzonti narrativi. La raccolta riunisce ventidue racconti che rappresentano in modo esemplare lo stile scarnificato e personalissimo di Carver, autore che amava raccontare per sottrazione le idiosincrasie della vita quotidiana dei suoi personaggi, uomini e donne comuni, spesso pericolosamente in bilico sull’orlo del nulla, esposti tanto alla perdita definitiva quanto a un recupero in extremis. Sono disoccupati che faticano ad arrivare alla fine del mese, individui sull’orlo dell’alcolismo – o già precipitati dentro mani e piedi –, coppie in crisi o incapaci di convivere, persone smarrite, prive di prospettive e di appigli. Carver li segue con uno sguardo disincantato e minimalista, registrandone i gesti minimi e i silenzi carichi di tensione lungo giornate inconcludenti, che non lasciano presagire mutamenti positivi. La raccolta si apre con il ritratto grottesco del freak al centro di Grasso e si chiude con il manifesto dell’incomunicabilità relazionale dell’ultimo racconto, che presta il titolo all’intera raccolta. In mezzo affiorano autentiche gemme di minimalismo narrativo come Vicini, spiazzante storia di una coppia che, chiamata a badare alla casa dei propri dirimpettai, rischia di perdersi nelle vite presunte degli altri nel tentativo di attribuire un senso alle proprie, forse inesistenti (o insignificanti), oppure Loro non sono mica tuo marito, un racconto di feroce crudeltà familiare, o ancora il confronto teso e claustrofobico al centro di Si metta nei miei panni, che oppone due coppie in un incontro carico di disagio. Sono storie amare, in cui l’atmosfera spesso si taglia col coltello, quando non risulta apertamente deprimente, ma che restituiscono al lettore l’impressione di entrare in contatto con scorci di umanità più vera del vero, un pregio che pochi racconti seppero offrire prima dell’irruzione di Carver sulla scena letteraria. Vuoi star zitta, per favore? costituisce un punto di partenza ideale per scoprire l’opera di uno dei più grandi scrittori di racconti brevi di sempre, anche per una scelta coerente e programmatica: Carver fu infatti uno dei più convinti assertori dell’idea che un buon racconto breve valga quanto una dozzina di brutti romanzi. Non a caso, in carriera, scrisse solo racconti e poesie.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore?, Milano, Garzanti, 1992; pp. 237 

mercoledì 11 febbraio 2026

FAVOLE AL TELEFONO, IL CAPOLAVORO DI GIANNI RODARI

È diventato un classico della narrativa per l’infanzia ormai da diversi decenni: Favole al telefono è uno di quei libri che sembrano piccoli solo perché stanno comodamente in una tasca o sul comodino di un bambino, ma che in realtà aprono finestre enormi sul mondo, sul linguaggio e sull’immaginazione. Rodari lo pubblicò nel 1962 e l’idea narrativa alla base di questa raccolta è geniale nella sua semplicità: un padre sempre in viaggio per lavoro ogni sera chiama la figlia per raccontarle una storia brevissima – perché le telefonate costano care e lui, essendo un ragioniere, sta attento agli sprechi –. Da questo limite nasce una forza: favole rapide, fulminanti, costruite con poche parole precise, capaci però di restare impresse molto più a lungo di racconti ben più estesi. È qui che Rodari mostra tutta la sua grandezza di scrittore, maestro e pedagogista: non semplifica il pensiero, semplifica la forma, lasciando intatto lo stupore. Da Il cacciatore sfortunato a Storia universale, nelle settanta storie raccolte di questo libro troviamo città fatte di gelato, palazzi di caramelle, bambini che cambiano il mondo con una domanda imprevista, ma anche una costante attenzione alla giustizia, alla solidarietà, alla libertà di pensiero. Rodari non racconta favole per addormentare, ma per risvegliare la coscienza civile dei suoi piccoli lettori: ogni racconto è un invito a guardare la realtà da un’angolazione diversa, a non accettare le cose “perché si è sempre fatto così” ma a trovare il coraggio per fare la scelta giusta. Il linguaggio è limpido, ironico, mai condiscendente, e proprio per questo funziona con i bambini di ieri e di oggi, ma anche con gli adulti che hanno voglia di rimettersi in gioco come lettori. Favole al telefono è un libro che insegna senza dare lezioni, che diverte senza essere leggero, che educa senza mai risultare educativo in senso stretto. È una palestra di immaginazione, ma anche un manuale silenzioso di cittadinanza, perché nelle storie di Rodari il mondo può cambiare solo se qualcuno osa immaginarlo diverso. Rileggerlo oggi significa riscoprire il valore della parola breve, della fantasia come strumento critico e della letteratura come gesto quotidiano di cura, proprio come una telefonata serale fatta per non lasciare sola una bambina prima di dormire.

Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 2011; pp. 213

domenica 1 febbraio 2026

STORIE DI GIOVANI MOSTRI... GARANTISCE ASIMOV

Scrittore, saggista e divulgatore, Isaac Asimov (1920-1992) è noto in tutto il mondo per i suoi romanzi di fantascienza e per le sue riflessioni sulla scienza e sull’uomo, ma sorprende sempre per la sua capacità di osservare le trasformazioni interiori della specie umana con la stessa intensità con cui descrive galassie lontane e robot intelligenti. La raccolta Storie di giovani mostri, curata dallo stesso Asimov e pubblicata da Mondadori, si colloca in questo filone: dieci racconti brevi che, sorprendentemente, non parlano di vampiri, licantropi o creature fantastiche come ci si potrebbe aspettare dal titolo, ma di adolescenti apparentemente normali, che nascondono invece mutazioni interiori, anomalie genetiche o capacità straordinarie. È proprio secondo Asimov il cambiamento interno, la piccola rivoluzione che avviene nel corpo e nella mente, ciò che rende l’essere umano così unico e speciale su scala globale. A guidare il lettore in questo viaggio è Salve, addio, un racconto straordinario di Ray Bradbury, che apre la raccolta e rimane impresso per la sua struggente delicatezza: narra la storia di Willie, adolescente “eterno” costretto a cambiare continuamente famiglia adottiva, insegnanti, amici, prima di essere identificato come una sorta di fenomeno da baraccone. Bradbury racconta il dolore dell’inserimento forzato e l’incomprensione degli adulti con la stessa intensità poetica che lo caratterizza da sempre, e lo fa con uno stile avvolgente, capace di farci sentire ogni attimo della vita sospesa del ragazzo. Willie è al tempo stesso speciale e profondamente umano, un ponte tra l’ordinario e l’inspiegabile. Accanto a questo piccolo capolavoro, la raccolta propone altri racconti degni di nota, come Vietato l’accesso di Fredric Brown, dove la tensione è concentrata in poche pagine: un adolescente ci parla del suo gruppo di coetanei, addestrati (e mutati, tramite una sostanza chiamata Dattina) per colonizzare il pianeta rosso e diventare i primi marziani (e di ribellarsi alla madre patria terrestre). Oppure A che servono gli amici? di John Brunner, dove un umanoide denominato Buddy diventa il tutore del piccolo Tim. O Dai, cammina! di Zenna Henderson, il racconto che chiude la raccolta, che vede protagonista Taddeo, un bambino in grado di muovere oggetti con la forza del pensiero. Insomma, Storie di giovani mostri è un viaggio narrativo in un’umanità che muta e si evolve, un invito a guardare oltre le apparenze e a scoprire che il vero straordinario non è sempre mostruoso all’esterno, ma spesso si annida all’interno di ciascuno di noi. Dieci racconti che emozionano, sorprendono e restano nella memoria: una raccolta imprescindibile per chi ama la fantascienza con la profondità della letteratura breve, per chi cerca mistero e introspezione, e per chi sa che il mostro più affascinante talvolta è quello che cresce dentro di noi…

AA.VV., Storie di giovani mostri, a c. di Isaac Asimov, Milano, Mondadori, 2000; pp. 187 

CENTO RACCONTI DI RAY BRADBURY: LE STORIE SONO QUI...

Scrittore e sceneggiatore, l’americano Ray Bradbury (1920-2012) è stato uno degli autori più poliedrici e prolifici del Novecento, nonché uno degli innovatori del genere fantascientifico, a cui ha dedicato Cronache marziane e Fahrenheit 451, i suoi indiscussi capolavori romanzeschi, divenuti molto presto dei classici. Probabilmente però Bradbury ha realizzato al massimo il suo potenziale nella misura della narrativa breve, a cui si è dedicato durante tutto l’arco della sua lunga carriera. Da questo punto di vista la sua raccolta imprescindibile è quella assemblata dallo stesso autore per Knopf nel 1980, intitolata The Stories of Ray Bradbury, che raccoglie i suoi cento migliori racconti e che in Italia è uscita per i tipi della Mondadori con il titolo Cento racconti. Per usare le parole di Bradbury, si tratta di un libro da definire così: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Il filo rosso di questo corposo volume, che cuce insieme le cento storie in esso contenute, è semplicemente la felicità che ne ha caratterizzato la composizione: Bradbury, per sua stessa ammissione, scriveva infatti per la bellezza insita nell’attività di comporre storie per il gentile pubblico dei suoi lettori, storie che spesso lo sceglievano come portale vivente per materializzarsi nel mondo e finire sulla pagina scritta. E sono storie diversissime, scritte con lo stile avvolgente e sorprendente che i fedeli fan dello scrittore americano hanno imparato ad apprezzare negli anni, spesso ambientate nelle sonnacchiose cittadine di provincia degli States, in viaggi temporali alla ricerca di terrificanti dinosauri, in mondi alieni dove una pioggia incessante consente di vedere il sole solo ogni sette anni, in torbidi specchi d’acqua che nascondono insidie mortali. Storie diversissime, spesso interpretate da personaggi altrettanto variegati: vampiri, robot, adolescenti apparentemente come tutti gli altri, fenomeni da baraccone e così via. Talvolta sospese tra un’insostenibile nostalgia per il bel tempo andato e squarci di fantastico allo stato puro. Roba forte, insomma. E scritta dannatamente bene. Le storie sono qui…

Ray Bradbury, Cento racconti, Milano, Mondadori, 2018; pp. 1380

martedì 20 gennaio 2026

UN MESE CON MONTALBANO: CAMILLERI RACCONTA

È il primo volume di racconti dedicato da Andrea Camilleri (1925-2019) al personaggio del commissario Salvo Montalbano, e già qui si avverte che non si tratta di un’operazione ancillare rispetto ai romanzi, ma di un vero e proprio laboratorio narrativo. Un mese con Montalbano, uscito nel 1998, raccoglie trenta racconti scritti tra il primo dicembre 1996 e il 30 gennaio 1998, con una scansione quasi programmatica: “a leggerne uno al giorno ci si impiega un mese paro paro”, come spiega l’autore nella nota conclusiva. Nel loro insieme offrono un mese di casi polizieschi, di deviazioni dal quotidiano, di smagliature nella normalità, che definiscono il perimetro umano e morale del celebre commissario di Vigàta. La varietà è il primo dato che colpisce: non tutti i racconti comportano fatti di sangue, anzi spesso l’indagine nasce da furti senza sottrazioni indebite, infedeltà coniugali o memorie rimosse. È un Montalbano che si muove in territori laterali rispetto al giallo classico, affidandosi più ai ghiribizzi estemporanei del “ciriveddro” che al codice penale. In L’odore del diavolo, forse il racconto più fortunato della raccolta, l’indagine prende avvio da una sensazione quasi fisica, da un disagio olfattivo e morale insieme: il male non è tanto nel crimine quanto nell’ipocrisia che lo circonda, e la soluzione arriva per accumulo di dettagli minimi, come spesso accade nel miglior Camilleri. Ne Il compagno di viaggio, nato da uno spunto del “Noir in Festival” di Courmayeur, il commissario si confronta con un incontro casuale che apre a una riflessione sul destino e sull’identità, mentre Il patto mette in scena un accordo silenzioso, ambiguo, che costringe Montalbano a misurarsi con i limiti della giustizia formale. Diverso ancora il tono de I miracoli di Trieste, dove il trasferimento geografico diventa occasione per osservare il personaggio fuori dal suo habitat naturale, a conferma che Vigàta è uno stato dell’anima (prima ancora che un luogo). Non mancano inoltre racconti che approfondiscono gli interessi culturali di Montalbano, per esempio la passione per la lettura, come accade nel giallo letterario al centro de La sigla. E talvolta la raccolta offre piccoli spaccati legati a personaggi di contorno, come il giornalista Niccolò Zito: da un suo invito a pranzo in famiglia per inaugurare la riapertura della casa estiva nasce il classico gioco a guardie e ladri con Francesco, il figlioletto dell’amico, nel godibile racconto intitolato proprio Guardie e ladri, che poi si sviluppa per davvero in un sorprendente poliziesco. Accanto a questi racconti più noti, la raccolta offre storie intriganti ambientate agli inizi della carriera del commissario, quasi a costruire una retrospettiva involontaria del personaggio, e casi minori solo in apparenza, che servono a definire meglio il suo rapporto con l’autorità, con il potere e con se stesso. Camilleri gioca apertamente con i generi e con le aspettative del lettore, ricordando che “la vita stessa, assai superiore in fatto d’invenzioni alla fantasia, non è che una pura coincidenza”. Un mese con Montalbano si rivela dunque molto più di una raccolta d’esordio: è il manifesto implicito di un mondo narrativo in espansione, dove il commissario appare già compiutamente umano, contraddittorio, insofferente alle semplificazioni, insomma, il commissario più amato dagli italiani. Un libro vario, spesso sorprendente, “macàri” necessario per capire da dove nasce il mito di Montalbano.

Andrea Camilleri, Un mese con Montalbano, Milano, Mondadori, 1998; pp. 358

lunedì 15 dicembre 2025

NATALE IN GIALLO: UNA RACCOLTA MISTERIOSA DA LEGGERE SOTTO LE FESTE

Natale in giallo è una di quelle raccolte che trasformano il periodo delle feste in un intrigante laboratorio di suspense, mostrando come il Natale — con la sua tradizionale aura di calore e convivialità — possa al tempo stesso offrire un terreno fertile per ombre, enigmi e colpi di scena. Queste antologie a tema, infatti, quando ben assemblate, non sono solo un mero espediente editoriale, ma un modo per esplorare l’ambivalenza delle feste: la gioia condivisa che si intreccia con desideri più oscuri, tensioni mai confessate e misteri nascosti che aspettano di emergere proprio mentre tutto sembra sfavillare intorno. In Natale in giallo il filo rosso non è tanto il crimine in sé, quanto la frattura tra l’ideale collettivo di Natale e la compresenza di inquietudine e ironia che serpeggia nell'ambientazione festiva stessa. La raccolta assortisce dieci racconti di autori anglosassoni e statunitensi vissuti tra l’Ottocento e il primo Novecento, ciascuno con la propria declinazione del mistero natalizio: Meredith Nicholson, Damon Runyon, E. W. Hornung, Thomas Hardy, Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle, Ethel Lina White, Amelia B. Edwards, Saki e Francis Scott Fitzgerald. In questo mosaico di stili e sensibilità emergono storie che mutano il Natale in occasione di riflessione, ironia e, ovviamente, suspense. Saki con I lupi di Cernogratz offre un racconto dall’atmosfera gotica e quasi sovrannaturale in cui, nell'inquietante ambientazione in un maniero perso tra i boschi, prende forma la sottile beffa finale di un narratore che sembra divertirsi a sovvertire le nostre aspettative sulla bontà delle feste. Il grande Robert Louis Stevenson si confronta invece con l'amato tema del doppio in Markheim, un racconto che esamina la natura morale di chi compie un crimine in un giorno sacro. Stevenson, maestro dell’analisi psicologica e della tensione morale, conduce il lettore attraverso riflessioni intime e inquietanti: il Natale qui è al contempo specchio e giudice dell’anima. Nel solco della tradizione di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle propone L’avventura del carbonchio azzurro, uno dei suoi racconti più celebri. Qui il Natale è il contesto (bizzarro e frizzante) in cui Holmes e Watson risolvono un caso che parte da un cappello trovato assieme a un’oca e approda alla scoperta del prezioso gioiello scomparso. Conan Doyle gioca con l’umorismo e l’ingegno deduttivo, mostrando come persino una festa di doni e relazioni familiari possa nascondere un intrigo ben costruito. Francis Scott Fitzgerald, infine, sorprende con L’augurio natalizio di Pat Hobby, in cui l’eleganza malinconica dello scrittore americano si intreccia con un’ironia sottile: il protagonista, un vecchio sceneggiatore hollywoodiano, incarna la fragilità umana sospesa tra ricordi di successi passati e le speranze ferite del presente. Anche qui, il Natale non è solo una festa tradizionale ma l'occasione di bilanci e di piccole, amare rivelazioni sul desiderio umano di riscatto e di riconoscimento. Oltre ai quattro racconti citati, la raccolta include altri testi che meritano una menzione: Meredith Nicholson con Un Babbo Natale a rovescio, dove tradizione e paradosso si giocano in una trama divertente e sorprendente; Damon Runyon con Il Natale di Ballerino Dan, che regala un ritratto umoristico e insieme toccante della piccola malavita newyorkese durante le feste; e Ethel Lina White con Statue di cera, un perfetto esempio di giallo psicologico che utilizza l’ambientazione inusuale per intensificare la suspenseQuesta antologia, con la sua varietà di voci, tempi e approcci, dimostra come il Natale possa essere un tema narrativo curiosamente fertile: non solo per il suo carico di simboli, ma perché costringe ogni autore a interrogarsi sulle contraddizioni umane che emergono quando il tempo del dono si fonde con quello dell’incertezza. In un equilibrio che alterna leggerezza e profondità, ironia e vertigine, Natale in giallo è dunque una proposta che va oltre il semplice piacere della lettura stagionale: è un invito a vedere le feste con occhi nuovi, più curiosi e meno buonisti.

AA.VV., Natale in giallo, Torino, Einaudi, 2020; pp. 239

venerdì 10 ottobre 2025

I PRIMI, INQUIETANTI RACCONTI DI MATHESON

Negli anni Cinquanta, quando la fantascienza americana cercava di uscire dal ristretto cerchio delle riviste pulp, Richard Matheson diventò un nome di punta della narrativa breve. Tra il 1950 e il 1959 scrisse decine e decine di racconti che sono stati pubblicati in una doppia raccolta della Fanucci, e che nel loro complesso rivelano uno scrittore in grado di miscelare sulla pagina scritta tensione, sensibilità introspettiva e capacità descrittiva come pochi altri prima di lui. Nato nel 1926 e scomparso nel 2013, Matheson non è stato "soltanto" uno straordinario scrittore di romanzi – il suo apice è senza dubbio Io sono leggenda, uno dei più potenti romanzi distopici del Novecento – ma anche un apprezzato sceneggiatore cinematografico e televisivo: alcune delle sue storie furono adattate in episodi della serie “Ai confini della realtà”, e fu lui stesso ad adattare il suo racconto Duel per l'omonimo film d’esordio di un giovane Steven Spielberg. Il cuore pulsante dell'arte narrativa di Matheson è tutto nei racconti: spesso brevi, sempre tirati e lucidissimi, solitamente centrati su smagliature di una realtà fotografata nel momento stesso in cui s'incrina per aprire le porte al misterioso e all'inquietante. Le storie di Matheson in genere prendono le mosse da situazioni ordinarie – un viaggio in auto, una casa isolata, un pomeriggio qualunque – e si trasformano in esperienze di paura psicologica dove l’elemento soprannaturale è solo il riflesso di una crepa interiore. Lo stile è essenziale, quasi asciugato di ogni orpello, tutto giocato su frasi brevi, dialoghi taglienti, sapienti alternanze tra luce e ombra. Si avverte in ogni pagina la sua esperienza da sceneggiatore: la tensione cresce senza spiegazioni, i dettagli contano più dei pensieri, l’incubo arriva come una conseguenza naturale di un gesto o di una parola, come succede ad esempio nell'inquietante interrogatorio al centro di Dai canali. È una scrittura che non cerca effetti speciali, ma che li provoca dentro chi legge. I suoi personaggi spesso sono uomini soli, logorati dall’ansia o da un senso di inadeguatezza, e vivono le loro vicende in ambientazioni degli Stati Uniti del dopoguerra, agli esordi della guerra fredda, in un paese oppresso dalla perdita di controllo, dalla minaccia invisibile rappresentata dall'Unione Sovietica, talvolta anche dalla trasformazione tecnologica. Spesso non ci sono mostri veri, perché il mostro è quasi sempre dentro di noi, come Matheson ha iniziato a insegnarci fin dal suo primo racconto, l'insostenibile Nato d'uomo e di donna. La narrativa di Matheson racconta la normalità come un terreno instabile, dove basta poco per perdere l’equilibrio: leggere oggi le sue storie significa ritrovare le origini del fantastico moderno, spesso giocato più sull'alienazione che su alieni, su paure quotidiane (magari inspiegabili) più che su catastrofi cosmiche. Questa doppia raccolta Fanucci restituisce intatto lo sguardo limpido e inquieto di Matheson, la sua capacità di far emergere l’assurdo dal banale e di ricordarci che la vera frontiera, quella più pericolosa, non è nello spazio ma nella mente dell'uomo.

Richard Matheson, Tutti i racconti. Vol. 1: 1950-1953, Roma, Fanucci, 2019; pp. 576

giovedì 24 aprile 2025

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D'AMORE

L’autore di questa raccolta è Raymond Carver (1938-1988), uno scrittore considerato il nume tutelare della short story americana e del cosiddetto minimalismo, una tendenza letteraria diffusasi negli Stati Uniti negli anni Ottanta del secolo scorso, che tratteggia squarci di realtà quotidiana con uno stile essenziale. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore comprende diciassette racconti che, nel loro insieme, rileggono tout court il concetto di narrativa breve, realizzando un salto in avanti sul piano del realismo, paragonabile forse soltanto alla forza dialogica (e anche al non detto) dei racconti di Ernest Hemingway. Carver riesce nell’impresa di catturare, nei propri testi, la lingua d’uso del suo tempo così come se ne servivano i suoi personaggi privilegiati: la gente comune, “fotografata” nelle sue idiosincrasie, nelle sue dipendenze – a partire da quella dell’alcolismo, vissuta in prima persona dall’autore – e nei suoi lavori ordinari, senza prospettive. Carver scriveva di ciò che aveva intorno e sotto gli occhi giorno dopo giorno. Semplicemente, scriveva racconti brevi perché la vita stressante di ogni giorno non gli consentiva di mantenere la concentrazione necessaria per affrontare un romanzo. Scriveva di getto, per poi rielaborare per sottrazione, cogliendo l’essenziale delle storie che lo avevano colpito. Sembra niente, invece fu una sorta di rivoluzione copernicana per quei lettori che si lasciarono incantare da questo straordinario cantore della normalità e della quotidianità, mentre altri si limitarono a bollarlo, superficialmente, come uno scrittore deprimente. In effetti, il milieu e le situazioni di certi suoi racconti potrebbero inizialmente dare questa impressione; in realtà, nascondono una ricchezza umana difficile da trovare altrove. Basti pensare al racconto che apre la raccolta, Perché non ballate?, che mostra una coppia di giovani innamorati in cerca di mobilia a buon mercato nel giardino di un uomo di mezza età che dà l’impressione di essersi da poco separato (e dell’incontro umano che ne deriva). Tra i racconti notevoli della raccolta, corre l’obbligo di citare almeno Di’ alle donne che andiamo, che narra la deriva di due uomini in libera uscita senza le rispettive compagne, e ciò che ne segue fino al dirompente finale di ordinaria brutalità. Molto efficace anche lo scenario di incomunicabilità tra due divorziati raccontato in Un discorso serio: Burt torna nella vecchia casa dove l’ex moglie Vera continua a vivere con i figli, deciso a fare con lei un discorso serio sul loro rapporto, un discorso che aleggia su tutta la storia senza che la comunicazione tra i due si attivi mai veramente. Il tutto è narrato in modo estremamente naturale, come se la storia si raccontasse da sola, sviluppandosi frase dopo frase. Esemplare, da questo punto di vista, anche il racconto che dà il titolo al libro, che fotografa la conversazione tra due coppie molto diverse, impegnate a bere e discutere su cosa sia veramente l’amore – un concetto che resta indecifrabile fino all’ultimo –. Una raccolta assolutamente da scoprire, un racconto dopo l’altro.

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Roma, Minimum Fax, 2009; pp. 153

sabato 5 aprile 2025

TESTI E NOTE DI ISAAC ASIMOV

La raccolta Testi e note è un'antologia che raccoglie ventiquattro racconti di fantascienza scritti dal grande Isaac Asimov tra il 1950 e il 1973 e già usciti in Italia in due distinti volumi della collana Urania. Negli Stati Uniti la raccolta si intitolava Buy Jupiter and Other Stories, un titolo che ha una storia piuttosto curiosa: uno dei racconti inclusi, infatti, il brevissimo e fulminante It Pays (tradotto in italiano con Pianeta comprasi), venne ribattezzato da un editor piuttosto creativo in Buy Jupiter – un gioco di parole con l’esclamazione inglese “By Jupiter!” – e ad Asimov (che neanche era stato consultato al riguardo) piacque così tanto che lo scrittore americano lo adottò addirittura per l'intera raccolta. L'edizione italiana propone invece un titolo come Testi e note che rende bene l'idea dell'elemento distintivo del volume, ovvero le introduzioni e i commenti dell'autore che accompagnano ogni racconto. Sono proprio quelle “note”, scritte da Asimov col suo caratteristico stile affabulatorio e ricco d'ironia a fare la differenza: l'autore di Io, robot racconta infatti come e perché tutte le storie sono nate, per quali riviste sono state scritte e quale accoglienza hanno ricevuto. Ne scaturisce un autoritratto informale, leggero e ricco di aneddoti simpatici, che aiuta a comprendere meglio non solo l’evoluzione dell'autore di fantascienza unanimemente riconosciuto come il più grande, ma anche come funzionava la macchina editoriale americana alla sua epoca. Il tratto distintivo dei racconti in genere è la loro brevità e varietà, nel complesso sono un’efficace esemplificazione del miglior Asimov: alcuni sono piccoli esperimenti narrativi, altri calibrati esercizi stilistici, altri ancora delle gemme di acume e umorismo. I racconti in assoluto più memorabili sono forse quelli della seconda parte, come l'esemplare Razza di deficienti! - in cui i terrestri prima sono segnalati come degni di entrare nei registri galattici di Naron e poi subito cancellati perché votati all'estinzione -, la divertente speculazione narrata in Pianeta Comprasi e la strepitosa riflessione sul senso ultimo dell'evoluzione robotica che emerge in Parola-chiave. Insomma, chi apprezza la fantascienza in Testi e note troverà pane per i propri denti, chi ama Asimov ci troverà tutto il resto.

Isaac Asimov, Testi e note, Milano, Mondadori, 1985; pp. 186

domenica 30 marzo 2025

MAI DEVI DOMANDARMI DI NATALIA GINZBURG

Si tratta di un libro assai variegato e molto personale il cui titolo (che suona piuttosto particolare) è ripreso dal libretto del Lohengrin. Come precisato nell’avvertenza dalla stessa Natalia Ginzburg alla prima edizione del novembre 1970, Mai devi domandarmi raccoglie quasi tutti gli scritti pubblicati dall’autrice sulla “Stampa” dal dicembre 1968 all’ottobre del 1970, il racconto apripista La casa (uscito invece sul “Giorno” nel 1965) e altre prose inedite cui fu aggiunto nel 1989 il racconto Luna pallidassi, che era stato pubblicato dal “Corriere della Sera” nel 1976. Sono testi di argomenti molto diversi, alcune volte di taglio prettamente giornalistico e altre di tipologia memoriale, infatti la Ginzburg all’inizio era intenzionata a dividere queste prose tra quelle ispirate alla memoria e le altre, poi però ha realizzato che in qualche modo la memoria affiorava un po’ ovunque e così ha optato per un ordinamento cronologico. Mai devi domandarmi è la modalità espressiva più vicina a un diario che l’autrice di Lessico famigliare abbia prodotto nella vita, lei che non è mai riuscita a tenere un diario vero e proprio, trattandosi di annotazioni su ciò che nel tempo le “capitava di ricordare o pensare” sui più svariati argomenti: sono riflessioni sulla solitudine che ha caratterizzato la sua infanzia o il senso di stupore che può affiorare nella vecchiaia, sono recensioni (molto profonde e personali) dei libri letti e dei film visti, fotografie scritte delle sue esperienze sul lavoro, pensieri di natura politica o saggi ispirati ai grandi interrogativi dell'umanità, come sul credere in Dio oppure no. Ovviamente, in tutti questi saggi, articoli e racconti affiorano schegge autobiografiche di una grande scrittrice, di cui raccontano in modo apparentemente casuale tanti momenti topici di vita vissuta. L’edizione definitiva dell’Einaudi presenta un’introduzione firmata da Cesare Garboli e una corposa appendice del curatore Domenico Scarpa con notizie sui testi della raccolta e un’antologia della critica. Un libro tutto da scoprire.

Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, Torino, Einaudi, 2014; pp. 296

venerdì 28 marzo 2025

I QUARANTANOVE RACCONTI DI HEMINGWAY

Questa celebre raccolta di racconti fu pubblicata da Ernest Hemingway (1899-1961) nel 1938 insieme a La quinta colonna, che in Italia fu edita singolarmente da Einaudi nel 1946, mentre I quarantanove racconti uscirono l’anno dopo. Come lo stesso autore spiega nella prefazione, le prime quattro storie dell’indice sono le ultime che ha scritto, mentre le altre seguono fedelmente l’ordine in cui furono pubblicati per la prima volta: Su nel Michigan fu scritta per prima, a Parigi, nel 1921, mentre l’ultima fu telegrafata da Hemingway da Barcellona nel 1938. Sono racconti scritti nei luoghi dove lo scrittore americano si è alternato nell’arco di quasi vent’anni tra Europa, Stati Uniti, Canada e Cuba. Le quarantanove storie saltano da un genere all’altro e, a detta dello stesso Hemingway, sono sgrezzate con la mola, perché lui preferisce scrivere con “uno strumento storto e spuntato” ma avendo qualcosa da dire, piuttosto che servirsi di un mezzo “lucido e splendente” ma senza niente di originale da mettere su carta. Lo stile che emerge in questa raccolta è forse la versione più realistica ed essenziale di quello che ha condotto Hemingway fino al Nobel per la letteratura: sono pezzi di vita vissuta (talvolta neanche troppo eccezionale) che suonano veri in ognuna di quelle frasi o battute scarne con cui l’autore americano ce le racconta, talvolta in modo meditativo e confidenziale. Sono racconti mediamente di poco oltre le dieci pagine, alcuni intorno alle trenta pagine, ma molti davvero brevissimi, intorno alle quattro, eppure in tutti si vedono nitidi scatti di umanità più o meno normale, con occasionali concessioni ai sogni da matador, alle schegge esistenziali di rivoluzionari o di soldati. Si va dalla tragedia beffarda del racconto apripista, La breve vita felice di Francis Macomber, fino alla nostalgica elegia generazionale di Padri e figli, l’ultima storia dell’indice. In mezzo figurano un buon numero di meraviglie narrative tra cui spiccano l'inesorabile attesa della fine de Le nevi del Kilimangiaro, gli essenziali sottintesi di Colline come elefanti bianchi, il bisogno estemporaneo di affetto di Gatto sotto la pioggia e il delicato ritratto di un vecchio solitario in Un posto pulito, illuminato bene. Un indiscusso capolavoro della narrativa di Hemingway, che salutava il lettore esprimendo l’impellente bisogno di tornare a scrivere: “Adesso è necessario rimettersi alla mola. Mi piacerebbe vivere abbastanza per scrivere altri tre romanzi e altri venticinque racconti. Ne conosco di bellini”. A chiusura del volume figura Il principio dell’iceberg, un’intervista a Hemingway sull’arte di scrivere e narrare. Assolutamente da leggere.

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Torino, Einaudi, 1999; pp. 554

domenica 23 marzo 2025

SESSANTA RACCONTI DI DINO BUZZATI

Si tratta di una raccolta narrativa dall’afflato decisamente ambizioso che Dino Buzzati assemblò personalmente nel 1958 selezionando i primi trentasei racconti dell’indice dalle tre precedenti raccolte (tutte andate esaurite) I sette messaggeri (dal primo al nono), Paura alla Scala (dal decimo al diciottesimo) e Il crollo della Baliverna (dal diciannovesimo al trentaseiesimo), mentre i restanti ventiquattro non erano usciti precedentemente in raccolte ma non erano inediti in quanto erano già stati pubblicati su quotidiani o riviste (soprattutto “Il Corriere della Sera”). Nel loro complesso le sei decine di racconti brevi – tranne eccezioni, la lunghezza media varia tra le cinque e le sette pagine – illustrano in modo significativo le situazioni narrative care all’autore de Il deserto dei Tartari: l’incomunicabilità, l’assurdità che si annida nelle maglie del quotidiano, il mistero che incombe sulla vita, la costante indagine sui grandi enigmi del reale. Insomma, per certi versi molti dei temi cari a Franz Kafka, lo scrittore boemo costantemente associato quasi in automatico dalla critica alle prove di Buzzati, che non a caso avvertiva un senso d’insofferenza per il continuo accostamento al celebre collega. In ogni modo, all’epoca dell’uscita questa raccolta assortiva il meglio che Buzzati avesse prodotto fino a quel momento: scorrendo l’indice corre l’obbligo di segnalare almeno l’apripista I sette messaggeri (racconto altamente simbolico sulla difficoltà delle comunicazioni umane), Sette piani (l’inesorabile aggravarsi di una malattia apparentemente indegna di preoccupazione), Il mantello (l’inquietante ultimo saluto ai familiari di un soldato destinato all’aldilà), Il crollo della Baliverna (bella metafora sul crollo dell’equilibrio e delle certezze quotidiane), I topi (sull’angosciante presenza di una colonia di ratti nei bassifondi di una casa), Il disco si posò (un anomalo plot di fantascienza su Dio e sul senso della vita), Le mura di Anagoor (altra bella metafora delle mura invalicabili che gli uomini elevano tra loro) e infine Il tiranno malato (un racconto allegorico sull’eclissarsi del potere con cani come protagonisti). I Sessanta racconti sono ritenuti una raccolta narrativa davvero emblematica delle tematiche care a Dino Buzzati, e vinsero l’edizione 1958 del Premio Strega.

Dino Buzzati, Sessanta racconti, Milano, Mondadori, 2018; pp. 479

domenica 12 maggio 2024

VITA DEI CAMPI DI GIOVANNI VERGA

Giovanni Verga pubblicò la prima edizione di Vita dei campi nel 1880 e continuò a rimaneggiare questa raccolta narrativa fino all'edizione definitiva del 1897. Nel suo insieme il libro assortisce nove novelle, da Cavalleria Rusticana (che divenne la fonte dell’omonimo libretto d'opera di Mascagni) fino a Pentolaccia. Nel complesso questa raccolta è una perfetta esemplificazione della poetica verista di Verga: l'ambientazione spesso è umile, i personaggi sono solitamente popolani, le situazioni sono ispirate a fatti tipicamente quotidiani come amori, affari di poco conto, relazioni varie, storie professionali di povera gente. Le novelle più rappresentative sono sicuramente l'apripista, La lupa, Rosso Malpelo e Fantasticheria, che esprimono aspetti molto diversi dello stesso mondo contadino. Cavalleria rusticana racconta il ritorno in paese di un contadino partito per il servizio di leva e della ripresa del suo rapporto amoroso con la fidanzata di un tempo, che nel frattempo si è promessa a un facoltoso carrettiere e del duello d'onore che ne segue; come spesso accade nelle storie dell’autore siciliano i personaggi che si staccano dal loro ambiente d’origine sono fatalmente destinati all’insuccesso, all’infelicità e alla morte. La lupa racconta una storia ancora più basica e viscerale: narra di una donna dai famigerati appetiti sessuali che induce la figlia a sposare il giovane  da cui è attratta e dell’inarrestabile tragedia che ne segue. Rosso Malpelo dipana la triste storia umana dello sfortunato ragazzino protagonista, che lavora in una miniera di rena rossa dove il padre ha perso la vita e in cui tutti lo disprezzano, come pure nella sua famiglia, in cui la sorella e la madre lo tollerano solo per la paga che porta a casa a fine settimane: Rosso Malpelo vive una vita di infelicità, priva di affetti e di interessi, completamente stritolata dalla situazione di sfruttamento minorile, che purtroppo è tutto ciò che ha. Fantasticheria è uno spaccato del paese di Trezza descritto dall'autore a una conoscente straniera che l'ha visitato subendone subito la fascinazione (ma da cui comunque è presto ripartita). È una raccolta ricca di sfaccettature sociali e che applica l'ideale dell'ostrica sottinteso nelle opere maggiori del Verga, come I Malavoglia e Mastro don Gesualdo.

Giovanni Verga, Vita dei campi, in Tutte le novelle I, Milano, Mondadori, 1971; pp. 137-240

venerdì 3 maggio 2024

STORIE DEL TERRORE DA UN MINUTO

È una raccolta di settantatré storie brevi – a volte davvero brevissime – con cui l’assortito gruppo di scrittori allestito per l’occasione ha cercato di scrivere racconti capaci di ottenere uno scopo in apparenza quasi proibitivo: suscitare terrore in sessanta secondi appena. La sfida ovviamente è ardua, ma l’inquietante compagnia assemblata – che annovera nomi del calibro di Neil Gaiman, Brian Selznick, Brad Meltzer, Lemony Snicket, Margaret Atwood, Jerry Spinelli, Kenneth Oppel, James Patterson, R.L. Stine – regge il comprensibile carico di attese narrative fino all’ultimo racconto. Si tratta di una sfida non necessariamente che gli autori hanno scelto di giocare sul territorio della prosa ma anche in forma di poesia, di fumetto o di immagine, il risultato però è sempre lo stesso: suscitare un brivido in un pugno di secondi, a volte in modalità davvero inquietanti, anche se mai scendendo nello splatter fine a se stesso. Il terrore spesso è raggiunto con i classici strumenti orrorifici: allusioni, anticipazioni, ambientazioni lugubri, buio, creature repellenti come ragni e vermi, luoghi chiusi, oscure presenze, malvagità in serie, casi inspiegabili, leggende metropolitane. È Storie del terrore da un minuto e, incredibilmente, nonostante sia diretto a un target di lettori dalla prima adolescenza in su, in effetti… spacca, e non per forza grazie ai nomi celebri: assortisce anche un buon numero di sorprese assolute, come il per niente coccoloso topolino Tenton del duo Tom Genrich & Michèle Perry, oppure la serata apparentemente tranquilla di una babysitter di Un lavoretto facile di M.T. Anderson, o l’allucinante storia di Un pezzo unico di Sarah Weeks, o la tradizionale casa abbandonata de La sfida di Carol Gorman, o il brevissimo C’è qualcosa sotto il letto di Allan Stratton o infine l’angosciante paura del buio alla base di Non bagnare il letto di Alan Gratz. Terrore assicurato in appena un giro di lancette dei secondi: provare per credere…

AA.VV., Storie del terrore da un minuto, Milano, Feltrinelli, 2021; pp. 127

giovedì 14 marzo 2024

CATTEDRALE DI RAYMOND CARVER

Si tratta di una raccolta di racconti del 1983 del grande Raymond Carver (1938-1988), forse uno degli scrittori americani contemporanei più significativi nella misura della narrativa breve, genere che l’autore considerava insieme alla poesia l’espressione a lui più congeniale per un’incapacità congenita nelle complesse architetture del romanzo. Cattedrale in particolare conta complessivamente dodici racconti in cui la cifra stilistica di Carver si esprime con incredibile efficacia, focalizzandosi sempre su aspetti apparentemente insignificanti della vita di personaggi comuni, ordinari e di solito non troppo interessanti, che l’autore ci descrive per un piccolo segmento delle loro esistenze, spesso senza nemmeno arrivare a un punto fermo e lasciando noi lettori in situazioni indecifrabili e aperte. Il tutto raccontato con dialoghi estremamente realistici che sembrano registrati dal vero. Sono storie di incontri, di contatti, di scambi, di momenti critici, di lutti, di abbandoni, di dipendenze da alcolismo. Il punto più alto, neanche a dirlo, è l’ultimo racconto della raccolta, quello che presta il titolo al libro e forse l’unico in cui s’intravede un risvolto positivo nell’incontro di due personaggi davvero molto diversi: lo scopriamo dalla prospettiva della voce narrante del protagonista, che ha un lavoro insoddisfacente e un programma serale davvero poco accattivante, dato che dovrà accogliere l’ospite non vedente che sua moglie ha invitato a casa loro. In accordo con un’insofferenza palese manifestata già prima dell’arrivo dell’ospite, il protagonista centellina brandelli di giovale conversazione e alla fine accende la televisione per seguire senza troppo interesse un documentario sulle cattedrali francesi. Quando si accorge di essere stato ben poco accogliente col suo ospite, che non può ovviamente vedere il programma, prova a rimediare cercando di descrivere il concetto di cattedrale al suo invitato cieco, che gli propone di fargli capire la faccenda in un modo davvero originale che farà cambiare prospettiva al padrone di casa. Una bella raccolta chiusa da un racconto semplicemente magistrale, nonostante riesca a toccare un’incredibile intensità senza sforzo apparente, in perfetto accordo con lo stile minimalista di Carver, etichetta che allo scrittore americano non sembrava calzante per la sua prova essenziale ma efficacissima. Assolutamente da provare.

Raymond Carver, Cattedrale, Torino, Einaudi, 2020; pp. 229

domenica 3 marzo 2024

PASSEGGERI NOTTURNI: 30 RACCONTI BREVI DI GIANRICO CAROFIGLIO

Dopo numerosi gialli di grande successo, vari romanzi di formazione ed alcuni saggi di spessore Gianrico Carofiglio, classe 1961, è tornato a misurarsi con una raccolta di racconti di varia tipologia come Passeggeri notturni, che assortisce storie di incontri casuali, riflessioni su argomenti disparati, talvolta trame innescate da schegge di conversazioni, perfino aneddoti estemporanei. Sempre rigorosamente nella misura di tre pagine appena. Va da sé che il collante che tiene insieme i trenta racconti brevi ivi contenuti è una scrittura sintetica e sempre incalzante, capace con poche pennellate di tratteggiare personaggi che restano impressi ed intrigano i lettori condividendo un frammento di vita. Carofiglio apre le danze con la spiazzante storia di bullismo “contrastato” di Quarto potere e chiude i battenti con lo struggente sogno ad occhi aperti di affetto ritrovato raccontato in Stanze. In mezzo a questi due estremi c’è davvero un po’ di tutto, sempre raccontato vividamente ma con grande economia di parole: una storia sospesa tra verità e menzogna come Draghi, il singolare racconto sugli odori ritrovati di Aria del tempo, un piccolo horror ad orologeria come Il biglietto, l’intrigante riflessione sugli avverbi di Sinceramente, un’amara parabola sull’autoreferenzialità della politica italiana come La scorta, l’incredibile (ma esemplare) aneddoto sanitario al centro di Contagio, le esilaranti storielle giudiziarie di Avvocati e infine la splendida storia di solidarietà ai tempi della Shoah che racconta Nelle Ardenne. Insomma, nel complesso Passeggeri notturni è una raccolta notevole che conferma tutta la bravura di Carofiglio anche nella misura della narrativa breve: lo scrittore barese sa decisamente catturare l’attenzione del lettore anche raccontando una piccola storia, una riflessione estemporanea o un semplice aneddoto. Da provare.

Gianrico Carofiglio, Passeggeri notturni, Torino, Einaudi, 2016; pp. 98

giovedì 18 gennaio 2024

CENTO CITTÀ: UNA RACCOLTA DI LEGGENDE URBANE

Può un libro condensare storie e leggende delle città italiane? È quello che offrono nel loro insieme i ventuno racconti di Cento città, una raccolta narrativa firmata a quattro mani da Gina Basso e Riccardo Medici. Il progetto alla base del volume, dotato anche di schede didattiche curate da Paola Cataldo, è molto semplice: raccontare una storia esemplificativa, meglio se evocativa e magari anche misteriosa, di uno dei capoluoghi italiani (più Bolzano) e ricostruire così una galleria di leggende urbane del Belpaese. Tra le ventuno mitiche storie raccolte in Cento città ovviamente qualcuna spicca tra le altre, come per esempio la nona, ambientata a Bologna ed intitolata Due fidanzati, un diavolo e cento città, che racconta di come un povero renaio fece costruire la celebre torre degli Asinelli ottenendo così l’amore della vita ed ingannando il diavolo in persona con un gioco di parole. Assolutamente da non perdere anche l’intrigante e onirica storia successiva, Anselmo e il leone, che ci porta nel centro storico di Firenze tra i dintorni del Duomo e di Palazzo Vecchio, per scoprire l’inquietante incubo di un leone assassino che prese a tormentare il povero Anselmo. E a volte questo curioso volume della Loescher può farci scoprire addirittura la stranissima genesi del nome stesso della città di ambientazione (leggere in merito il primo racconto, dedicato ad Aosta), o qualcosa di strano su uno dei luoghi per definizione di una città (come la nota Lanterna di Genova), o l’inspiegabile reazione che un quadro religioso innescò nel grande condottiero Napoleone quando prese possesso di Ancona, o ancora l’origine di un modo di dire popolare ai tempi di Nerone (nel racconto dedicato a Roma) o infine i leggendari tre doni di San Nicola, il patrono di Bari. Assolutamente da provare.

G. Basso – R. Medici, Cento città. Storie e leggende di città italiane, Torino, Loescher, 2014; pp. 128

giovedì 26 ottobre 2023

LADIES AND GENTLEMEN… THE BEST OF ISAAC ASIMOV

Questa antologia in due volumi raccoglie i racconti più rappresentativi della carriera del grande Isaac Asimov (1920-1992) – universalmente riconosciuto come il nume indiscusso della narrativa fantascientifica – selezionati e presentati da lui medesimo. Il meglio di Asimov complessivamente assortisce dodici racconti di varie misure partendo da Naufragio, il primo racconto che l’autore diciottenne riuscì a pubblicare (il terzo che aveva scritto fino ad allora), per arrivare a Immagine speculare, che è l’unico racconto breve di cui sono protagonisti due tra i personaggi più celebri della narrativa asimoviana, Elijah Baley e Daneel Olivaw, rispolverati dall’autore americano per gli appassionati che gli chiedevano a gran voce un nuovo romanzo dedicato ai due. In mezzo a questi due estremi cronologici il lettore curioso potrà trovare varie chicche della corposa produzione di narrativa breve di Asimov, come Notturno, che alcuni ritengono la miglior storia di fantascienza mai scritta e che narra di un pianeta sempre illuminato da vari soli ma finito per la prima volta nelle tenebre, oppure Chissà come si divertivano, un brevissimo racconto sulla scuola contemporanea vista dalla prospettiva di due ragazzini del futuro – scritto da Asimov su richiesta per un amico e poi sorprendentemente divenuto di grande successo –, o ancora L’ultima domanda, che ha il pregio di essere il racconto preferito dell’autore, che scrisse di getto e senza necessità di correzioni questa strana storia sull’entropia con un sorprendente finale a sorpresa. Insomma, si tratta di un‘antologia ideale per addentrarsi nella narrativa di Asimov, sebbene la scelta di non attingere ad altre precedenti raccolte – prima tra tutte la celeberrima Io, robot – finisca per sminuire l’ottica denunciata dal titolo. Non a caso l’autore stesso introducendo questi due volumi si chiedeva con fare sornione chi mai avrebbe comprato una raccolta di “racconti abbastanza buoni e piuttosto rappresentativi di Isaac Asimov” se il titolo fosse stato questo… In ogni caso, vale assolutamente la pena di leggerla, questo è sicuro.

Isaac Asimov, Il meglio di Asimov, Milano, Mondadori, 1978; 2 voll.; pp. 238 e 205

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...