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domenica 22 febbraio 2026

IL DECAMERON: CENTO STORIE PER RICOSTRUIRE IL MONDO

Sfogliare il Decameron ai giorni nostri significa, letteralmente, affacciarsi sul picco indiscusso della narrativa italiana antica: Giovanni Boccaccio è infatti lo scrittore indicato dagli umanisti tra Quattro e Cinquecento come il modello per eccellenza della narrazione in prosa. La ragione essenzialmente si deve al fatto che, nonostante Boccaccio si sia messo alla prova anche con altri generi (dai poemi in ottave ai testi eruditi in latino), con il Decameron ha creato un castello narrativo che fino a quel momento, semplicemente, non esisteva: una centuria di storie articolate per temi e contenute all’interno di un’altra storia, quella della cosiddetta “cornice”, ambientata nei giorni bui in cui l’umanità versava tragicamente intorno allo scrittore durante la grande peste nera di metà Trecento. Parlare in termini architettonici del capolavoro di Boccaccio è in effetti assolutamente naturale: dopo un proemio d’autore che ci spiega come il libro sia dedicato alle donne innamorate e prive di occupazioni (per le altre può bastare “l’ago, il fuso e l’arcolaio”), arriva il cosiddetto “orrido cominciamento” in cui scopriamo la terribile ambientazione pestilenziale e l’incontro dei dieci giovani (sette femmine e tre maschi) che compongono la “lieta brigata” nella chiesa di Santa Maria Novella. Tutti sono rimasti senza famiglia e spontaneamente nasce l’idea di trasferirsi nella villa sulle pendici di Fiesole di una di loro a trascorrere il tempo felicemente con giochi e sollazzi di vario genere. È qui che si stabilisce di creare una sorta di monarchia a turno per governare l’andamento delle giornate: l’attività di raccontar novelle senza tema prefissato viene così apprezzata da tutto il gruppo che al termine della prima giornata si stabilisce di “restrigner dentro di alcun termine” l’oggetto del narrare, raccontando ogni giorno novelle a tema assegnato – tranne Dioneo, che avrà il privilegio di narrare a piacere ma racconterà sempre per ultimo –. Così, nella seconda giornata si parla dei rovesci di fortuna con lieto fine, nella terza dell’industria (spesso erotica) applicata per recuperare ciò che si desidera, nella quarta di amori infelici (tema avversato da tutti i narratori), nella quinta per reazione di amori a lieto fine, nella sesta dei piacevoli motti (sempre risolutivi, tranne l’eccezione che conferma la regola), nella settima di beffe muliebri, nell’ottava di beffe generiche, nella nona si riprende fiato con novelle a tema libero in vista della gara di magnificenza delle novelle della decima e ultima giornata. Non è uno schema rigido e perfetto, dato che, tanto per fare un esempio, oltre alle cento novelle divise in dieci giornate esiste addirittura una mezza novella narrata dall’autore stesso nell’introduzione della quarta giornata per affermare che il sentimento amoroso è insopprimibile nei giovani (la cosiddetta “novella delle papere”). I narratori si alternano come re e “reine” di giornata stabilendo ogni volta il tema di cui narrare l’indomani ristabilendo una sorta di monarchia a turno che ristabilisce un ordine che nel mondo reale non esiste più a causa della peste, mentre la realtà attualmente in frantumi viene ricostruita con le storie: nell’alternanza delle novelle assistiamo infatti alla rappresentazione dei principali ordini sociali, dal popolo minuto alla nobiltà, dai religiosi ai mercanti. Nella centuria boccacciana corre l’obbligo di ricordare almeno la prima della prima giornata con l'invenzione della santità iperbolica di Ser Ciappelletto, l'escursione nella Napoli criminale del sensale di cavalli Andreuccio da Perugia nella quinta novella della seconda giornata, l'incredibile realizzazione erotica nel monastero del muto (per finta) Masetto da Lamporecchio nella novella che apre la terza giornata, la struggente novella d'amor perduto di Lisabetta da Messina nella quinta novella della quarta giornata, l'estremo sacrificio per amore di Federigo degli Alberighi nella nona novella della quinta giornata, l'ironia dei motti arguti di Madonna Oretta e di Cisti fornaio nella prima e nella seconda novella della sesta giornata, le pruriginose beffe giocate dalle mogli ai mariti della settima giornata e le divertentissime beffe del ciclo di Calandrino (il beffato d'obbligo del libro) a cavallo tra l’ottava e la nona giornata, come ad esempio la straordinaria avventura in cerca dell'elitropia lungo il corso del Mugnone narrata nella terza novella dell’ottava giornata, ed infine l'apoteosi dell'annullamento di se stessi per amore nella novella di Griselda, l'ultima del libro, che l'amico Petrarca volle tradurre in latino. Boccaccio è inoltre il primo a proporre letture pubbliche della Commedia di Dante Alighieri (a cui aggiunse l’aggettivo divina, poi rimasto nella tradizione) e dunque nel Decameron figurano novelle di evidente sapore dantesco, come la sovrannaturale caccia infernale narrata nella novella ottava della quinta giornata, che ha per protagonista Nastagio degli Onesti. Sintetizzare in modo equilibrato il capolavoro di Boccaccio è quasi impossibile: a livello di cast di personaggi il libro, come si è già rilevato, offre una rappresentazione onnicomprensiva di quasi tutte le categorie della società medievale, utilizza tutti i registri linguistici possibili per descriverla realisticamente, ha ambientazioni sparse per tutto il mondo conosciuto al tempo, sa alternarsi con efficacia tra commedia e tragedia, tra narrazioni centrate su una battuta istantanea come tra articolatissime storie di afflato romanzesco. Il Decameron in conclusione appartiene a pieno titolo alla categoria che Calvino definiva classico: un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire alle generazioni di lettori che dalla metà del Trecento ai giorni nostri continuano a sfogliarlo.

Giovanni Boccaccio, Decameron, a c. di V. Branca, Torino, Einaudi, 1989; pp. 1362

domenica 2 aprile 2023

DIECI NOVELLE DECAMERONIANE RACCONTATE DA PIERO CHIARA

In origine c’era il Decameron, la prima grande raccolta italiana di novelle, l’indiscusso capolavoro di Giovanni Boccaccio da Certaldo (1313-1375), una delle tre corone della letteratura italiana, il testo esemplare da prendere come punto di riferimento delle narrazioni in prosa: cento novelle (più mezza raccontata nell’introduzione della quarta giornata) articolate in dieci giornate a tema (tranne la prima e la nona) e narrate dai dieci giovani (sette fanciulle e tre ragazzi) della lieta brigata, ritrovatisi nella chiesa di Santa Maria Novella orfani delle proprie famiglie e dunque transfughi per scelta dalla Firenze appestata ad una villa sulle pendici di Fiesole, dove decidono per diletto di passare il tempo raccontandosi novelle. Questa in estrema sintesi è la cornice strutturale del libro di Boccaccio, da cui ha attinto a sei secoli di distanza lo scrittore Piero Chiara (1913-1986) per realizzarne un’antologia di dieci novelle nel loro complesso piuttosto rappresentative del ventaglio tematico della raccolta boccacciana e decisamente immediate sul versante linguistico. Le novelle rielaborate da Chiara sono state selezionate da sei delle dieci giornate del Decameron. Si comincia con la beffa confessionale della novella di ser Ciappelletto (l’apripista del libro), seguita dalla picaresca avventura notturna che vive nei bassifondi di Napoli lo sprovveduto mercante di cavalli Andreuccio da Perugia. A ruota arrivano una coppia di novelle della quinta giornata (quella degli amori a lieto fine): prima la fuga con happy ending ai fiori d’arancio di Pietro Boccamazza e l’Agnolella, poi la storia di generosità che vede protagonista il nobile decaduto Federigo degli Alberighi – disposto a sacrificare anche il suo amato falcone per la donna per amor della quale si è rovinato economicamente –. In seguito Chiara ha rielaborato due novelle di motto dalla sesta giornata, prima il motto fortunoso del cuoco Chichibio che placa l’ira del padrone Currado Gianfigliazzi, poi la predica reinventata all’istante da Frate Cipolla per sponsorizzare la (falsissima) reliquia della piuma dell’angelo Gabriele (ed ottenere così molte elemosine). Si continua ancora con una coppia di novelle dell’ottava giornata (dedicata alle beffe generiche): ne è indiscusso protagonista lo sciocco Calandrino, beffato dai colleghi pittori Bruno e Buffalmacco, che prima lo lapidano lungo il Mugnone in cerca della fantomatica elitropia (favolosa pietra che assicura l’invisibilità al portatore), quindi autori di un vero e proprio furto di un maiale sempre ai danni dell’ingenuo collega. Si chiude con una coppia di novelle della decima giornata, dedicata ai casi di cortesia e magnanimità: prima la storia di Mitridanes, invidioso della cortesia di Natan, che lo fa recedere dal suo proposito omicida, quindi la magica storia del Saladino e di messer Torello. Insomma, le dieci novelle di questa antologia ‘suonano’ senza dubbio boccacciane ma risultano molto attualizzate e comprensibili in rapporto all’italiano contemporaneo, quindi costituiscono un ottimo viadotto per consentire alle nuove generazioni di farsi un’idea adeguata del Decameron evitando le oscurità della prosa medievale. Da provare.

Giovanni Boccaccio, Decamerone. Dieci novelle raccontate da Piero Chiara, Milano, 2006; pp. 155

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...