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mercoledì 6 maggio 2026

LA MAGLIA NUMERO 7: D'ADAMO E I MONDIALI IN QATAR

Francesco D’Adamo, autore di romanzi di denuncia diventati ormai un punto di riferimento della narrativa per ragazzi come Storia di Iqbal, torna ad intrecciare una storia di formazione con una vicenda ispirata alla realtà in La maglia numero 7, un romanzo ambientato in Qatar nel periodo immediatamente precedente ai discussi mondiali di calcio del 2022. Ancora una volta lo scrittore sceglie di raccontare il lato nascosto della globalizzazione attraverso gli occhi di un adolescente, o meglio di una ragazzina, riuscendo a trasformare numeri, statistiche e scandali internazionali in una storia concreta, viva e davvero umana. La voce narrante è quella di Lila, un’adolescente dall’indole ribelle che vive insieme alla sua numerosa famiglia in un piccolo villaggio indiano dove il lavoro non basta mai e ogni possibilità di guadagno sembra una benedizione. Quando arriva un reclutatore dal Qatar promettendo stipendi alti e un futuro migliore a chi accetterà di partire per costruire gli stadi dei prossimi mondiali, la famiglia decide di mandare Raj, il fratello di Lila, a lavorare all’estero. All’inizio arrivano poche telefonate, poi vaglia postali sempre più magri, infine il silenzio assoluto. Gli adulti sembrano quasi rassegnati, ma Lila non riesce ad accettare che il suo amato fratello sia scomparso nel nulla: nel frattempo lavora in una fabbrica dove vengono assemblate proprio le magliette delle stelle del mondiale e continua a pensare a Raj, alla sua passione per il calcio e alla speranza di ritrovarlo. Il romanzo cambia passo e diventa un’avventura vera e propria quando al villaggio arriva un altro reclutatore e d’impulso Lila decide di passare all’azione: si taglia i capelli, si fascia il seno, indossa i vestiti di Raj e ruba i documenti del fratello maggiore per imbarcarsi alla volta di Doha. Con sé porta una maglia rossa del Portogallo con il numero 7 di Cristiano Ronaldo stampato sopra, un regalo pensato per Raj e al tempo stesso un simbolo potentissimo di ciò che il calcio rappresenta per milioni di ragazzi nel mondo. D’Adamo costruisce così un contrasto quasi feroce tra il sogno scintillante dei mondiali e il retroscena fatto di sfruttamento, paura e miseria alla base di uno spettacolo planetario che si svolgerà in stadi faraonici con l’aria condizionata costruiti in pieno deserto da un milione di immigrati senza speranza, migliaia dei quali scomparsi nel nulla come se non fossero mai esistiti. La Doha raccontata nel romanzo è infatti lontanissima dalle immagini patinate viste in televisione: dormitori sovraffollati, passaporti sequestrati, operai trattati come schiavi, turni massacranti sotto il sole del deserto, morti nei cantieri (privi di sistemi di sicurezza) che spariscono senza spiegazioni. Ed è forse proprio questo l’aspetto più riuscito del libro: la capacità di indignare il lettore senza trasformarsi mai in un saggio o in una lezione morale. La denuncia emerge attraverso le esperienze concrete dei personaggi, attraverso la paura di Lila, il silenzio dei lavoratori immigrati, l’avidità dei reclutatori. Il lettore scopre poco alla volta il meccanismo perverso che si nasconde dietro l’organizzazione di un evento sportivo miliardario e capisce come tutto questo, purtroppo, sia accaduto davvero. Nel viaggio della protagonista assume poi un ruolo fondamentale il personaggio del Guercio, una figura ambigua, sporca, apparentemente inaffidabile, che però finisce per rappresentare una delle poche presenze autenticamente umane incontrate da Lila a Doha. Anche qui D’Adamo evita semplificazioni: nessun personaggio è completamente luminoso o completamente oscuro, e proprio questa complessità rende la storia credibile. La scrittura è diretta, scorrevole, senza filtri, ma capace di colpire i lettori allo stomaco per le immagini forti e il suo sguardo sincero. Come accade spesso nei romanzi migliori di D’Adamo, la storia personale della protagonista diventa il modo per raccontare qualcosa di molto più grande: in questo caso il lato oscuro del calcio globale, dove dietro il business miliardario del pallone si nascondono persone invisibili che costruiscono stadi, hotel e resort, talvolta pagando un prezzo altissimo. La maglia numero 7 è dunque una bellissima storia di coraggio e speranza, ma anche un romanzo che lascia addosso rabbia e amarezza per un sistema capace di trasformare migliaia di lavoratori in esseri umani sacrificabili sull’altare dello spettacolo calcistico: un libro coinvolgente e necessario, insomma, e profondamente educativo per la sua capacità di parlare ai ragazzi senza mai semplificare la realtà.

Francesco D’Adamo, La maglia numero 7, Firenze-Milano, Giunti, 2025; pp. 156

domenica 9 maggio 2021

STORIA DI IQBAL

Questo libro racconta la vera storia di Iqbal Masih, un ragazzo pakistano dodicenne che in tutto il mondo è diventato il simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. L’autore di Storia di Iqbal, Francesco D’Adamo, classe 1949, è ormai da tempo una firma importante della narrativa per ragazzi: la sua ovviamente è una versione romanzata della storia di questo coraggioso dodicenne, che forse è stato descritto, come ammette lo stesso autore nella prefazione, un po’ più bello e coraggioso di come magari fu nella realtà. D’Adamo invece ci confessa d’aver inventato di sana pianta il personaggio di Fatima, la compagna di prigionia di Iqbal che ci racconta la storia in prima persona, anche se sicuramente un’amica o un amico gli sono stati accanto e hanno condiviso la sua sorte. È appunto attraverso i ricordi di Fatima che l’autore ci porta nel laboratorio di tappeti di Hussain Khan, nella periferia di Lahore, dove scopriamo il dramma comune di tanti bambini ceduti ad un padrone in cambio di pochi dollari e poi ridotti in schiavitù, incatenati ad un telaio a tessere tappeti in ambienti malsani, caldi d’estate e freddi d’inverno, a lavorare ininterrottamente da mezz’ora prima dell’alba fino a sera in cambio di una forma di pane chapati da intingere in una grande ciotola comune piena di crema di lenticchie, per dormire poche ore su scomodi giacigli e quindi ricominciare da capo l’indomani, finché non avranno ripagato il debito delle proprie famiglie. Ma il debito di questi piccoli lavoratori sta scritto su delle lavagne da cui ogni giorno il padrone, se lo ritiene opportuno, cancella l’equivalente di una rupia: ma in realtà il debito non si estingue mai. Un giorno nella fabbrica di Hussain Khan approda Iqbal, rilevato da un altro padrone che ha deciso di disfarsene, nonostante la grandissima abilità del ragazzo ad intessere tappeti, per la sua propensione alla fuga ed il suo carattere particolarmente orgoglioso. Iqbal, come milioni di altri bambini nella sua situazione, è stato ceduto dai suoi genitori, contadini finiti in miseria, in cambio di appena 26 dollari. Non passa molto prima che Iqbal dimostri al suo nuovo padrone di che tempra è fatto, squarciandogli un tappeto di gran pregio – che lui stesso aveva intessuto, l’unico tra i piccoli lavoranti della fabbrica ad esserne capace – davanti agli occhi: è così che il giovane protagonista finirà nel luogo più temuto dai suoi compagni di schiavitù, la Tomba, una prigione ricavata in una cisterna buia e malsana. Nonostante le difficoltà, Iqbal riuscirà a fuggire ed avrà il coraggio di denunciare il proprio padrone che, dopo essersi salvato una prima volta corrompendo i poliziotti, finirà poi in carcere. Riacquistata la libertà, Iqbal continuerà ad impegnarsi attivamente in un’associazione contro lo sfruttamento del lavoro minorile, diventando un simbolo e contribuendo alla liberazione di centinaia di piccoli schiavi, prima di morire assassinato per mano di sicari della cosiddetta “mafia dei tappeti” il 16 aprile 1995. Una gran bella storia, insomma: in questo romanzo di denuncia, triste e realistico al tempo stesso, D’Adamo ci ricorda il valore della libertà e il diritto dei bambini a crescere in armonia, a giocare ed a sognare. L’edizione 2015 dell’Einaudi, celebrativa del venticinquennale della morte di Iqbal, è introdotta da una bella prefazione del giornalista Gad Lerner, che riflette sull’importanza della figura dello sfortunato giovane attivista pakistano e su quello che ha rappresentato per i bambini che lavorano che, dati UNICEF alla mano, nel mondo ammontano a ben 168 milioni, più del 10% della popolazione infantile del pianeta.

Francesco D’Adamo, Storia di Iqbal, Torino, Einaudi, 2021; pp. 141

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...