È il primo
volume di racconti dedicato da Andrea Camilleri (1925-2019) al personaggio del
commissario Salvo Montalbano, e già qui si avverte che non si tratta di
un’operazione ancillare rispetto ai romanzi, ma di un vero e proprio
laboratorio narrativo. Un
mese con Montalbano, uscito nel 1998, raccoglie trenta racconti
scritti tra il primo dicembre 1996
e il 30 gennaio 1998, con una scansione quasi programmatica: “a leggerne
uno al giorno ci si impiega un mese paro paro”, come spiega l’autore nella nota
conclusiva. Nel loro insieme offrono un mese di casi polizieschi, di deviazioni
dal quotidiano, di smagliature nella normalità, che definiscono il perimetro
umano e morale del celebre commissario di Vigàta. La varietà è il primo dato
che colpisce: non tutti i racconti comportano fatti di sangue, anzi spesso l’indagine
nasce da furti senza sottrazioni indebite, infedeltà coniugali o memorie
rimosse. È un Montalbano che si muove in territori laterali rispetto al giallo
classico, affidandosi più ai ghiribizzi estemporanei del “ciriveddro” che al
codice penale. In L’odore
del diavolo, forse il racconto più fortunato della raccolta,
l’indagine prende avvio da una sensazione quasi fisica, da un disagio olfattivo
e morale insieme: il male non è tanto nel crimine quanto nell’ipocrisia che lo
circonda, e la soluzione arriva per accumulo di dettagli minimi, come spesso
accade nel miglior Camilleri. Ne Il
compagno di viaggio, nato da uno spunto del “Noir in Festival”
di Courmayeur, il commissario si confronta con un incontro casuale che apre a
una riflessione sul destino e sull’identità, mentre Il
patto mette in scena un accordo silenzioso, ambiguo, che
costringe Montalbano a misurarsi con i limiti della giustizia formale. Diverso
ancora il tono de I
miracoli di Trieste, dove il trasferimento geografico diventa
occasione per osservare il personaggio fuori dal suo habitat naturale, a conferma che Vigàta è uno stato dell’anima (prima
ancora che un luogo). Non
mancano inoltre racconti che approfondiscono gli interessi culturali di
Montalbano, per esempio la passione per la lettura, come accade nel giallo
letterario al centro de La sigla. E
talvolta la raccolta offre piccoli spaccati legati a personaggi di contorno, come
il giornalista Niccolò Zito: da un suo invito a pranzo in famiglia per
inaugurare la riapertura della casa estiva nasce il classico gioco a guardie e
ladri con Francesco, il figlioletto dell’amico, nel godibile racconto intitolato proprio Guardie e ladri,
che poi si sviluppa per davvero in un sorprendente poliziesco. Accanto a questi racconti più noti, la raccolta offre
storie intriganti ambientate agli inizi della carriera del commissario, quasi a
costruire una retrospettiva involontaria del personaggio, e casi minori solo in
apparenza, che servono a definire meglio il suo rapporto con l’autorità, con il
potere e con se stesso. Camilleri gioca apertamente con i generi e con le aspettative
del lettore, ricordando che “la vita stessa, assai superiore in fatto
d’invenzioni alla fantasia, non è che una pura coincidenza”. Un mese con Montalbano si
rivela dunque molto più di una raccolta d’esordio: è il manifesto implicito di
un mondo narrativo in espansione, dove il commissario appare già compiutamente
umano, contraddittorio, insofferente alle semplificazioni, insomma, il
commissario più amato dagli italiani. Un libro vario, spesso sorprendente,
“macàri” necessario per capire da dove nasce il mito di Montalbano.
Andrea
Camilleri, Un mese con
Montalbano, Milano,
Mondadori, 1998; pp. 358