sabato 28 febbraio 2026

AGATHA CHRISTIE RACCONTA... MISS MARPLE ALLA RISCOSSA

Il genere letterario del poliziesco è noto in tutto in mondo con la denominazione mistery, noir o detective story ma in Italia è definito semplicemente giallo per la fortuna dell’omonima collana “Giallo Mondadori”, che dal 1929 ha pubblicato migliaia di titoli di romanzi e raccolte di racconti incentrate su delitti, misteri, furti, insomma storie con un crimine compiuto in un ambiente chiuso e con un numero ristretto di possibili colpevoli (da scoprire rigorosamente all’ultima pagina). Il titolo di massima giallista mondiale è da sempre appannaggio di Agatha Christie (1890-1976), prolifica autrice britannica con un’ottantina di opere in carriera tradotte in oltre cento lingue e più di due miliardi di copie vendute (per non parlare delle innumerevoli traslazioni sul grande e sul piccolo schermo). La Christie è nota ovviamente anche per due fortunatissimi personaggi seriali: il detective belga Hercule Poirot e la straordinaria investigatrice dilettante Miss Marple. Quest’ultima è quanto di più lontano dal prototipo dell’eroico risolutore di misteri intricati: ha i capelli bianchi raccolti in una crocchia, un’aria innocente e sembra costantemente impegnata a lavorare a maglia, insomma, parrebbe un’innocua vecchietta che si alterna tra l’hobby del giardinaggio e i lavori di ricamo, e tra l’altro ha passato la sua vita in un piccolo paese. In contrasto con le apparenze è invece una detective con un fiuto infallibile che le consente di risolvere il crimine più complicato, magari arrivando alla soluzione prima di Scotland Yard… Miss Marple alla riscossa è un’antologia che riunisce sette racconti tra i più famosi che Agatha Christie ha dedicato alla sua anziana investigatrice per diletto preferita e almeno quattro sono delle piccole gemme del genere. La raccolta prende avvio con Il Club del Martedì Sera, un racconto che rappresenta l’esemplificazione del "metodo Marple", dove l’enigma della macchia di sangue svanita rivela come il microcosmo di un villaggio contenga, in miniatura, l'intera fenomenologia del crimine umano. Notevole anche il successivo Miss Marple racconta un caso: un gioiello di narrazione retrospettiva in cui la protagonista, rievocando un omicidio avvenuto in una camera chiusa di un albergo, smonta un castello di prove apparentemente schiaccianti contro una cameriera analizzando unicamente i dettagli trascurabili del comportamento umano. Da segnalare anche Il caso della domestica perfetta, dove la Christie costruisce un sofisticato gioco di specchi e sostituzioni che brilla per la feroce osservazione delle gerarchie sociali e delle ipocrisie annidate tra le mura domestiche della borghesia britannica. L'antologia si chiude con Morte per annegamento, un racconto più cupo e d’atmosfera, dove la tragedia di una giovane vita spezzata solleva il velo sulle crudeltà provinciali, affrontate da Miss Marple con una pietas lucida e disincantata. In definitiva, questa antologia non è solo una sfilata di enigmi brillanti, ma un trattato sull'immutabilità della colpa nascosta sotto il velo della rispettabilità di provincia. Agatha Christie affida a Miss Marple il compito di dimostrare che non esiste dettaglio troppo infimo, o maglia troppo stretta, da non poter rivelare lo strappo di un delitto. È una lettura che restituisce il giallo alla sua dimensione più autentica: quella di un’indagine clinica sulle zone d’ombra dell’animo umano, condotta con una lucidità che non concede sconti a nessuno. D'altra parte, uno dei pochi occhi in grado di rendersene conto è proprio quello della detective non professionista partorita dall’acume della miglior giallista della storia della letteratura...

Agatha Christie, Miss Marple alla riscossa, Milano, Mondadori, 2016; pp. 151

venerdì 27 febbraio 2026

LO ZEN, L'ADOLESCENZA E... L'ARTE DI SPARARE BALLE

La parola "zen", dizionario Devoto-Oli alla mano, significa "setta buddista contemplativa giapponese, che propugna la ricerca della verità attraverso l'astrazione meditativa personale, al di fuori di ogni ritualismo o codificazione". Ben altro (e molto più interessato) è l'uso che ne fa nel romanzo per ragazzi di Jordan Sonnenblick, L'arte di sparare balle, il disincantato protagonista, che si chiama San Lee e ha non pochi problemi nel cassetto. Prima di tutto è stato adottato ed è di origine cinese (ma non apprezza la sua estrazione esotica), inoltre ha un padre dietro le sbarre, una madre che non c'è mai ma è sempre a fare straordinari per tirare avanti la famiglia, troppi traslochi alle spalle da una città all'altra, il che non gli ha certo procurato una cerchia di amicizie stabili e durature. E così, all'ennesima scuola della sua adolescenza, il nostro protagonista cerca di ragionare per evitare le difficoltà di adattamento che ha incontrato troppe volte nella sua strada. L'idea per il modello di riferimento cui attenersi gli arriva dal suo docente di studi sociali, che sta presentando ai suoi studenti le religioni orientali. Il buon San, che ha ancora per la testa qualche fumoso residuo della dottrina Zen per averla studiata nel precedente istituto scolastico, aggiunge al suo bagaglio minimale qualche conoscenza tratta da una serie di libri presi in prestito nella biblioteca locale e si ritrova al centro dell'attenzione. Quando poi un'originalissima compagna di corso, Woody, comincia ad apprezzare la sua compagnia, San si sente quasi obbligato a continuare la recitazione della parte del giovanissimo maestro zen, e la cosa assurda è che tutti, ma proprio tutti continuano a crederci. Purtroppo, neanche a dirlo, accumulare bugie in serie non può che avere un logico epilogo negativo, tecnicamente capace di cancellare ogni azione positiva svolta lungo il cammino. Ne viene fuori un divertente romanzo per ragazzi, a tratti quasi irresistibile, capace di toccare tematiche diversissime come la disciplina Zen, la meditazione, le difficoltà adolescenziali, la vita scolastica, la solidarietà verso i meno fortunati e le canzoni di Woody Guthrie (che, sembrerà impossibile, ma c'entra anche lui nel contesto). Ne è autore Jordan Sonnenblick, classe 1969, ex docente delle scuole medie, uno scrittore di libri narrativa per ragazzi molto apprezzato dagli adolescenti del suo paese. In effetti non si può dar loro torto, dato che lo stile di Sonnenblick riesce a toccare con leggerezza e indubbio realismo le mille sfaccettature della prima adolescenza. È proprio in questo equilibrio tra ironia e fragilità che il romanzo trova la sua forza maggiore. Sonnenblick evita ogni moralismo e lascia che sia l’esperienza del protagonista a parlare, mostrando come l’identità adolescenziale sia spesso un territorio di finzioni necessarie, di maschere indossate per sopravvivere e di verità che arrivano solo dopo l’errore. L’autore dimostra una notevole capacità di costruire dialoghi credibili e situazioni realistiche, mantenendo sempre un ritmo narrativo efficace e coinvolgente. L’arte di sparare balle si conferma così una lettura intelligente e formativa, capace di divertire senza rinunciare a una riflessione autentica sulla crescita e sulla responsabilità personale.

Jordan Sonnenblick, L'arte di sparare balle, Giunti, Firenze-Milano, 2011; pp. 190

martedì 24 febbraio 2026

LA FORESTA DEI PIGMEI: LA FINE DELLA SAGA DI AQUILA E GIAGUARO

Come solitamente avviene in ogni trilogia che si rispetti, a La città delle bestie e Il regno del drago d’oro si affianca puntualmente anche La foresta dei pigmei, terza ed ultima parte della nuova serie romanzesca per ragazzi intitolata complessivamente Le memorie di Aquila e Giaguaro, che Isabel Allende, classe 1942, ha voluto dedicare ai suoi lettori più giovani. Anche stavolta l’autrice de La casa degli spiriti ha architettato una trama a base di avventura, viaggio, magia e buoni sentimenti come nelle due tappe precedenti: in particolare la storia al centro de La foresta dei pigmei pare mutuare in modalità inquietanti il soggetto di Indiana Jones e il tempio maledetto che, per la cronaca, a detta unanime della critica è sempre stato ritenuto l’anello debole della trilogia spilberghiana. Invece del mitico Indy i due protagonisti dell’ultima fatica di Isabel Allende sono Alex e Nadia (Giaguaro e Aquila nelle loro identità totemiche), due adolescenti legati da un indissolubile legame d’amicizia forgiato nella foresta amazzonica e cementato in un’avventurosa trasferta tra le cime dell’Himalaya: nuovamente arruolati dall’inossidabile Kate Cold, la nonna giornalista di Alex, i due ragazzi ritrovano il gruppo di inviati del “National Geographic” dei due precedenti episodi, stavolta diretti alla volta dell’Africa nera per un reportage sui safari a dorso d’elefante. Ma già all’arrivo a Nairobi, Alex e Nadia si rendono conto che ne La foresta dei pigmei li attende una delle loro ‘solite’ avventure quando un’indovina li avverte che solo restando uniti riusciranno ad uscire indenni dall’incontro con un terribile mostro a tre teste. Nonostante l’ammonimento, solo alla fine della settimana successiva, quando la coraggiosa pilota Angie si accinge a riportare la spedizione alla civiltà, entra in scena uno squinternato missionario, fratel Ferdinando, alla disperata ricerca di due confratelli sperduti in una regione praticamente inaccessibile, e convince l’équipe giornalistica ad accompagnarlo a Ngombué, la possibile meta dei due religiosi dispersi. La deviazione costa cara alla spedizione: costretti ad un atterraggio di fortuna nella giungla, i nostri eroi sono soccorsi da una tribù di pigmei che spiega loro come la loro pacifica vita di un tempo sia stata irreversibilmente sconvolta dall’arrivo del terribile re Kosongo, dal violento capo militare Mbembelé e dal tetro stregone Sembo. Da quel momento la loro tribù è stata ridotta in schiavitù: gli uomini costretti a cacciare gli elefanti per l’avorio delle loro zanne ed a cercare diamanti, le donne obbligate a svolgere la manuntezione del villaggio, i bambini tenuti come ostaggi per ritorsione. Ma con un pizzico di soprannaturale l’armonia tornerà a regnare nel cuore dell’Africa nera e i pigmei torneranno liberi, mentre l’amicizia adolescenziale dei due giovani protagonisti è destinata a sfociare in qualcosa di più. Isabel Allende si dipana con la consueta sagacia narrativa tra realismo magico e senso ecologico anche nel suo terzo romanzo per ragazzi, che acconterà comunque anche il palato dei lettori adulti, per quanto i veri romanzi allendiani siano veramente un’altra cosa... La foresta dei pigmei, comunque, si fa leggere piacevolmente fino alla fine, ci fa ritrovare i personaggi ormai noti mostrandoci anche l'intrigante evoluzione sentimentale dei due protagonisti. Da provare.

Isabel Allende, La foresta dei pigmei, Milano, Feltrinelli, 2005; pp. 192

IL REGNO DEL DRAGO D'ORO: LA SAGA DI ALEX E NADIA, PARTE SECONDA

È l'attesa parte seconda della saga avventurosa per ragazzi di Isabel Allende, classe 1942, la più nota scrittrice cilena contemporanea, l'episodio di mezzo di una trilogia dedicata ai lettori più giovani, l'ultima scommessa di un'autrice in cerca di nuove sfide in territori narrativi finora inesplorati. Nel secondo capitolo delle avventure di Nadia e Alex, che avevamo imparato a conoscere con i nomi totemici di Aquila e Giaguaro, dalla foresta amazzonica si torna in viaggio stavolta sui picchi innevati dell’Himalaya, al solito con i due ragazzi mascottes d’eccezione nella spedizione giornalistica promossa dal “National Geographic" e capeggiata da Kate Cold, l’anziana ma inarrestabile nonna di Alex. Rispetto alla dimensione magico-ecologista che caratterizzava la prima avventura stavolta l’atmosfera narrativa si tinge di spiritualità buddista conservando i molteplici richiami New Age, anche perché la Allende da scrittrice consumata sa bene che la ricetta vincente non si cambia mai in corso d’opera. Alex, Nadia e nonna Kate approdano così al Regno Proibito, un minuscolo ma paradisiaco paese arroccato tra le montagne dell’Himalaya e protetto da un pacifico isolamento contemplativo che perdura ormai da secoli. Nel frattempo l’avido Collezionista, il secondo uomo più ricco del mondo, ha commissionato all’infallibile Specialista – capo di un’organizzazione criminale nota solo ai pochi che possono permettersene i servigi – l’arduo furto del Drago d’Oro, una preziosa statua dotata di poteri divinatori che il committente vorrebbe usare per impadronirsi dello scettro di primo plutocrate a livello mondiale. Ovviamente ne Il regno del Drago d’Oro il piano dei cattivi andrà ad incrociarsi con la spedizione di nonna Kate, i cui giovani pupilli avranno modo di risolvere eroicamente l’ingarbugliata situazione col piccolo aiuto di un monaco buddista, del suo allievo (l’erede designato al trono del Regno Proibito) ed infine dei mitici yeti – dopo le bestie amazzoniche della puntata apripista della trilogia, nell’ultima la Allende magari si servirà del mostro di Lochness, chissà... –. Il variegato gruppo dei buoni dovrà vedersela in particolare con gli spietati Guerrieri blu della famigerata Setta dello Scorpione, un’amorale cricca di mercenari assoldata dallo Specialista per sbrigare il lavoro sporco. Neanche a dirlo, dopo aver superato infinite difficoltà, eventi altamente drammatici e l’immancabile colpo a sorpresa finale, il bene finirà per trionfare. Nel complesso Il regno del Drago d’Oro è un esempio di narrativa di consumo che si fa leggere d’un fiato ed a tratti si rivela perfino appassionante, a patto di abbassare le barriere della credibilità e prendere per buone le tante sequenze poco plausibili. Il romanzo ad ogni modo si attesta sul livello medio del precedente La città delle bestie, dunque i lettori soddisfatti dell’ultima fase creativa della Allende saranno accontentati anche stavolta. Per tutti gli altri (gli insoddisfatti) sarà invece consigliabile saltare a piè pari questa ennesima escursione allendiana nell’accidentato territorio della narrativa avventurosa per ragazzi (e magari anche il terzo ed ultimo atto) ed attendere con fiducia il ritorno della scrittrice cilena alle romanzesche saghe familiari finora praticate con indiscutibile talento da La casa degli spiriti in poi. Ma i lettori adolescenti potrebbero restarne estasiati, perché no? In fondo la saga è pensata per loro... 

Isabel Allende, Il regno del Drago d'Oro, Milano, Feltrinelli, 2003; pp. 257

LA CITTÀ DELLE BESTIE: NARRATIVA ALLENDIANA PER RAGAZZI

Isabel Allende, nata a Lima nel 1942 ma vissuta in Cile fino al golpe del 1973, è una scrittrice che non ha bisogno di presentazioni di sorta: basta pensare alla qualità della sua produzione dall’esordio nel 1982 con La casa degli spiriti fino ai più recenti Inès dell'anima mia e Violeta. La città delle bestie costituisce l’ennesimo esempio di perfetta sintesi tra i temi cari alla Allende (la magia delle piccole cose, l’inspiegabile, l’avversità, la complessità dei rapporti familiari, l’avventura) e la sua vena di narratrice pura, capace di inchiodare il lettore alla storia fin dalle prime pagine. In tal senso anche questo libro è l’ennesima conferma alla consolidata regola: nel breve volgere del primo capitolo la Allende ci proietta a piè pari, dalla prospettiva del quindicenne protagonista Alex, in una crisi familiare innescata da una grave malattia della madre, che rischia di preludere alla dissoluzione della famiglia in questione. Per tentare di risolvere il problema il gruppo di Alex dovrà dividersi e il giovane protagonista dovrà vivere una grande avventura in compagnia di Kate, l’eccentrica nonna paterna, reporter di professione, anziana ma ancora validissima. Già da questa sintetica anticipazione sulla trama si evince però una piccola ma sostanziale differenza rispetto alla precedente produzione della Allende: anziché puntare sul ‘consueto’ romanzo ambientato parzialmente (o integralmente) in un passato più o meno lontano, stavolta la scrittrice cilena sembra aver scelto l’attualità (ovviamente in ossequio alle sue tematiche privilegiate), ricercando l’attenzione di una fascia di pubblico più giovanile – e non a caso La città delle bestie costituisce il primo capitolo di una trilogia dedicata alle nuove generazioni –. La storia in sé segue le perizie di una spedizione scientifica finanziata dalla prestigiosa rivista “International Geographic”, diretta verso il cuore profondo dell’Amazzonia in cerca di risposte al mistero di una bestia mostruosa ed imponente che suole paralizzare con un odore ripugnante le sue sfortunate vittime. Del gruppo, oltre ad Alex e Kate, fanno parte anche un fotografo inglese con assistente messicano al seguito, un antropologo francese prestigioso quanto arrogante, una bella dottoressa brasiliana, la guida locale e sua figlia, la tredicenne Nadia, di madre inglese ma sempre vissuta in rapporto simbiotico con la foresta amazzonica, di cui conosce tutti i segreti, come pure gli idiomi degli indios. I due ragazzi in breve diventeranno amici inseparabili, scopriranno un intrigo interno alla variegata spedizione che minaccia di sterminare le tribù locali, saranno entrambi catturati dal misterioso Popolo della Nebbia (una tribù di indios vissuti in isolamento pressoché totale dall’alba dei tempi), si ritroveranno in una città perduta nel mito (magari in cui zampilla perfino una leggendaria acqua di lunga vita) e, ovviamente, scopriranno il mistero della bestia, decisamente più complicato di quanto ci si potrebbe immaginare a priori. Il tutto nel bel mezzo di un’evoluzione individuale – con l’indispensabile aiuto dello sciamano Walimai – che metterà in contatto i due giovanissimi protagonisti con i rispettivi animali totemici, rendendoli così Giaguaro e Aquila. La città delle bestie è un romanzo a tinte fabulistiche sull’armonia possibile tra l’uomo e la natura, e costituisce in effetti una ragguardevole novità nell’ambito del repertorio allendiano: indicato per gli adolescenti, a tratti narrativamente perfino po’ scontato anche se, senza dubbio, molti lettori inveterati della scrittrice cilena vorranno farsi trasportare a briglia sciolta dal fascino ambientalistico della trama. Un'azzeccata sintesi tra un romanzo d'avventura "classico" e un romanzo di formazione dall'afflato ambientalista, insomma.

Isabel Allende, La città delle bestie, Milano, Feltrinelli, 2002; pp. 242

domenica 22 febbraio 2026

IL FULMINANTE ESORDIO DI CARVER: VUOI STAR ZITTA, PER FAVORE?

Unanimemente riconosciuto come uno degli autori contemporanei più innovativi della narrativa breve, Raymond Carver (1938-1988) pubblicò la sua prima raccolta, Vuoi star zitta, per favore?, nel 1976, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza tormentata, e non è azzardato pensare che il successo quasi immediato del libro abbia contribuito in modo decisivo a salvarlo, rimettendolo in carreggiata e aprendogli nuovi orizzonti narrativi. La raccolta riunisce ventidue racconti che rappresentano in modo esemplare lo stile scarnificato e personalissimo di Carver, autore che amava raccontare per sottrazione le idiosincrasie della vita quotidiana dei suoi personaggi, uomini e donne comuni, spesso pericolosamente in bilico sull’orlo del nulla, esposti tanto alla perdita definitiva quanto a un recupero in extremis. Sono disoccupati che faticano ad arrivare alla fine del mese, individui sull’orlo dell’alcolismo – o già precipitati dentro mani e piedi –, coppie in crisi o incapaci di convivere, persone smarrite, prive di prospettive e di appigli. Carver li segue con uno sguardo disincantato e minimalista, registrandone i gesti minimi e i silenzi carichi di tensione lungo giornate inconcludenti, che non lasciano presagire mutamenti positivi. La raccolta si apre con il ritratto grottesco del freak al centro di Grasso e si chiude con il manifesto dell’incomunicabilità relazionale dell’ultimo racconto, che presta il titolo all’intera raccolta. In mezzo affiorano autentiche gemme di minimalismo narrativo come Vicini, spiazzante storia di una coppia che, chiamata a badare alla casa dei propri dirimpettai, rischia di perdersi nelle vite presunte degli altri nel tentativo di attribuire un senso alle proprie, forse inesistenti (o insignificanti), oppure Loro non sono mica tuo marito, un racconto di feroce crudeltà familiare, o ancora il confronto teso e claustrofobico al centro di Si metta nei miei panni, che oppone due coppie in un incontro carico di disagio. Sono storie amare, in cui l’atmosfera spesso si taglia col coltello, quando non risulta apertamente deprimente, ma che restituiscono al lettore l’impressione di entrare in contatto con scorci di umanità più vera del vero, un pregio che pochi racconti seppero offrire prima dell’irruzione di Carver sulla scena letteraria. Vuoi star zitta, per favore? costituisce un punto di partenza ideale per scoprire l’opera di uno dei più grandi scrittori di racconti brevi di sempre, anche per una scelta coerente e programmatica: Carver fu infatti uno dei più convinti assertori dell’idea che un buon racconto breve valga quanto una dozzina di brutti romanzi. Non a caso, in carriera, scrisse solo racconti e poesie.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore?, Milano, Garzanti, 1992; pp. 237 

IL DECAMERON: CENTO STORIE PER RICOSTRUIRE IL MONDO

Sfogliare il Decameron ai giorni nostri significa, letteralmente, affacciarsi sul picco indiscusso della narrativa italiana antica: Giovanni Boccaccio è infatti lo scrittore indicato dagli umanisti tra Quattro e Cinquecento come il modello per eccellenza della narrazione in prosa. La ragione essenzialmente si deve al fatto che, nonostante Boccaccio si sia messo alla prova anche con altri generi (dai poemi in ottave ai testi eruditi in latino), con il Decameron ha creato un castello narrativo che fino a quel momento, semplicemente, non esisteva: una centuria di storie articolate per temi e contenute all’interno di un’altra storia, quella della cosiddetta “cornice”, ambientata nei giorni bui in cui l’umanità versava tragicamente intorno allo scrittore durante la grande peste nera di metà Trecento. Parlare in termini architettonici del capolavoro di Boccaccio è in effetti assolutamente naturale: dopo un proemio d’autore che ci spiega come il libro sia dedicato alle donne innamorate e prive di occupazioni (per le altre può bastare “l’ago, il fuso e l’arcolaio”), arriva il cosiddetto “orrido cominciamento” in cui scopriamo la terribile ambientazione pestilenziale e l’incontro dei dieci giovani (sette femmine e tre maschi) che compongono la “lieta brigata” nella chiesa di Santa Maria Novella. Tutti sono rimasti senza famiglia e spontaneamente nasce l’idea di trasferirsi nella villa sulle pendici di Fiesole di una di loro a trascorrere il tempo felicemente con giochi e sollazzi di vario genere. È qui che si stabilisce di creare una sorta di monarchia a turno per governare l’andamento delle giornate: l’attività di raccontar novelle senza tema prefissato viene così apprezzata da tutto il gruppo che al termine della prima giornata si stabilisce di “restrigner dentro di alcun termine” l’oggetto del narrare, raccontando ogni giorno novelle a tema assegnato – tranne Dioneo, che avrà il privilegio di narrare a piacere ma racconterà sempre per ultimo –. Così, nella seconda giornata si parla dei rovesci di fortuna con lieto fine, nella terza dell’industria (spesso erotica) applicata per recuperare ciò che si desidera, nella quarta di amori infelici (tema avversato da tutti i narratori), nella quinta per reazione di amori a lieto fine, nella sesta dei piacevoli motti (sempre risolutivi, tranne l’eccezione che conferma la regola), nella settima di beffe muliebri, nell’ottava di beffe generiche, nella nona si riprende fiato con novelle a tema libero in vista della gara di magnificenza delle novelle della decima e ultima giornata. Non è uno schema rigido e perfetto, dato che, tanto per fare un esempio, oltre alle cento novelle divise in dieci giornate esiste addirittura una mezza novella narrata dall’autore stesso nell’introduzione della quarta giornata per affermare che il sentimento amoroso è insopprimibile nei giovani (la cosiddetta “novella delle papere”). I narratori si alternano come re e “reine” di giornata stabilendo ogni volta il tema di cui narrare l’indomani ristabilendo una sorta di monarchia a turno che ristabilisce un ordine che nel mondo reale non esiste più a causa della peste, mentre la realtà attualmente in frantumi viene ricostruita con le storie: nell’alternanza delle novelle assistiamo infatti alla rappresentazione dei principali ordini sociali, dal popolo minuto alla nobiltà, dai religiosi ai mercanti. Nella centuria boccacciana corre l’obbligo di ricordare almeno la prima della prima giornata con l'invenzione della santità iperbolica di Ser Ciappelletto, l'escursione nella Napoli criminale del sensale di cavalli Andreuccio da Perugia nella quinta novella della seconda giornata, l'incredibile realizzazione erotica nel monastero del muto (per finta) Masetto da Lamporecchio nella novella che apre la terza giornata, la struggente novella d'amor perduto di Lisabetta da Messina nella quinta novella della quarta giornata, l'estremo sacrificio per amore di Federigo degli Alberighi nella nona novella della quinta giornata, l'ironia dei motti arguti di Madonna Oretta e di Cisti fornaio nella prima e nella seconda novella della sesta giornata, le pruriginose beffe giocate dalle mogli ai mariti della settima giornata e le divertentissime beffe del ciclo di Calandrino (il beffato d'obbligo del libro) a cavallo tra l’ottava e la nona giornata, come ad esempio la straordinaria avventura in cerca dell'elitropia lungo il corso del Mugnone narrata nella terza novella dell’ottava giornata, ed infine l'apoteosi dell'annullamento di se stessi per amore nella novella di Griselda, l'ultima del libro, che l'amico Petrarca volle tradurre in latino. Boccaccio è inoltre il primo a proporre letture pubbliche della Commedia di Dante Alighieri (a cui aggiunse l’aggettivo divina, poi rimasto nella tradizione) e dunque nel Decameron figurano novelle di evidente sapore dantesco, come la sovrannaturale caccia infernale narrata nella novella ottava della quinta giornata, che ha per protagonista Nastagio degli Onesti. Sintetizzare in modo equilibrato il capolavoro di Boccaccio è quasi impossibile: a livello di cast di personaggi il libro, come si è già rilevato, offre una rappresentazione onnicomprensiva di quasi tutte le categorie della società medievale, utilizza tutti i registri linguistici possibili per descriverla realisticamente, ha ambientazioni sparse per tutto il mondo conosciuto al tempo, sa alternarsi con efficacia tra commedia e tragedia, tra narrazioni centrate su una battuta istantanea come tra articolatissime storie di afflato romanzesco. Il Decameron in conclusione appartiene a pieno titolo alla categoria che Calvino definiva classico: un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire alle generazioni di lettori che dalla metà del Trecento ai giorni nostri continuano a sfogliarlo.

Giovanni Boccaccio, Decameron, a c. di V. Branca, Torino, Einaudi, 1989; pp. 1362

sabato 21 febbraio 2026

HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE DI J. K. ROWLING

È difficile presentare un libro che, dal 1997 a oggi, ha segnato l’immaginario di milioni di lettori in tutto il mondo senza ridurlo a una semplice etichetta di successo planetario, ma proprio questo è il destino che Harry Potter e la pietra filosofale sembra destinato a portare ancora a lungo. L’autrice, Joanne Rowling, classe 1965, concluse il manoscritto del primo episodio della saga nel 1995: dopo il divorzio dal primo marito viveva a Edimburgo con la figlia Jessica, e il romanzo fu inizialmente rifiutato da numerosi editori perché giudicato troppo lungo, finché la Bloomsbury, allora casa editrice poco conosciuta, accettò di pubblicarlo suggerendole di adottare lo pseudonimo di J.K. Rowling. Il successo arrivò quasi per magia grazie al passaparola, tanto che i sei volumi successivi, da Harry Potter e la camera dei segreti (1998) fino a Harry Potter e i doni della morte (2007), registrarono vendite record fin dal primo giorno di uscita. A consolidare il fenomeno contribuirono poi gli otto film prodotti dalla Warner Bros., a partire da Harry Potter e la pietra filosofale diretto da Chris Columbus nel 2001. Il primo romanzo della fortunata serie prende avvio presentandoci il suo protagonista, predestinato a diventare un grande mago fin dalla nascita, ma cresciuto senza amore dai suoi zii babbani, i Dursley, al numero 4 di Privet Drive, a Little Whinging. È qui che, a undici anni, Harry riceve, per mano del mezzo gigante Hagrid, la lettera che lo invita a frequentare la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. Da Hagrid scopre anche la verità sulla morte dei suoi genitori, entrambi maghi, uccisi dal potente stregone oscuro Voldemort – che tutti chiamano Tu-Sai-Chi per timore di pronunciarne il nome – e comprende perché Albus Silente e Minerva McGranitt lo abbiano affidato ai parenti umani. Dopo aver acquistato l’occorrente per la scuola di arti arcane nella magica strada londinese Diagon Alley (accessibile solo ai maghi), Harry si reca alla stazione londinese di King’s Cross, attraversa l'invisibile barriera del binario 9¾ e sale sull’Espresso per Hogwarts, dove stringe amicizia con il goffo Ron Weasley e con la saccente Hermione Granger, destinati a diventare i suoi inseparabili compagni di avventura. A scuola entra nella casa di Grifondoro, segue le lezioni dei suoi eccentrici docenti, scopre il magico gioco del Quidditch e si ritrova, insieme ai due amici, a indagare sul (pericoloso) mistero della pietra filosofale, l’oggetto leggendario creato dall’alchimista Nicolas Flamel capace di donare ricchezza e l’elisir di lunga vita. Fin dalle prime pagine si ha la sensazione di entrare in un universo narrativo costruito con calibrata precisione, un mondo coerente e ricchissimo di dettagli che cattura il lettore grazie a una trama principale solida e a una fitta rete di sottotrame. Il cast di personaggi è uno dei punti di forza del romanzo: Harry, Ron e Hermione sono figure in crescita che il lettore impara a seguire e ad amare nelle loro capacità e idiosincrasie, ma altrettanto memorabile è la galleria di personaggi secondari, dagli studenti di Hogwarts agli insegnanti, tra cui spiccano Albus Silente e Minerva McGranitt. In tralice inoltre il libro della Rowling si rivela al contempo un potente romanzo di formazione in cui il protagonista adolescente muove i primi passi per superare il lutto che ha condizionato la sua infanzia, impara il valore della scelta etica rispetto al talento, l’importanza del sacrificio per il prossimo. I numeri confermano l’efficacia di questa costruzione narrativa: dalla sua uscita ad oggi Harry Potter e la pietra filosofale ha venduto 120 milioni di copie ed è stato tradotto in 77 lingue, compresi il latino e il greco antico. Più che chiedersi il perché di un simile successo, viene naturale riconoscere che J.K. Rowling ha saputo creare un classico del fantasy capace di parlare con la stessa forza a generazioni diverse di lettori. Una lettura che non si limita a intrattenere, ma invita a tornare, ancora e ancora, in un mondo narrativo che sembra non esaurirsi mai. Quindi, attenti a sfogliare le prime pagine, potreste rischiare di finire in un arcano loop letterario…

J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Milano, Salani, 2004; pp. 296

mercoledì 18 febbraio 2026

IL RINOMATO CATALOGO WALKER & DOWN: PURA AVVENTURA

Il dinamico autore per ragazzi Davide Morosinotto, classe 1980, ha avuto l’intuizione per il suo romanzo più fortunato e pluripremiato, Il rinomato catalogo Walker & Dawn, prendendo spunto dal più diffuso catalogo di vendita per corrispondenza negli Stati Uniti a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento, ovvero il celebre Sears & Roebuck Catalogue. Si tratta di un romanzo d’avventura attraverso il quale l’autore fotografa il sogno di riscatto individuale dell’America contemporanea, che passa per il denaro, il commercio e la mobilità. La storia prende avvio in Louisiana, nel 1904, nello scenario paludoso del bayou, il delta del Mississippi: ne sono protagonisti quattro ragazzini che costituiscono un gruppo inossidabile quanto variegato che assortisce i quattro amici Eddie, Te Trois, Julie e Tit. Il romanzo è diviso in quattro parti e racconta una storia avventurosa che strizza l’occhio non poco all’epopea di Huckleberry Finn: ogni volta – scelta narrativa azzeccatissima – cambia la voce narrante, e di conseguenza il lettore segue la storia attraverso la prospettiva peculiare del narratore di turno. Il cambio di voce narrante non è solo un espediente stilistico, ma permette al lettore di crescere insieme ai personaggi, mostrando come la stessa avventura venga filtrata da sensibilità, paure e desideri diversi. Tutto prende avvio nel classico fortino in mezzo alle canne della palude dove i quattro trascorrono i loro pomeriggi a fumare tabacco e pescare pesci gatto: l’avventura comincia quando Te Trois pesca un barattolo con tre dollari dentro, una cifra incredibile da spendere per le misere finanze del gruppo. Dopo accese discussioni, i quattro ragazzini decidono di ordinare sul rinomato catalogo per corrispondenza Walker & Dawn niente meno che una rivoltella. Quando il pacco arriva, però, invece dell’oggetto del desiderio i quattro vi trovano un  orologio da capostazione, per giunta rotto, perché invece di funzionare correttamente per misurare il tempo sembra un meccanismo per sistemare le lancette in sequenze fisse (e solo Tit dà segno di apprezzarne la dinamica). Tutto cambia quando al villaggio dei quattro protagonisti si presenta Jack, un agente della Walker & Dawn che ha mandato di recuperare l’orologio dai piccoli clienti offrendo l’astronomica cifra di ben 50 dollari. I ragazzini all’inizio accettano lo scambio, ma quando capiscono che Jack ha brutte intenzioni se la danno a gambe nel bayou, dove il malintenzionato finisce nelle sabbie mobili, preda ideale per un alligatore di passaggio: recuperandone il portafoglio i quattro vi trovano dei soldi e una lettera di Mr. Walker, il titolare dell’omonimo catalogo, che offre ben 4000 dollari a chi gli riconsegnerà l’orologio. È quanto basta per convincerli a mettersi in viaggio sulla loro canoa alla volta di Chicago per cogliere l’occasione e cambiare le loro vite. Ovviamente la faccenda si rivelerà molto più intricata del previsto… Il rinomato catalogo Walker & Dawn racconta una gran bella storia di formazione a prospettiva multipla in cui quattro ragazzini davvero diversissimi sono costretti a crescere all’improvviso adattandosi ad ambienti davvero molto diversi dal bayou da cui provengono. Le esperienze che dovranno affrontare, neanche a dirlo, li cambieranno per sempre. E daranno a noi lettori una prospettiva ravvicinata sul sogno americano per definizione: vivere un’avventura di quelle che ti cambiano la vita e ti consentono di raggiungere la tranquillità economica per sempre. Assolutamente da provare: Il rinomato catalogo Walker & Dawn è la perfetta dimostrazione di come la letteratura per ragazzi possa raccontare il passato, interrogare il presente e, soprattutto, prendere sul serio i suoi lettori.

Davide Morosinotto, Il rinomato catalogo Walker & Dawn, Milano, Mondadori, 2021; pp. 324

mercoledì 11 febbraio 2026

FAVOLE AL TELEFONO, IL CAPOLAVORO DI GIANNI RODARI

È diventato un classico della narrativa per l’infanzia ormai da diversi decenni: Favole al telefono è uno di quei libri che sembrano piccoli solo perché stanno comodamente in una tasca o sul comodino di un bambino, ma che in realtà aprono finestre enormi sul mondo, sul linguaggio e sull’immaginazione. Rodari lo pubblicò nel 1962 e l’idea narrativa alla base di questa raccolta è geniale nella sua semplicità: un padre sempre in viaggio per lavoro ogni sera chiama la figlia per raccontarle una storia brevissima – perché le telefonate costano care e lui, essendo un ragioniere, sta attento agli sprechi –. Da questo limite nasce una forza: favole rapide, fulminanti, costruite con poche parole precise, capaci però di restare impresse molto più a lungo di racconti ben più estesi. È qui che Rodari mostra tutta la sua grandezza di scrittore, maestro e pedagogista: non semplifica il pensiero, semplifica la forma, lasciando intatto lo stupore. Da Il cacciatore sfortunato a Storia universale, nelle settanta storie raccolte di questo libro troviamo città fatte di gelato, palazzi di caramelle, bambini che cambiano il mondo con una domanda imprevista, ma anche una costante attenzione alla giustizia, alla solidarietà, alla libertà di pensiero. Rodari non racconta favole per addormentare, ma per risvegliare la coscienza civile dei suoi piccoli lettori: ogni racconto è un invito a guardare la realtà da un’angolazione diversa, a non accettare le cose “perché si è sempre fatto così” ma a trovare il coraggio per fare la scelta giusta. Il linguaggio è limpido, ironico, mai condiscendente, e proprio per questo funziona con i bambini di ieri e di oggi, ma anche con gli adulti che hanno voglia di rimettersi in gioco come lettori. Favole al telefono è un libro che insegna senza dare lezioni, che diverte senza essere leggero, che educa senza mai risultare educativo in senso stretto. È una palestra di immaginazione, ma anche un manuale silenzioso di cittadinanza, perché nelle storie di Rodari il mondo può cambiare solo se qualcuno osa immaginarlo diverso. Rileggerlo oggi significa riscoprire il valore della parola breve, della fantasia come strumento critico e della letteratura come gesto quotidiano di cura, proprio come una telefonata serale fatta per non lasciare sola una bambina prima di dormire.

Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 2011; pp. 213

martedì 3 febbraio 2026

IL GIORNO DELLA SPENSIERANZA? UN LIBRO PROPRIO… CUZZO

Nato a Cascina e laureato in Conservazione dei Beni Culturali all’ateneo pisano, Stefano Tofani lavora per il comune di Lucca ma ha esordito come scrittore fin dal 2013 con L’ombelico di Adamo. Per i tipi della Rizzoli, con cui l’autore toscano ha già pubblicato il romanzo Sette abbracci e tieni il resto con relativo sequel, Tofani ha di recente dato alle stampe la sua ultima fatica, che ha un titolo che è già tutto un programma come Il giorno della Spensieranza, che mette subito il gentile pubblico sull’avviso. Il motivo è evidentemente linguistico, in quanto la parola spensieranza suona strana perché, semplicemente, non esiste, infatti pare una versione strampalata di spensieratezza. Sembra niente, invece è la cifra riposta del libro, che sembra una versione fantasy di Non ci resta che piangere – indimenticabile commedia con ardito salto temporale nel MedioEvo da parte del mitico duo Roberto Benigni e Massimo Troisi, peraltro citata nel libro –. La storia prende avvio nei pressi di un maneggio dove due gemelli tredicenni davvero molto diversi l’uno dall’altra si trovano in groppa ai rispettivi destrieri: uno si chiama Luca, che ha una disabilità uditiva da sempre, l’altra è Gaia, che in contrasto col nome è malinconica dentro (infatti Luca l’ha ribattezzata Maiunagioia). Il primo è in crisi nera, la seconda si ritrova per l’ennesima volta a togliere dai guai il Minore, come da sempre chiama il fratello, venuto alla luce con quattro minuti di ritardo rispetto a lei… Comunque, scoppia un temporale e Luca e Gaia finiscono per ripararsi in una grotta dove si ritrovano intrappolati. Alla fine trovano un modo per uscirne ma, una volta all’aperto, scoprono ben presto che qualcosa non torna: i colori sono diversi, il sole brilla in modo troppo intenso, del maneggio non c’è proprio traccia e girano strani animali che fanno cose ancora più strane. La sensazione di non essere finiti in un mondo alternativo diventa una certezza quando incontrano gli abitanti del posto, che hanno sempre qualche dettaglio fisico che appare sghembo e parlano una lingua antiquata e piena zeppa di strafalcioni. I due gemelli sono finiti, per dirla con la parola più mitica del mondo in cui sono approdati, in un posto cuzzissimo che si chiama BC ovvero Brutta Copia – ci si potrebbe chiedere di che cosa ma sarebbe uno spoiler da evitare –. E come faranno i nostri eroi a tornare indietro dai genitori legittimamente preoccupati? Nessuna idea in merito, neanche a dirlo, e intanto qualcuno si è pure accorto dell’arrivo dei due giovanissimi protagonisti e li sta già cercando, magari con intenzioni non proprio tranquille… È Il giorno della Spensieranza, un romanzo fantasy di formazione per ragazzi raccontato dall’alternanza di due voci narranti – ovvero Gaia e l’indigeno Bernaldo (anche i nomi autoctoni suonano sghembi) –, una storia ricca di colpi di scena che parte come un presunto viaggio temporale che poi invece si rivela un salto in un vero e proprio mondo altro rispetto a quello che conosciamo, e che forse nella sua arretratezza tecnologica ha pure qualcosa da dimostrarci (o, chissà, ricordarci), magari per ritrovare quell’accogliente solidarietà umana che nel mondo contemporaneo abbiamo un po’ dimenticato, insieme alla gentilezza. Il tutto (se non fosse abbastanza) con una storia che praticamente di continuo ci fa notare la ricchezza della diversità, parlando al contempo di disabilità senza un briciolo di retorica. Insomma, davvero un bel libro, originale, educativo e molto divertente sotto il versante delle trovate linguistiche, dato che praticamente Tofani si è inventato di sana pianta una lingua vera e propria per l’ambientazione nel mondo BC. Insomma, un libro davvero cuzzo fino all’ultima pagina…

Stefano Tofani, Il giorno della Spensieranza, Milano, Rizzoli, 2025; pp. 238 

domenica 1 febbraio 2026

STORIE DI GIOVANI MOSTRI... GARANTISCE ASIMOV

Scrittore, saggista e divulgatore, Isaac Asimov (1920-1992) è noto in tutto il mondo per i suoi romanzi di fantascienza e per le sue riflessioni sulla scienza e sull’uomo, ma sorprende sempre per la sua capacità di osservare le trasformazioni interiori della specie umana con la stessa intensità con cui descrive galassie lontane e robot intelligenti. La raccolta Storie di giovani mostri, curata dallo stesso Asimov e pubblicata da Mondadori, si colloca in questo filone: dieci racconti brevi che, sorprendentemente, non parlano di vampiri, licantropi o creature fantastiche come ci si potrebbe aspettare dal titolo, ma di adolescenti apparentemente normali, che nascondono invece mutazioni interiori, anomalie genetiche o capacità straordinarie. È proprio secondo Asimov il cambiamento interno, la piccola rivoluzione che avviene nel corpo e nella mente, ciò che rende l’essere umano così unico e speciale su scala globale. A guidare il lettore in questo viaggio è Salve, addio, un racconto straordinario di Ray Bradbury, che apre la raccolta e rimane impresso per la sua struggente delicatezza: narra la storia di Willie, adolescente “eterno” costretto a cambiare continuamente famiglia adottiva, insegnanti, amici, prima di essere identificato come una sorta di fenomeno da baraccone. Bradbury racconta il dolore dell’inserimento forzato e l’incomprensione degli adulti con la stessa intensità poetica che lo caratterizza da sempre, e lo fa con uno stile avvolgente, capace di farci sentire ogni attimo della vita sospesa del ragazzo. Willie è al tempo stesso speciale e profondamente umano, un ponte tra l’ordinario e l’inspiegabile. Accanto a questo piccolo capolavoro, la raccolta propone altri racconti degni di nota, come Vietato l’accesso di Fredric Brown, dove la tensione è concentrata in poche pagine: un adolescente ci parla del suo gruppo di coetanei, addestrati (e mutati, tramite una sostanza chiamata Dattina) per colonizzare il pianeta rosso e diventare i primi marziani (e di ribellarsi alla madre patria terrestre). Oppure A che servono gli amici? di John Brunner, dove un umanoide denominato Buddy diventa il tutore del piccolo Tim. O Dai, cammina! di Zenna Henderson, il racconto che chiude la raccolta, che vede protagonista Taddeo, un bambino in grado di muovere oggetti con la forza del pensiero. Insomma, Storie di giovani mostri è un viaggio narrativo in un’umanità che muta e si evolve, un invito a guardare oltre le apparenze e a scoprire che il vero straordinario non è sempre mostruoso all’esterno, ma spesso si annida all’interno di ciascuno di noi. Dieci racconti che emozionano, sorprendono e restano nella memoria: una raccolta imprescindibile per chi ama la fantascienza con la profondità della letteratura breve, per chi cerca mistero e introspezione, e per chi sa che il mostro più affascinante talvolta è quello che cresce dentro di noi…

AA.VV., Storie di giovani mostri, a c. di Isaac Asimov, Milano, Mondadori, 2000; pp. 187 

CENTO RACCONTI DI RAY BRADBURY: LE STORIE SONO QUI...

Scrittore e sceneggiatore, l’americano Ray Bradbury (1920-2012) è stato uno degli autori più poliedrici e prolifici del Novecento, nonché uno degli innovatori del genere fantascientifico, a cui ha dedicato Cronache marziane e Fahrenheit 451, i suoi indiscussi capolavori romanzeschi, divenuti molto presto dei classici. Probabilmente però Bradbury ha realizzato al massimo il suo potenziale nella misura della narrativa breve, a cui si è dedicato durante tutto l’arco della sua lunga carriera. Da questo punto di vista la sua raccolta imprescindibile è quella assemblata dallo stesso autore per Knopf nel 1980, intitolata The Stories of Ray Bradbury, che raccoglie i suoi cento migliori racconti e che in Italia è uscita per i tipi della Mondadori con il titolo Cento racconti. Per usare le parole di Bradbury, si tratta di un libro da definire così: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Il filo rosso di questo corposo volume, che cuce insieme le cento storie in esso contenute, è semplicemente la felicità che ne ha caratterizzato la composizione: Bradbury, per sua stessa ammissione, scriveva infatti per la bellezza insita nell’attività di comporre storie per il gentile pubblico dei suoi lettori, storie che spesso lo sceglievano come portale vivente per materializzarsi nel mondo e finire sulla pagina scritta. E sono storie diversissime, scritte con lo stile avvolgente e sorprendente che i fedeli fan dello scrittore americano hanno imparato ad apprezzare negli anni, spesso ambientate nelle sonnacchiose cittadine di provincia degli States, in viaggi temporali alla ricerca di terrificanti dinosauri, in mondi alieni dove una pioggia incessante consente di vedere il sole solo ogni sette anni, in torbidi specchi d’acqua che nascondono insidie mortali. Storie diversissime, spesso interpretate da personaggi altrettanto variegati: vampiri, robot, adolescenti apparentemente come tutti gli altri, fenomeni da baraccone e così via. Talvolta sospese tra un’insostenibile nostalgia per il bel tempo andato e squarci di fantastico allo stato puro. Roba forte, insomma. E scritta dannatamente bene. Le storie sono qui…

Ray Bradbury, Cento racconti, Milano, Mondadori, 2018; pp. 1380

giovedì 22 gennaio 2026

UNA STORIA DI SCUOLA: GARANTISCE ANDREW CLEMENTS

Pochi scrittori come Andrew Clements (1949-2019) sono riusciti a raggiungere livelli di eccellenza nell’ambito della narrativa di ambientazione scolastica, genere a cui l’autore originario del New Jersey ha iniziato a dedicarsi fin dai tempi del suo fortunato esordio con Drilla, poi seguito da una serie di romanzi costantemente circoscritti dalle mura di scuola, come Il gioco del silenzio, Uno per due e Il club dei perdenti. Non fa eccezione Una storia di scuola, uscito nel lontano 2001, un romanzo per ragazzi che racconta di come la dodicenne Nathalie abbia scritto per l’appunto un romanzo per ragazzi ambientato tra le mura scolastiche, ovvero una storia di scuola, esattamente come quelle che sua mamma Hannah si occupa di sistemare per la pubblicazione, dato che lavora come editor in una casa editrice di libri per ragazzi di New York. Il romanzo prende avvio con la lettura del romanzo dentro il romanzo, che s’intitola L’imbrogliona e ogni volta è segnalato dall’uso di caratteri tipografici diversi: ne leggeremo le prime pagine dalla prospettiva della sua prima lettrice, nonché migliore amica di Nathalie, ovvero Zoe. Quest’ultima trova il libro bellissimo e, assicuratasi che la sua amica sappia come terminarlo, decide di trovare a tutti i costi un modo per farlo pubblicare con due idee niente male: prima di tutto diventerà l’agente letterario di Nathalie, che dovrà nascondersi dietro un nome d’arte come tanti scrittori hanno fatto da sempre, compreso un pezzo da novanta della letteratura angloamericana del calibro di Mark Twain, all’anagrafe Samuel Clemens. La storia procede sul doppio binario della strada verso la pubblicazione del libro dentro al libro da una parte e dell’approfondimento sui sentimenti di Nathalie, che da piccola ha perso il padre in un incidente e ne avverte tremendamente la mancanza un giorno dopo l’altro, infatti la ragazzina ha messo da una parte i libri che lui le leggeva interpretando le voci dei personaggi e ha cominciato a scrivere storie sul computer paterno. Una storia di scuola è un gran bel romanzo di narrativa per ragazzi d’ambientazione scolastica e al tempo stesso il sogno che ogni scrittore in erba vorrebbe vivere attraverso tutte le fasi canoniche della pubblicazione di un libro, anche se la faccenda diventa davvero intrigante perché la viviamo dalla prospettiva di due dodicenni come Nathalie (la giovanissima scrittrice di talento) e Zoe (che è dotata della verve incantatoria di un grande agente letterario). Se già questo non fosse abbastanza, parallelamente il personaggio della protagonista acquista una struggente definizione grazie alla sottotrama della scomparsa improvvisa di un padre fantastico, che a lei ovviamente continua a mancare moltissimo e che forse le ha acceso dentro fin da piccola l’amore per la letteratura. L’happy ending, manco a dirlo, aleggia sulla vicenda fin dalle prime pagine, ma l’itinerario attraverso il quale Andrew Clements ci porta in fondo vale assolutamente il prezzo di copertina, anche perché lo scrittore americano conosce bene il milieu di cui ha deciso di narrare e lo tratteggia con dettagli di incredibile realismo.

Andrew Clements, Una storia di scuola, Milano, Rizzoli, 2016; pp. 191

mercoledì 21 gennaio 2026

IL SEGNO DEI QUATTRO: SHERLOCK HOLMES COLPISCE ANCORA

Uscito nel 1890,
Il segno dei quattro è il secondo romanzo dedicato dal dottor Arthur Conan Doyle (1859-1930) alla fortunata saga del leggendario detective Sherlock Holmes, a tre anni dall’esordio con Uno studio in rosso, ed è il libro che consegna all’autore scozzese un incredibile successo popolare, costringendolo d’ora in poi a convivere con il suo personaggio più famoso, tra gloria e vincoli creativi. La storia si apre in un momento di profonda noia del più grande investigatore del mondo: Holmes, immerso nell’apatia provocata dall’inoperosità, ricorre alla sua soluzione di cocaina al sette per cento, intanto anela a un caso complesso da risolvere e si diverte a dedurre catene di indizi apparentemente minimi, come quelli legati al vecchio orologio del suo compagno di avventure, il dottor Watson. L’occasione però bussa presto al numero 221B di Baker Street dove i due amici risiedono: Mary Mortsan, giovane governante, si rivolge al celebre detective per far luce su una vicenda misteriosa legata alla scomparsa del padre, ex militare in India. Da anni la ragazza riceve, puntualmente lo stesso giorno, una perla anonima, e l’incontro fissato per la sera stessa al Lyceum Theatre con l’ignoto donatore diventa il trampolino per una serrata indagine che trascinerà Holmes e Watson in una intricata rete di avidità, tradimenti e segreti antichi, dalle esotiche atmosfere del subcontinente indiano fino al serrato finale a tutta velocità sulle acque del Tamigi. Il segno dei quattro non è solo un giallo avvincente ma offre ai lettori l’occasione per osservare il meccanismo perfetto della deduzione, il funzionamento interno della mente di Holmes, e il suo rapporto simbiotico con Watson, voce narrante della storia e al tempo stesso specchio umano della ferrea logica dell’investigatore britannico. La suspense è dosata con sapienza, i colpi di scena arrivano puntuali, e l’epilogo è suffuso di un’ironia sottile, con l’immancabile sorpresa finale ai fiori d’arancio, che aggiunge una dimensione inattesa e quasi domestica a una trama altrimenti incalzante. Fin dalle prime pagine ci ritroveremo, come il buon Watson, in una posizione privilegiata per osservare le mille sfaccettare di un personaggio complesso e affascinante come Holmes, capace di catturare non solo il lettore, ma perfino la coscienza etica che sottende l’esotico mistero al centro de Il segno dei quattro. In poche parole il secondo romanzo della saga di Arthur Conan Doyle si rivela un vero classico della detective story, un meccanismo narrativo calibrato come un ingranaggio ad orologeria, ma anche un libro che sa farsi leggere con il cuore in gola, con la mente intenta a seguire ogni dettaglio e la soddisfazione di chi riconosce in Holmes il prototipo del perfetto investigatore, umano e mitico al tempo stesso. Assolutamente da non perdere.

Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro, Milano, Mondadori, 2016; pp. 144

martedì 20 gennaio 2026

UN MESE CON MONTALBANO: CAMILLERI RACCONTA

È il primo volume di racconti dedicato da Andrea Camilleri (1925-2019) al personaggio del commissario Salvo Montalbano, e già qui si avverte che non si tratta di un’operazione ancillare rispetto ai romanzi, ma di un vero e proprio laboratorio narrativo. Un mese con Montalbano, uscito nel 1998, raccoglie trenta racconti scritti tra il primo dicembre 1996 e il 30 gennaio 1998, con una scansione quasi programmatica: “a leggerne uno al giorno ci si impiega un mese paro paro”, come spiega l’autore nella nota conclusiva. Nel loro insieme offrono un mese di casi polizieschi, di deviazioni dal quotidiano, di smagliature nella normalità, che definiscono il perimetro umano e morale del celebre commissario di Vigàta. La varietà è il primo dato che colpisce: non tutti i racconti comportano fatti di sangue, anzi spesso l’indagine nasce da furti senza sottrazioni indebite, infedeltà coniugali o memorie rimosse. È un Montalbano che si muove in territori laterali rispetto al giallo classico, affidandosi più ai ghiribizzi estemporanei del “ciriveddro” che al codice penale. In L’odore del diavolo, forse il racconto più fortunato della raccolta, l’indagine prende avvio da una sensazione quasi fisica, da un disagio olfattivo e morale insieme: il male non è tanto nel crimine quanto nell’ipocrisia che lo circonda, e la soluzione arriva per accumulo di dettagli minimi, come spesso accade nel miglior Camilleri. Ne Il compagno di viaggio, nato da uno spunto del “Noir in Festival” di Courmayeur, il commissario si confronta con un incontro casuale che apre a una riflessione sul destino e sull’identità, mentre Il patto mette in scena un accordo silenzioso, ambiguo, che costringe Montalbano a misurarsi con i limiti della giustizia formale. Diverso ancora il tono de I miracoli di Trieste, dove il trasferimento geografico diventa occasione per osservare il personaggio fuori dal suo habitat naturale, a conferma che Vigàta è uno stato dell’anima (prima ancora che un luogo). Non mancano inoltre racconti che approfondiscono gli interessi culturali di Montalbano, per esempio la passione per la lettura, come accade nel giallo letterario al centro de La sigla. E talvolta la raccolta offre piccoli spaccati legati a personaggi di contorno, come il giornalista Niccolò Zito: da un suo invito a pranzo in famiglia per inaugurare la riapertura della casa estiva nasce il classico gioco a guardie e ladri con Francesco, il figlioletto dell’amico, nel godibile racconto intitolato proprio Guardie e ladri, che poi si sviluppa per davvero in un sorprendente poliziesco. Accanto a questi racconti più noti, la raccolta offre storie intriganti ambientate agli inizi della carriera del commissario, quasi a costruire una retrospettiva involontaria del personaggio, e casi minori solo in apparenza, che servono a definire meglio il suo rapporto con l’autorità, con il potere e con se stesso. Camilleri gioca apertamente con i generi e con le aspettative del lettore, ricordando che “la vita stessa, assai superiore in fatto d’invenzioni alla fantasia, non è che una pura coincidenza”. Un mese con Montalbano si rivela dunque molto più di una raccolta d’esordio: è il manifesto implicito di un mondo narrativo in espansione, dove il commissario appare già compiutamente umano, contraddittorio, insofferente alle semplificazioni, insomma, il commissario più amato dagli italiani. Un libro vario, spesso sorprendente, “macàri” necessario per capire da dove nasce il mito di Montalbano.

Andrea Camilleri, Un mese con Montalbano, Milano, Mondadori, 1998; pp. 358

lunedì 12 gennaio 2026

IL RAZZISMO SPIEGATO A MIA FIGLIA

Si tratta di un libro semplicissimo, come l’autore, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, classe 1944, racconta nell’introduzione. La genesi de Il razzismo spiegato a mia figlia è una domanda rivolta a Jelloun da sua figlia Merièm nel 1997, quando era una ragazzina di dieci anni, subito dopo aver partecipato ad una manifestazione contro un progetto di legge francese sull’ingresso e sul soggiorno degli stranieri in Francia: “Dimmi, babbo, cos’è il razzismo?” Da qui è nato un tentativo di spiegazione, che poi è diventato un testo che l’autore ha riletto con la figlia, coinvolgendo poi anche due amiche di Merièm, e che in seguito Jelloun ha riscritto almeno quindici volte, tenendo conto delle prime osservazioni da esso innescate e alla costante ricerca della semplicità e dell’obiettività. Perché, secondo Tahar Ben Jelloun, nessun bambino nasce razzista, ma lo diventa per l'influenza (ovviamente negativa) dell'ambiente che ha intorno a lui. Il libro è costruito come un ininterrotto dialogo tra la figlia, che fa domande, e il padre, che cerca di risponderle in modo semplice e puntuale: vengono così tratteggiati concetti fondamentali per la convivenza civile come lo straniero, la discriminazione, l'antisemitismo, il genocidio e, ovviamente, il razzismo. Alla fine si esce dalla lettura con la sensazione di essersi arricchiti di ragionamenti essenziali ma fondamentali, perché, come spiega Ben Jelloun alla figlia, «le razze umane non esistono. Esiste un genere umano nel quale ci sono uomini e donne, persone di colore, di alta statura o di statura bassa, con attitudini differenti e variate. E poi ci sono molte razze animali. La parola razza non ha una base scientifica, è stata usata per mettere in evidenza gli effetti di diversità apparenti, cioè di fisionomia, che non devono creare divisioni tra gli uomini. Non si ha diritto di basarsi su tali differenze fisiche - il colore della pelle, la statura, i tratti del viso - per dividere l’umanità in modo gerarchico. In altre parole, non si ha il diritto di credere che per il fatto di essere di pelle bianca uno abbia delle qualità in più rispetto a una persona di colore. Ti propongo di non utilizzare più la parola “razza”, è stata a tal punto strumentalizzata da gente malintenzionata che è meglio sostituirla con l’espressione “genere umano”». Davvero difficile dar torto all'autore marocchino, che si rivela una saggista efficace quanto sensibile. Un testo assolutamente consigliato per tutti i bambini e per gli adulti che tendono a banalizzare i comportamenti discriminatori che affiorano ovunque intorno a noi nella nostra società e che non dobbiamo mai ignorare ma per cui è necessario intervenire prontamente e in modo mirato. Ne va delle generazioni future. 

Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Milano, Bompiani, 2000; pp. 93


OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...