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giovedì 19 marzo 2026

L'ORA DI FANTASCIENZA

Si tratta di una piccola antologia di narrativa di fantascienza nella collana scolastica dell’Einaudi “Letture per la scuola media”, ed è, senza esagerare, un piccolo gioiello di genere assemblato da Fruttero & Lucentini, uno dei più inossidabili sodalizi letterari italiani, il tandem che ha diretto la collana fantascientifica “Urania” di Mondadori per oltre un quarto di secolo, contribuendo in modo decisivo a formare l’immaginario fantascientifico di intere generazioni di lettori. L’ora di fantascienza raccoglie nel suo complesso ventiquattro racconti, articolati in quattro sezioni che, nel loro insieme, si proponevano di introdurre il giovane lettore a un genere di narrativa popolare variegato e complesso come quello della science fiction, o SciFi che dir si voglia, termine coniato nel 1926 da Hugo Gernsback, scrittore ed editore di “Amazing Stories”, la prima rivista fantascientifica della storia – la traduzione italiana fantascienza risale invece al 1952 e fu attribuita a Giorgio Monicelli, all’epoca direttore di “Urania” –. L’indice della raccolta gioca con intelligenza sui quattro grandi nodi tematici del genere: l’incontro con specie aliene, i viaggi nello spazio (compresa la sempre affascinante variante del viaggio nel tempo), i computer e i robot, l’immaginazione del futuro, qui declinata ora in chiave utopica, ora distopica. Ne esce una mappa compatta ma sorprendentemente ricca, capace di restituire al lettore alle prime armi la varietà di registri e di idee che caratterizzano la fantascienza, ben oltre gli stereotipi più superficiali. Il tutto prende forma attraverso gli sguardi multiformi di sedici autori, tra cui spiccano Fredric Brown (il nume tutelare del racconto breve con finale a sorpresa), Isaac Asimov (il più grande architetto di mondi razionali), Arthur C. Clarke (il più visionario), Richard Matheson (il più crudo e perturbante) e Ray Bradbury (il più lirico e struggente). Ma il pregio maggiore dell’antologia sta forse proprio nella capacità di far dialogare voci celebri e nomi meno noti, offrendo una panoramica equilibrata e mai scontata. Si comincia con Sentinella di Brown, brevissimo quanto spiazzante, quasi un manifesto del racconto fulmineo a rovesciamento finale, per chiudere con Il posto senza nome di Raylyn Moore, racconto inquieto e sospeso; in mezzo, il volume dissemina autentiche gemme di genere come Nato d’uomo e di donna di Richard Matheson, disturbante e indimenticabile, I dati disponibili sulla Reazione Worp di Lion Miller, piccolo esercizio di immaginazione scientifica, Strada buia di Clarke, Parola chiave di Asimov, La settima vittima di Richard Sheckley, Giorno d’esame di Henry Slesar e L’ultima pozzanghera di Ballard, ognuno capace, a suo modo, di lasciare una traccia. A distanza di anni, questa antologia conserva intatta la sua funzione: non solo porta d’ingresso per lettori giovani, ma anche agile repertorio per chi voglia riscoprire, in forma breve, alcune delle intuizioni più fertili della fantascienza classica. Un libro che si legge velocemente, ma che continua a lavorare nella mente, come spesso accade con i racconti migliori. Da non perdere.

AA.VV., L’ora di fantascienza, a c. di C. Fruttero e F. Lucentini, Torino, Einaudi, 1990; pp. 316

domenica 22 febbraio 2026

IL FULMINANTE ESORDIO DI CARVER: VUOI STAR ZITTA, PER FAVORE?

Unanimemente riconosciuto come uno degli autori contemporanei più innovativi della narrativa breve, Raymond Carver (1938-1988) pubblicò la sua prima raccolta, Vuoi star zitta, per favore?, nel 1976, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza tormentata, e non è azzardato pensare che il successo quasi immediato del libro abbia contribuito in modo decisivo a salvarlo, rimettendolo in carreggiata e aprendogli nuovi orizzonti narrativi. La raccolta riunisce ventidue racconti che rappresentano in modo esemplare lo stile scarnificato e personalissimo di Carver, autore che amava raccontare per sottrazione le idiosincrasie della vita quotidiana dei suoi personaggi, uomini e donne comuni, spesso pericolosamente in bilico sull’orlo del nulla, esposti tanto alla perdita definitiva quanto a un recupero in extremis. Sono disoccupati che faticano ad arrivare alla fine del mese, individui sull’orlo dell’alcolismo – o già precipitati dentro mani e piedi –, coppie in crisi o incapaci di convivere, persone smarrite, prive di prospettive e di appigli. Carver li segue con uno sguardo disincantato e minimalista, registrandone i gesti minimi e i silenzi carichi di tensione lungo giornate inconcludenti, che non lasciano presagire mutamenti positivi. La raccolta si apre con il ritratto grottesco del freak al centro di Grasso e si chiude con il manifesto dell’incomunicabilità relazionale dell’ultimo racconto, che presta il titolo all’intera raccolta. In mezzo affiorano autentiche gemme di minimalismo narrativo come Vicini, spiazzante storia di una coppia che, chiamata a badare alla casa dei propri dirimpettai, rischia di perdersi nelle vite presunte degli altri nel tentativo di attribuire un senso alle proprie, forse inesistenti (o insignificanti), oppure Loro non sono mica tuo marito, un racconto di feroce crudeltà familiare, o ancora il confronto teso e claustrofobico al centro di Si metta nei miei panni, che oppone due coppie in un incontro carico di disagio. Sono storie amare, in cui l’atmosfera spesso si taglia col coltello, quando non risulta apertamente deprimente, ma che restituiscono al lettore l’impressione di entrare in contatto con scorci di umanità più vera del vero, un pregio che pochi racconti seppero offrire prima dell’irruzione di Carver sulla scena letteraria. Vuoi star zitta, per favore? costituisce un punto di partenza ideale per scoprire l’opera di uno dei più grandi scrittori di racconti brevi di sempre, anche per una scelta coerente e programmatica: Carver fu infatti uno dei più convinti assertori dell’idea che un buon racconto breve valga quanto una dozzina di brutti romanzi. Non a caso, in carriera, scrisse solo racconti e poesie.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore?, Milano, Garzanti, 1992; pp. 237 

IL DECAMERON: CENTO STORIE PER RICOSTRUIRE IL MONDO

Sfogliare il Decameron ai giorni nostri significa, letteralmente, affacciarsi sul picco indiscusso della narrativa italiana antica: Giovanni Boccaccio è infatti lo scrittore indicato dagli umanisti tra Quattro e Cinquecento come il modello per eccellenza della narrazione in prosa. La ragione essenzialmente si deve al fatto che, nonostante Boccaccio si sia messo alla prova anche con altri generi (dai poemi in ottave ai testi eruditi in latino), con il Decameron ha creato un castello narrativo che fino a quel momento, semplicemente, non esisteva: una centuria di storie articolate per temi e contenute all’interno di un’altra storia, quella della cosiddetta “cornice”, ambientata nei giorni bui in cui l’umanità versava tragicamente intorno allo scrittore durante la grande peste nera di metà Trecento. Parlare in termini architettonici del capolavoro di Boccaccio è in effetti assolutamente naturale: dopo un proemio d’autore che ci spiega come il libro sia dedicato alle donne innamorate e prive di occupazioni (per le altre può bastare “l’ago, il fuso e l’arcolaio”), arriva il cosiddetto “orrido cominciamento” in cui scopriamo la terribile ambientazione pestilenziale e l’incontro dei dieci giovani (sette femmine e tre maschi) che compongono la “lieta brigata” nella chiesa di Santa Maria Novella. Tutti sono rimasti senza famiglia e spontaneamente nasce l’idea di trasferirsi nella villa sulle pendici di Fiesole di una di loro a trascorrere il tempo felicemente con giochi e sollazzi di vario genere. È qui che si stabilisce di creare una sorta di monarchia a turno per governare l’andamento delle giornate: l’attività di raccontar novelle senza tema prefissato viene così apprezzata da tutto il gruppo che al termine della prima giornata si stabilisce di “restrigner dentro di alcun termine” l’oggetto del narrare, raccontando ogni giorno novelle a tema assegnato – tranne Dioneo, che avrà il privilegio di narrare a piacere ma racconterà sempre per ultimo –. Così, nella seconda giornata si parla dei rovesci di fortuna con lieto fine, nella terza dell’industria (spesso erotica) applicata per recuperare ciò che si desidera, nella quarta di amori infelici (tema avversato da tutti i narratori), nella quinta per reazione di amori a lieto fine, nella sesta dei piacevoli motti (sempre risolutivi, tranne l’eccezione che conferma la regola), nella settima di beffe muliebri, nell’ottava di beffe generiche, nella nona si riprende fiato con novelle a tema libero in vista della gara di magnificenza delle novelle della decima e ultima giornata. Non è uno schema rigido e perfetto, dato che, tanto per fare un esempio, oltre alle cento novelle divise in dieci giornate esiste addirittura una mezza novella narrata dall’autore stesso nell’introduzione della quarta giornata per affermare che il sentimento amoroso è insopprimibile nei giovani (la cosiddetta “novella delle papere”). I narratori si alternano come re e “reine” di giornata stabilendo ogni volta il tema di cui narrare l’indomani ristabilendo una sorta di monarchia a turno che ristabilisce un ordine che nel mondo reale non esiste più a causa della peste, mentre la realtà attualmente in frantumi viene ricostruita con le storie: nell’alternanza delle novelle assistiamo infatti alla rappresentazione dei principali ordini sociali, dal popolo minuto alla nobiltà, dai religiosi ai mercanti. Nella centuria boccacciana corre l’obbligo di ricordare almeno la prima della prima giornata con l'invenzione della santità iperbolica di Ser Ciappelletto, l'escursione nella Napoli criminale del sensale di cavalli Andreuccio da Perugia nella quinta novella della seconda giornata, l'incredibile realizzazione erotica nel monastero del muto (per finta) Masetto da Lamporecchio nella novella che apre la terza giornata, la struggente novella d'amor perduto di Lisabetta da Messina nella quinta novella della quarta giornata, l'estremo sacrificio per amore di Federigo degli Alberighi nella nona novella della quinta giornata, l'ironia dei motti arguti di Madonna Oretta e di Cisti fornaio nella prima e nella seconda novella della sesta giornata, le pruriginose beffe giocate dalle mogli ai mariti della settima giornata e le divertentissime beffe del ciclo di Calandrino (il beffato d'obbligo del libro) a cavallo tra l’ottava e la nona giornata, come ad esempio la straordinaria avventura in cerca dell'elitropia lungo il corso del Mugnone narrata nella terza novella dell’ottava giornata, ed infine l'apoteosi dell'annullamento di se stessi per amore nella novella di Griselda, l'ultima del libro, che l'amico Petrarca volle tradurre in latino. Boccaccio è inoltre il primo a proporre letture pubbliche della Commedia di Dante Alighieri (a cui aggiunse l’aggettivo divina, poi rimasto nella tradizione) e dunque nel Decameron figurano novelle di evidente sapore dantesco, come la sovrannaturale caccia infernale narrata nella novella ottava della quinta giornata, che ha per protagonista Nastagio degli Onesti. Sintetizzare in modo equilibrato il capolavoro di Boccaccio è quasi impossibile: a livello di cast di personaggi il libro, come si è già rilevato, offre una rappresentazione onnicomprensiva di quasi tutte le categorie della società medievale, utilizza tutti i registri linguistici possibili per descriverla realisticamente, ha ambientazioni sparse per tutto il mondo conosciuto al tempo, sa alternarsi con efficacia tra commedia e tragedia, tra narrazioni centrate su una battuta istantanea come tra articolatissime storie di afflato romanzesco. Il Decameron in conclusione appartiene a pieno titolo alla categoria che Calvino definiva classico: un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire alle generazioni di lettori che dalla metà del Trecento ai giorni nostri continuano a sfogliarlo.

Giovanni Boccaccio, Decameron, a c. di V. Branca, Torino, Einaudi, 1989; pp. 1362

mercoledì 11 febbraio 2026

FAVOLE AL TELEFONO, IL CAPOLAVORO DI GIANNI RODARI

È diventato un classico della narrativa per l’infanzia ormai da diversi decenni: Favole al telefono è uno di quei libri che sembrano piccoli solo perché stanno comodamente in una tasca o sul comodino di un bambino, ma che in realtà aprono finestre enormi sul mondo, sul linguaggio e sull’immaginazione. Rodari lo pubblicò nel 1962 e l’idea narrativa alla base di questa raccolta è geniale nella sua semplicità: un padre sempre in viaggio per lavoro ogni sera chiama la figlia per raccontarle una storia brevissima – perché le telefonate costano care e lui, essendo un ragioniere, sta attento agli sprechi –. Da questo limite nasce una forza: favole rapide, fulminanti, costruite con poche parole precise, capaci però di restare impresse molto più a lungo di racconti ben più estesi. È qui che Rodari mostra tutta la sua grandezza di scrittore, maestro e pedagogista: non semplifica il pensiero, semplifica la forma, lasciando intatto lo stupore. Da Il cacciatore sfortunato a Storia universale, nelle settanta storie raccolte di questo libro troviamo città fatte di gelato, palazzi di caramelle, bambini che cambiano il mondo con una domanda imprevista, ma anche una costante attenzione alla giustizia, alla solidarietà, alla libertà di pensiero. Rodari non racconta favole per addormentare, ma per risvegliare la coscienza civile dei suoi piccoli lettori: ogni racconto è un invito a guardare la realtà da un’angolazione diversa, a non accettare le cose “perché si è sempre fatto così” ma a trovare il coraggio per fare la scelta giusta. Il linguaggio è limpido, ironico, mai condiscendente, e proprio per questo funziona con i bambini di ieri e di oggi, ma anche con gli adulti che hanno voglia di rimettersi in gioco come lettori. Favole al telefono è un libro che insegna senza dare lezioni, che diverte senza essere leggero, che educa senza mai risultare educativo in senso stretto. È una palestra di immaginazione, ma anche un manuale silenzioso di cittadinanza, perché nelle storie di Rodari il mondo può cambiare solo se qualcuno osa immaginarlo diverso. Rileggerlo oggi significa riscoprire il valore della parola breve, della fantasia come strumento critico e della letteratura come gesto quotidiano di cura, proprio come una telefonata serale fatta per non lasciare sola una bambina prima di dormire.

Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 2011; pp. 213

domenica 1 febbraio 2026

CENTO RACCONTI DI RAY BRADBURY: LE STORIE SONO QUI...

Scrittore e sceneggiatore, l’americano Ray Bradbury (1920-2012) è stato uno degli autori più poliedrici e prolifici del Novecento, nonché uno degli innovatori del genere fantascientifico, a cui ha dedicato Cronache marziane e Fahrenheit 451, i suoi indiscussi capolavori romanzeschi, divenuti molto presto dei classici. Probabilmente però Bradbury ha realizzato al massimo il suo potenziale nella misura della narrativa breve, a cui si è dedicato durante tutto l’arco della sua lunga carriera. Da questo punto di vista la sua raccolta imprescindibile è quella assemblata dallo stesso autore per Knopf nel 1980, intitolata The Stories of Ray Bradbury, che raccoglie i suoi cento migliori racconti e che in Italia è uscita per i tipi della Mondadori con il titolo Cento racconti. Per usare le parole di Bradbury, si tratta di un libro da definire così: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Il filo rosso di questo corposo volume, che cuce insieme le cento storie in esso contenute, è semplicemente la felicità che ne ha caratterizzato la composizione: Bradbury, per sua stessa ammissione, scriveva infatti per la bellezza insita nell’attività di comporre storie per il gentile pubblico dei suoi lettori, storie che spesso lo sceglievano come portale vivente per materializzarsi nel mondo e finire sulla pagina scritta. E sono storie diversissime, scritte con lo stile avvolgente e sorprendente che i fedeli fan dello scrittore americano hanno imparato ad apprezzare negli anni, spesso ambientate nelle sonnacchiose cittadine di provincia degli States, in viaggi temporali alla ricerca di terrificanti dinosauri, in mondi alieni dove una pioggia incessante consente di vedere il sole solo ogni sette anni, in torbidi specchi d’acqua che nascondono insidie mortali. Storie diversissime, spesso interpretate da personaggi altrettanto variegati: vampiri, robot, adolescenti apparentemente come tutti gli altri, fenomeni da baraccone e così via. Talvolta sospese tra un’insostenibile nostalgia per il bel tempo andato e squarci di fantastico allo stato puro. Roba forte, insomma. E scritta dannatamente bene. Le storie sono qui…

Ray Bradbury, Cento racconti, Milano, Mondadori, 2018; pp. 1380

martedì 20 gennaio 2026

UN MESE CON MONTALBANO: CAMILLERI RACCONTA

È il primo volume di racconti dedicato da Andrea Camilleri (1925-2019) al personaggio del commissario Salvo Montalbano, e già qui si avverte che non si tratta di un’operazione ancillare rispetto ai romanzi, ma di un vero e proprio laboratorio narrativo. Un mese con Montalbano, uscito nel 1998, raccoglie trenta racconti scritti tra il primo dicembre 1996 e il 30 gennaio 1998, con una scansione quasi programmatica: “a leggerne uno al giorno ci si impiega un mese paro paro”, come spiega l’autore nella nota conclusiva. Nel loro insieme offrono un mese di casi polizieschi, di deviazioni dal quotidiano, di smagliature nella normalità, che definiscono il perimetro umano e morale del celebre commissario di Vigàta. La varietà è il primo dato che colpisce: non tutti i racconti comportano fatti di sangue, anzi spesso l’indagine nasce da furti senza sottrazioni indebite, infedeltà coniugali o memorie rimosse. È un Montalbano che si muove in territori laterali rispetto al giallo classico, affidandosi più ai ghiribizzi estemporanei del “ciriveddro” che al codice penale. In L’odore del diavolo, forse il racconto più fortunato della raccolta, l’indagine prende avvio da una sensazione quasi fisica, da un disagio olfattivo e morale insieme: il male non è tanto nel crimine quanto nell’ipocrisia che lo circonda, e la soluzione arriva per accumulo di dettagli minimi, come spesso accade nel miglior Camilleri. Ne Il compagno di viaggio, nato da uno spunto del “Noir in Festival” di Courmayeur, il commissario si confronta con un incontro casuale che apre a una riflessione sul destino e sull’identità, mentre Il patto mette in scena un accordo silenzioso, ambiguo, che costringe Montalbano a misurarsi con i limiti della giustizia formale. Diverso ancora il tono de I miracoli di Trieste, dove il trasferimento geografico diventa occasione per osservare il personaggio fuori dal suo habitat naturale, a conferma che Vigàta è uno stato dell’anima (prima ancora che un luogo). Non mancano inoltre racconti che approfondiscono gli interessi culturali di Montalbano, per esempio la passione per la lettura, come accade nel giallo letterario al centro de La sigla. E talvolta la raccolta offre piccoli spaccati legati a personaggi di contorno, come il giornalista Niccolò Zito: da un suo invito a pranzo in famiglia per inaugurare la riapertura della casa estiva nasce il classico gioco a guardie e ladri con Francesco, il figlioletto dell’amico, nel godibile racconto intitolato proprio Guardie e ladri, che poi si sviluppa per davvero in un sorprendente poliziesco. Accanto a questi racconti più noti, la raccolta offre storie intriganti ambientate agli inizi della carriera del commissario, quasi a costruire una retrospettiva involontaria del personaggio, e casi minori solo in apparenza, che servono a definire meglio il suo rapporto con l’autorità, con il potere e con se stesso. Camilleri gioca apertamente con i generi e con le aspettative del lettore, ricordando che “la vita stessa, assai superiore in fatto d’invenzioni alla fantasia, non è che una pura coincidenza”. Un mese con Montalbano si rivela dunque molto più di una raccolta d’esordio: è il manifesto implicito di un mondo narrativo in espansione, dove il commissario appare già compiutamente umano, contraddittorio, insofferente alle semplificazioni, insomma, il commissario più amato dagli italiani. Un libro vario, spesso sorprendente, “macàri” necessario per capire da dove nasce il mito di Montalbano.

Andrea Camilleri, Un mese con Montalbano, Milano, Mondadori, 1998; pp. 358

lunedì 15 dicembre 2025

NATALE IN GIALLO: UNA RACCOLTA MISTERIOSA DA LEGGERE SOTTO LE FESTE

Natale in giallo è una di quelle raccolte che trasformano il periodo delle feste in un intrigante laboratorio di suspense, mostrando come il Natale — con la sua tradizionale aura di calore e convivialità — possa al tempo stesso offrire un terreno fertile per ombre, enigmi e colpi di scena. Queste antologie a tema, infatti, quando ben assemblate, non sono solo un mero espediente editoriale, ma un modo per esplorare l’ambivalenza delle feste: la gioia condivisa che si intreccia con desideri più oscuri, tensioni mai confessate e misteri nascosti che aspettano di emergere proprio mentre tutto sembra sfavillare intorno. In Natale in giallo il filo rosso non è tanto il crimine in sé, quanto la frattura tra l’ideale collettivo di Natale e la compresenza di inquietudine e ironia che serpeggia nell'ambientazione festiva stessa. La raccolta assortisce dieci racconti di autori anglosassoni e statunitensi vissuti tra l’Ottocento e il primo Novecento, ciascuno con la propria declinazione del mistero natalizio: Meredith Nicholson, Damon Runyon, E. W. Hornung, Thomas Hardy, Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle, Ethel Lina White, Amelia B. Edwards, Saki e Francis Scott Fitzgerald. In questo mosaico di stili e sensibilità emergono storie che mutano il Natale in occasione di riflessione, ironia e, ovviamente, suspense. Saki con I lupi di Cernogratz offre un racconto dall’atmosfera gotica e quasi sovrannaturale in cui, nell'inquietante ambientazione in un maniero perso tra i boschi, prende forma la sottile beffa finale di un narratore che sembra divertirsi a sovvertire le nostre aspettative sulla bontà delle feste. Il grande Robert Louis Stevenson si confronta invece con l'amato tema del doppio in Markheim, un racconto che esamina la natura morale di chi compie un crimine in un giorno sacro. Stevenson, maestro dell’analisi psicologica e della tensione morale, conduce il lettore attraverso riflessioni intime e inquietanti: il Natale qui è al contempo specchio e giudice dell’anima. Nel solco della tradizione di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle propone L’avventura del carbonchio azzurro, uno dei suoi racconti più celebri. Qui il Natale è il contesto (bizzarro e frizzante) in cui Holmes e Watson risolvono un caso che parte da un cappello trovato assieme a un’oca e approda alla scoperta del prezioso gioiello scomparso. Conan Doyle gioca con l’umorismo e l’ingegno deduttivo, mostrando come persino una festa di doni e relazioni familiari possa nascondere un intrigo ben costruito. Francis Scott Fitzgerald, infine, sorprende con L’augurio natalizio di Pat Hobby, in cui l’eleganza malinconica dello scrittore americano si intreccia con un’ironia sottile: il protagonista, un vecchio sceneggiatore hollywoodiano, incarna la fragilità umana sospesa tra ricordi di successi passati e le speranze ferite del presente. Anche qui, il Natale non è solo una festa tradizionale ma l'occasione di bilanci e di piccole, amare rivelazioni sul desiderio umano di riscatto e di riconoscimento. Oltre ai quattro racconti citati, la raccolta include altri testi che meritano una menzione: Meredith Nicholson con Un Babbo Natale a rovescio, dove tradizione e paradosso si giocano in una trama divertente e sorprendente; Damon Runyon con Il Natale di Ballerino Dan, che regala un ritratto umoristico e insieme toccante della piccola malavita newyorkese durante le feste; e Ethel Lina White con Statue di cera, un perfetto esempio di giallo psicologico che utilizza l’ambientazione inusuale per intensificare la suspenseQuesta antologia, con la sua varietà di voci, tempi e approcci, dimostra come il Natale possa essere un tema narrativo curiosamente fertile: non solo per il suo carico di simboli, ma perché costringe ogni autore a interrogarsi sulle contraddizioni umane che emergono quando il tempo del dono si fonde con quello dell’incertezza. In un equilibrio che alterna leggerezza e profondità, ironia e vertigine, Natale in giallo è dunque una proposta che va oltre il semplice piacere della lettura stagionale: è un invito a vedere le feste con occhi nuovi, più curiosi e meno buonisti.

AA.VV., Natale in giallo, Torino, Einaudi, 2020; pp. 239

mercoledì 19 novembre 2025

PAURA! UNA RACCOLTA DI CLASSICI DAVVERO HORROR

Si intitola semplicemente Paura! (punto esclamativo compreso) ed è una raccolta a tema horror di marca rigorosamente gotica. Si tratta di un libro che assortisce sedici celebri racconti di quattordici famosi scrittori, ma adattati dalla penna di Donatella Ziliotto (1932-2025), scrittrice, editor e traduttrice triestina che ha rivestito un ruolo di primo piano nella narrativa per ragazzi italiana. Nel loro complesso questi racconti rivisitati – peraltro arricchiti dalle inquietanti illustrazioni di Laura Re – scandiscono le molteplici sfumature della parola paura attraverso un susseguirsi di atmosfere da brivido e situazioni lugubri e spaventose, sia quando sono giocati come un insostenibile crescendo di tensione in direzione di un terrificante finale, sia quando partono con un’esplosione di orrore fin dalla prima pagina senza dare un attimo di tregua al malcapitato lettore… La scelta della Ziliotto è una sapiente miscela di classici del genere e gemme meno conosciute di autori comunque famosi: il risultato è una serie di versioni sicuramente sintetiche ma talvolta anche più scorrevoli rispetto ai racconti originali, che funzionano (e fanno paura) anche così. Il volume si apre con una storia fiabesca come La bambina di neve di Nathaniel Hawthorne e si conclude con La scelta del fantasma di sir Arthur Conan Doyle (autore di cui tra parentesi è stato qui adattato anche Il gatto brasiliano). In mezzo ci sono un classico del gotico come Il cavaliere senza testa di Washington Irving, un cult assoluto come Il gatto nero del sommo Edgar Allan Poe (forse il racconto di paura più famoso di tutti i tempi), la dinamica ghost story Diventare un fantasma di Herbert George Wells, il fantastico plot de La rivolta degli oggetti di Guy de Maupassant, La porta spalancata di Saki, un altro capolavoro del gotico romantico quale L’uomo di sabbia di E.T.A. Hoffmann e Una notte col morto di Ambrose Bierce, racconto davvero ricco di inquietudine. Insomma, se amate le storie horror a pronta presa che si leggono in pochi minuti e ti lasciano i brividi nelle ossa per ore, Paura! è proprio la raccolta che fa per voi…

Donatella Ziliotto, Paura! Classici col brivido, Torino, Einaudi Ragazzi, 2019; pp. 214

martedì 18 novembre 2025

STORIE DI GIOVANI FANTASMI (GARANTISCE ASIMOV)

S’intitola Storie di giovani fantasmi ed è un’intrigante raccolta horror a tema rigorosamente ectoplasmico: assortisce nel complesso dieci storie di fantasmi (ovviamente giovani) che sono state assemblate dal nume indiscusso della fantascienza novecentesca, Isaac Asimov. Nella godibile introduzione il grande scrittore e divulgatore scientifico americano si schermisce col gentil pubblico ammettendo candidamente in apertura di non credere ai fantasmi – sarebbe stato difficile immaginare il contrario, considerando il pedigree scientifico di Asimov – per dichiarare con sincerità un attimo dopo che comunque non gli piacerebbe affatto l’idea di trascorrere una notte in una casa infestata… In effetti l’idea dell’esistenza dei fantasmi è profondamente radicata nella cultura popolare e affonda le sue radici nella storia remota dell’umanità: il termine inglese ghost si riallaccia al tedesco Geist, che significa “spirito”, in inglese spirit, un sinonimo di ghost ma con un’accezione meno spaventosa. Il passo successivo è il latino spiritus, che è associato all’idea di respiro vitale che s’interrompe con la morte, e spiega l’associazione dei fantasmi con le lenzuola bianche ovvero i sudari con cui nell’antichità venivano sepolti i cadaveri. Comunque sia – e superstizioni a parte – all’interno di questa raccolta trovano spazio le dieci storie di altrettanti maestri dell’horror di marca gotica che, senza servirsi di descrizioni raccapriccianti ma col sapiente uso della suspense, ci faranno incontrare con viandanti ormai defunti per strada, con gli spiriti dei tempi andati, con giovani fantasmi legati all’antica stanza dei giochi del passato. E alcuni sono davvero delle chicche di genere, come l’ombrosa storia on the road di Sulla strada di Brighton di Richard Middleton, il malinconico viaggio nel passato studentesco di Vecchi fantasmi di Richard Matheson o l’inquietante escursione naturistica de La strada del crepuscolo di Hesba Fay Brinsmead. Insomma, che crediate o no nei fantasmi, una lettura perfetta per chi ama le storie lugubri e ricche di tensione. Da provare.

AA.VV., Storie di giovani fantasmi, a c. di I. Asimov, Milano, Mondadori, 1999; pp. 177

 

martedì 20 maggio 2025

VIAGGIA VERSO, UN LIRICO ON THE ROAD VERSO L’ADOLESCENZA

Scrittrice pluripremiata di libri di poesia e di prosa rivolti all’infanzia e all’adolescenza, Chiara Carminati è nata e vive a Udine; tra le tante opere pubblicate finora, è doveroso ricordare almeno il recente Fuori fuoco, che si è aggiudicato il Premio Strega Ragazzi e Ragazze nell’edizione 2016. Il suo libro più intrigante s’intitola Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans ed è una raccolta illustrata di ben ottanta poesie rivolte all’adolescenza e dintorni, un variegato mondo che raccoglie ragazzi dai dieci-undici anni in su, perché spesso anche gli adulti conservano dentro di sé un pezzettino del ragazzo del tempo andato. Questo viaggio lirico comincia con una poesia programmatica come Perché odio la poesia, dove l’autrice spiega che appunto odia la poesia “quando spreme / il succo alle stagioni / il sangue agli ideali / i nomi alle emozioni”: e già l’apripista è indicativa del particolare stile della Carminati, basato su versi che si succedono quasi senza interpunzione, o talvolta giocati su parole che sembrano alternarsi seguendo suggestioni spontanee, ma capaci comunque di catturare sprazzi dell’universo giovanile che intendono raccontare, schegge di storie adolescenziali, fotografie delle tendenze dei ragazzi di oggi, i cosiddetti nativi digitali. Una poesia dopo l’altra scopriremo la meraviglia dell’adolescenza, fatta delle forti suggestioni che caratterizzano un periodo esistenziale in cui l’amicizia è tutto, in cui si scopre il vero amore, ci si perde dietro la moda, si viene assorbiti dall’estetica di riferimento o ci si sente esplodere dentro la scintilla della protesta. Insomma, l’adolescenza in versi, come esemplifica alla perfezione In mezzo: “Quelli piccoli sanno di minestrina / astucci di plastica / gomma / da cancellare / e di sono come / tu mi vuoi / quelli grandi sanno / di sudore / scarpe da ginnastica / gomma / da masticare / e di non saremo mai / come voi / E in mezzo / in bilico / tra prima e poi / ci siamo noi”. Il tutto, con un’ironia costante sullo sfondo, che a volte emerge in modo fulminante, come in Poesia: “Quando il cielo è di panna montata / e sui monti c’è zucchero a velo / Quando il sole è un’arancia candita / e il tramonto è sciroppo amarena / Quando il mare è una zuppa di pollo / e la sabbia è color caramello / allora non sono poeta. / Sono a dieta”. Contrappuntano con efficacia ed ironia le illustrazioni di Pia Valentinis. Assolutamente da provare.

Chiara Carminati, Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans, Milano, Bompiani, 2018; pp. 144 

giovedì 24 aprile 2025

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D'AMORE

L’autore di questa raccolta è Raymond Carver (1938-1988), uno scrittore considerato il nume tutelare della short story americana e del cosiddetto minimalismo, una tendenza letteraria diffusasi negli Stati Uniti negli anni Ottanta del secolo scorso, che tratteggia squarci di realtà quotidiana con uno stile essenziale. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore comprende diciassette racconti che, nel loro insieme, rileggono tout court il concetto di narrativa breve, realizzando un salto in avanti sul piano del realismo, paragonabile forse soltanto alla forza dialogica (e anche al non detto) dei racconti di Ernest Hemingway. Carver riesce nell’impresa di catturare, nei propri testi, la lingua d’uso del suo tempo così come se ne servivano i suoi personaggi privilegiati: la gente comune, “fotografata” nelle sue idiosincrasie, nelle sue dipendenze – a partire da quella dell’alcolismo, vissuta in prima persona dall’autore – e nei suoi lavori ordinari, senza prospettive. Carver scriveva di ciò che aveva intorno e sotto gli occhi giorno dopo giorno. Semplicemente, scriveva racconti brevi perché la vita stressante di ogni giorno non gli consentiva di mantenere la concentrazione necessaria per affrontare un romanzo. Scriveva di getto, per poi rielaborare per sottrazione, cogliendo l’essenziale delle storie che lo avevano colpito. Sembra niente, invece fu una sorta di rivoluzione copernicana per quei lettori che si lasciarono incantare da questo straordinario cantore della normalità e della quotidianità, mentre altri si limitarono a bollarlo, superficialmente, come uno scrittore deprimente. In effetti, il milieu e le situazioni di certi suoi racconti potrebbero inizialmente dare questa impressione; in realtà, nascondono una ricchezza umana difficile da trovare altrove. Basti pensare al racconto che apre la raccolta, Perché non ballate?, che mostra una coppia di giovani innamorati in cerca di mobilia a buon mercato nel giardino di un uomo di mezza età che dà l’impressione di essersi da poco separato (e dell’incontro umano che ne deriva). Tra i racconti notevoli della raccolta, corre l’obbligo di citare almeno Di’ alle donne che andiamo, che narra la deriva di due uomini in libera uscita senza le rispettive compagne, e ciò che ne segue fino al dirompente finale di ordinaria brutalità. Molto efficace anche lo scenario di incomunicabilità tra due divorziati raccontato in Un discorso serio: Burt torna nella vecchia casa dove l’ex moglie Vera continua a vivere con i figli, deciso a fare con lei un discorso serio sul loro rapporto, un discorso che aleggia su tutta la storia senza che la comunicazione tra i due si attivi mai veramente. Il tutto è narrato in modo estremamente naturale, come se la storia si raccontasse da sola, sviluppandosi frase dopo frase. Esemplare, da questo punto di vista, anche il racconto che dà il titolo al libro, che fotografa la conversazione tra due coppie molto diverse, impegnate a bere e discutere su cosa sia veramente l’amore – un concetto che resta indecifrabile fino all’ultimo –. Una raccolta assolutamente da scoprire, un racconto dopo l’altro.

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Roma, Minimum Fax, 2009; pp. 153

sabato 5 aprile 2025

TESTI E NOTE DI ISAAC ASIMOV

La raccolta Testi e note è un'antologia che raccoglie ventiquattro racconti di fantascienza scritti dal grande Isaac Asimov tra il 1950 e il 1973 e già usciti in Italia in due distinti volumi della collana Urania. Negli Stati Uniti la raccolta si intitolava Buy Jupiter and Other Stories, un titolo che ha una storia piuttosto curiosa: uno dei racconti inclusi, infatti, il brevissimo e fulminante It Pays (tradotto in italiano con Pianeta comprasi), venne ribattezzato da un editor piuttosto creativo in Buy Jupiter – un gioco di parole con l’esclamazione inglese “By Jupiter!” – e ad Asimov (che neanche era stato consultato al riguardo) piacque così tanto che lo scrittore americano lo adottò addirittura per l'intera raccolta. L'edizione italiana propone invece un titolo come Testi e note che rende bene l'idea dell'elemento distintivo del volume, ovvero le introduzioni e i commenti dell'autore che accompagnano ogni racconto. Sono proprio quelle “note”, scritte da Asimov col suo caratteristico stile affabulatorio e ricco d'ironia a fare la differenza: l'autore di Io, robot racconta infatti come e perché tutte le storie sono nate, per quali riviste sono state scritte e quale accoglienza hanno ricevuto. Ne scaturisce un autoritratto informale, leggero e ricco di aneddoti simpatici, che aiuta a comprendere meglio non solo l’evoluzione dell'autore di fantascienza unanimemente riconosciuto come il più grande, ma anche come funzionava la macchina editoriale americana alla sua epoca. Il tratto distintivo dei racconti in genere è la loro brevità e varietà, nel complesso sono un’efficace esemplificazione del miglior Asimov: alcuni sono piccoli esperimenti narrativi, altri calibrati esercizi stilistici, altri ancora delle gemme di acume e umorismo. I racconti in assoluto più memorabili sono forse quelli della seconda parte, come l'esemplare Razza di deficienti! - in cui i terrestri prima sono segnalati come degni di entrare nei registri galattici di Naron e poi subito cancellati perché votati all'estinzione -, la divertente speculazione narrata in Pianeta Comprasi e la strepitosa riflessione sul senso ultimo dell'evoluzione robotica che emerge in Parola-chiave. Insomma, chi apprezza la fantascienza in Testi e note troverà pane per i propri denti, chi ama Asimov ci troverà tutto il resto.

Isaac Asimov, Testi e note, Milano, Mondadori, 1985; pp. 186

UNA RACCOLTA DI SAGGI ERRANTI DA DANTE A FENOGLIO

L’ultima fatica di marca critica di Hans Honnacker, docente di materie letterarie di chiara origine tedesca ma fiorentino d’adozione, è una raccolta di saggi che s’intitola Da Dante a Fenoglio. Si tratta di un percorso ondivago tra le ricerche letterarie dell’autore nell’ultimo trentennio, come testimoniato dal sottotitolo Sentieri letterari ‘erranti’, e anche dell’ideale chiusura di una tetralogia saggistica pubblicata con le Edizioni Erasmo a partire da Amore furioso: l’Ariosto e oltre nel 2016, continuata con Dante e oltre nel 2022 e quindi con Semplicemente Ariosto nel 2024. La raccolta presenta complessivamente cinque saggi critici, più una postilla e un’appendice che completano il volume, peraltro impreziosito da una serie di originali illustrazioni realizzate dagli ex studenti dell’autore. I saggi sono tutti inediti, ad eccezione del primo, dedicato a Dante, che descrive un'intrigante ricostruzione del personaggio di Attila tra Il Cantare dei Nibelunghi e la Commedia, opere (diversissime) che presentano due ritratti quasi opposti del leggendario sovrano degli Unni. Il secondo saggio della raccolta è invece una riflessione sulla funzione dell’ossimoro dolce-amaro nella concezione dell’amore che emerge dal Canzoniere di Francesco Petrarca, dove ha una frequenza che salta subito all’occhio. Il terzo saggio è un’indagine sul personaggio di Rinaldo nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, dove uno storico protagonista della tradizione cavalleresca viene scelto dall’autore come capostipite della dinastia estense (oltre che come eroe centrale del poema) con un esito più convincente in chiave encomiastica rispetto a quanto fatto dai suoi illustri predecessori Boiardo e Ariosto con la figura di Rugiero/Ruggiero, cavaliere pagano convertito alla fede cristiana divenuto poi similmente fondatore degli Este. Il quarto contributo è un’intrigante riflessione sull’importanza della forma dialogica nelle Operette morali di Giacomo Leopardi e sul rapporto di tale opera con l’apice della produzione lirica del poeta di Recanati, i cosiddetti Grandi idilli. Il quinto e ultimo saggio della raccolta è un confronto tra due romanzi molto diversi della letteratura italiana novecentesca quali Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda tramite il diverso uso del pastiche linguistico in entrambe le opere. La verve enciclopedica dell’autore tedesco si esplica anche nei due contributi che il volume offre in limine: il primo è un frizzante studio del personaggio di San Nicola e della sua metamorfosi innescata dalla nascente globalizzazione di marca americana nel Babbo Natale della pubblicità della Coca Cola, mentre il secondo è un poemetto giovanile in prosa ispirato dal primo viaggio in Grecia compiuto da Honnacker da adolescente (peraltro con traduzione a fronte dal tedesco). Insomma, una raccolta di saggi davvero interessante, vivamente consigliata agli eruditi ed ai curiosi generici.

Hans Honnacker, Da Dante a Fenoglio, Livorno, Edizioni Erasmo, 2024; pp. 113

domenica 30 marzo 2025

MAI DEVI DOMANDARMI DI NATALIA GINZBURG

Si tratta di un libro assai variegato e molto personale il cui titolo (che suona piuttosto particolare) è ripreso dal libretto del Lohengrin. Come precisato nell’avvertenza dalla stessa Natalia Ginzburg alla prima edizione del novembre 1970, Mai devi domandarmi raccoglie quasi tutti gli scritti pubblicati dall’autrice sulla “Stampa” dal dicembre 1968 all’ottobre del 1970, il racconto apripista La casa (uscito invece sul “Giorno” nel 1965) e altre prose inedite cui fu aggiunto nel 1989 il racconto Luna pallidassi, che era stato pubblicato dal “Corriere della Sera” nel 1976. Sono testi di argomenti molto diversi, alcune volte di taglio prettamente giornalistico e altre di tipologia memoriale, infatti la Ginzburg all’inizio era intenzionata a dividere queste prose tra quelle ispirate alla memoria e le altre, poi però ha realizzato che in qualche modo la memoria affiorava un po’ ovunque e così ha optato per un ordinamento cronologico. Mai devi domandarmi è la modalità espressiva più vicina a un diario che l’autrice di Lessico famigliare abbia prodotto nella vita, lei che non è mai riuscita a tenere un diario vero e proprio, trattandosi di annotazioni su ciò che nel tempo le “capitava di ricordare o pensare” sui più svariati argomenti: sono riflessioni sulla solitudine che ha caratterizzato la sua infanzia o il senso di stupore che può affiorare nella vecchiaia, sono recensioni (molto profonde e personali) dei libri letti e dei film visti, fotografie scritte delle sue esperienze sul lavoro, pensieri di natura politica o saggi ispirati ai grandi interrogativi dell'umanità, come sul credere in Dio oppure no. Ovviamente, in tutti questi saggi, articoli e racconti affiorano schegge autobiografiche di una grande scrittrice, di cui raccontano in modo apparentemente casuale tanti momenti topici di vita vissuta. L’edizione definitiva dell’Einaudi presenta un’introduzione firmata da Cesare Garboli e una corposa appendice del curatore Domenico Scarpa con notizie sui testi della raccolta e un’antologia della critica. Un libro tutto da scoprire.

Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, Torino, Einaudi, 2014; pp. 296

venerdì 28 marzo 2025

I QUARANTANOVE RACCONTI DI HEMINGWAY

Questa celebre raccolta di racconti fu pubblicata da Ernest Hemingway (1899-1961) nel 1938 insieme a La quinta colonna, che in Italia fu edita singolarmente da Einaudi nel 1946, mentre I quarantanove racconti uscirono l’anno dopo. Come lo stesso autore spiega nella prefazione, le prime quattro storie dell’indice sono le ultime che ha scritto, mentre le altre seguono fedelmente l’ordine in cui furono pubblicati per la prima volta: Su nel Michigan fu scritta per prima, a Parigi, nel 1921, mentre l’ultima fu telegrafata da Hemingway da Barcellona nel 1938. Sono racconti scritti nei luoghi dove lo scrittore americano si è alternato nell’arco di quasi vent’anni tra Europa, Stati Uniti, Canada e Cuba. Le quarantanove storie saltano da un genere all’altro e, a detta dello stesso Hemingway, sono sgrezzate con la mola, perché lui preferisce scrivere con “uno strumento storto e spuntato” ma avendo qualcosa da dire, piuttosto che servirsi di un mezzo “lucido e splendente” ma senza niente di originale da mettere su carta. Lo stile che emerge in questa raccolta è forse la versione più realistica ed essenziale di quello che ha condotto Hemingway fino al Nobel per la letteratura: sono pezzi di vita vissuta (talvolta neanche troppo eccezionale) che suonano veri in ognuna di quelle frasi o battute scarne con cui l’autore americano ce le racconta, talvolta in modo meditativo e confidenziale. Sono racconti mediamente di poco oltre le dieci pagine, alcuni intorno alle trenta pagine, ma molti davvero brevissimi, intorno alle quattro, eppure in tutti si vedono nitidi scatti di umanità più o meno normale, con occasionali concessioni ai sogni da matador, alle schegge esistenziali di rivoluzionari o di soldati. Si va dalla tragedia beffarda del racconto apripista, La breve vita felice di Francis Macomber, fino alla nostalgica elegia generazionale di Padri e figli, l’ultima storia dell’indice. In mezzo figurano un buon numero di meraviglie narrative tra cui spiccano l'inesorabile attesa della fine de Le nevi del Kilimangiaro, gli essenziali sottintesi di Colline come elefanti bianchi, il bisogno estemporaneo di affetto di Gatto sotto la pioggia e il delicato ritratto di un vecchio solitario in Un posto pulito, illuminato bene. Un indiscusso capolavoro della narrativa di Hemingway, che salutava il lettore esprimendo l’impellente bisogno di tornare a scrivere: “Adesso è necessario rimettersi alla mola. Mi piacerebbe vivere abbastanza per scrivere altri tre romanzi e altri venticinque racconti. Ne conosco di bellini”. A chiusura del volume figura Il principio dell’iceberg, un’intervista a Hemingway sull’arte di scrivere e narrare. Assolutamente da leggere.

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Torino, Einaudi, 1999; pp. 554

domenica 12 maggio 2024

VITA DEI CAMPI DI GIOVANNI VERGA

Giovanni Verga pubblicò la prima edizione di Vita dei campi nel 1880 e continuò a rimaneggiare questa raccolta narrativa fino all'edizione definitiva del 1897. Nel suo insieme il libro assortisce nove novelle, da Cavalleria Rusticana (che divenne la fonte dell’omonimo libretto d'opera di Mascagni) fino a Pentolaccia. Nel complesso questa raccolta è una perfetta esemplificazione della poetica verista di Verga: l'ambientazione spesso è umile, i personaggi sono solitamente popolani, le situazioni sono ispirate a fatti tipicamente quotidiani come amori, affari di poco conto, relazioni varie, storie professionali di povera gente. Le novelle più rappresentative sono sicuramente l'apripista, La lupa, Rosso Malpelo e Fantasticheria, che esprimono aspetti molto diversi dello stesso mondo contadino. Cavalleria rusticana racconta il ritorno in paese di un contadino partito per il servizio di leva e della ripresa del suo rapporto amoroso con la fidanzata di un tempo, che nel frattempo si è promessa a un facoltoso carrettiere e del duello d'onore che ne segue; come spesso accade nelle storie dell’autore siciliano i personaggi che si staccano dal loro ambiente d’origine sono fatalmente destinati all’insuccesso, all’infelicità e alla morte. La lupa racconta una storia ancora più basica e viscerale: narra di una donna dai famigerati appetiti sessuali che induce la figlia a sposare il giovane  da cui è attratta e dell’inarrestabile tragedia che ne segue. Rosso Malpelo dipana la triste storia umana dello sfortunato ragazzino protagonista, che lavora in una miniera di rena rossa dove il padre ha perso la vita e in cui tutti lo disprezzano, come pure nella sua famiglia, in cui la sorella e la madre lo tollerano solo per la paga che porta a casa a fine settimane: Rosso Malpelo vive una vita di infelicità, priva di affetti e di interessi, completamente stritolata dalla situazione di sfruttamento minorile, che purtroppo è tutto ciò che ha. Fantasticheria è uno spaccato del paese di Trezza descritto dall'autore a una conoscente straniera che l'ha visitato subendone subito la fascinazione (ma da cui comunque è presto ripartita). È una raccolta ricca di sfaccettature sociali e che applica l'ideale dell'ostrica sottinteso nelle opere maggiori del Verga, come I Malavoglia e Mastro don Gesualdo.

Giovanni Verga, Vita dei campi, in Tutte le novelle I, Milano, Mondadori, 1971; pp. 137-240

venerdì 3 maggio 2024

STORIE DEL TERRORE DA UN MINUTO

È una raccolta di settantatré storie brevi – a volte davvero brevissime – con cui l’assortito gruppo di scrittori allestito per l’occasione ha cercato di scrivere racconti capaci di ottenere uno scopo in apparenza quasi proibitivo: suscitare terrore in sessanta secondi appena. La sfida ovviamente è ardua, ma l’inquietante compagnia assemblata – che annovera nomi del calibro di Neil Gaiman, Brian Selznick, Brad Meltzer, Lemony Snicket, Margaret Atwood, Jerry Spinelli, Kenneth Oppel, James Patterson, R.L. Stine – regge il comprensibile carico di attese narrative fino all’ultimo racconto. Si tratta di una sfida non necessariamente che gli autori hanno scelto di giocare sul territorio della prosa ma anche in forma di poesia, di fumetto o di immagine, il risultato però è sempre lo stesso: suscitare un brivido in un pugno di secondi, a volte in modalità davvero inquietanti, anche se mai scendendo nello splatter fine a se stesso. Il terrore spesso è raggiunto con i classici strumenti orrorifici: allusioni, anticipazioni, ambientazioni lugubri, buio, creature repellenti come ragni e vermi, luoghi chiusi, oscure presenze, malvagità in serie, casi inspiegabili, leggende metropolitane. È Storie del terrore da un minuto e, incredibilmente, nonostante sia diretto a un target di lettori dalla prima adolescenza in su, in effetti… spacca, e non per forza grazie ai nomi celebri: assortisce anche un buon numero di sorprese assolute, come il per niente coccoloso topolino Tenton del duo Tom Genrich & Michèle Perry, oppure la serata apparentemente tranquilla di una babysitter di Un lavoretto facile di M.T. Anderson, o l’allucinante storia di Un pezzo unico di Sarah Weeks, o la tradizionale casa abbandonata de La sfida di Carol Gorman, o il brevissimo C’è qualcosa sotto il letto di Allan Stratton o infine l’angosciante paura del buio alla base di Non bagnare il letto di Alan Gratz. Terrore assicurato in appena un giro di lancette dei secondi: provare per credere…

AA.VV., Storie del terrore da un minuto, Milano, Feltrinelli, 2021; pp. 127

giovedì 14 marzo 2024

CATTEDRALE DI RAYMOND CARVER

Si tratta di una raccolta di racconti del 1983 del grande Raymond Carver (1938-1988), forse uno degli scrittori americani contemporanei più significativi nella misura della narrativa breve, genere che l’autore considerava insieme alla poesia l’espressione a lui più congeniale per un’incapacità congenita nelle complesse architetture del romanzo. Cattedrale in particolare conta complessivamente dodici racconti in cui la cifra stilistica di Carver si esprime con incredibile efficacia, focalizzandosi sempre su aspetti apparentemente insignificanti della vita di personaggi comuni, ordinari e di solito non troppo interessanti, che l’autore ci descrive per un piccolo segmento delle loro esistenze, spesso senza nemmeno arrivare a un punto fermo e lasciando noi lettori in situazioni indecifrabili e aperte. Il tutto raccontato con dialoghi estremamente realistici che sembrano registrati dal vero. Sono storie di incontri, di contatti, di scambi, di momenti critici, di lutti, di abbandoni, di dipendenze da alcolismo. Il punto più alto, neanche a dirlo, è l’ultimo racconto della raccolta, quello che presta il titolo al libro e forse l’unico in cui s’intravede un risvolto positivo nell’incontro di due personaggi davvero molto diversi: lo scopriamo dalla prospettiva della voce narrante del protagonista, che ha un lavoro insoddisfacente e un programma serale davvero poco accattivante, dato che dovrà accogliere l’ospite non vedente che sua moglie ha invitato a casa loro. In accordo con un’insofferenza palese manifestata già prima dell’arrivo dell’ospite, il protagonista centellina brandelli di giovale conversazione e alla fine accende la televisione per seguire senza troppo interesse un documentario sulle cattedrali francesi. Quando si accorge di essere stato ben poco accogliente col suo ospite, che non può ovviamente vedere il programma, prova a rimediare cercando di descrivere il concetto di cattedrale al suo invitato cieco, che gli propone di fargli capire la faccenda in un modo davvero originale che farà cambiare prospettiva al padrone di casa. Una bella raccolta chiusa da un racconto semplicemente magistrale, nonostante riesca a toccare un’incredibile intensità senza sforzo apparente, in perfetto accordo con lo stile minimalista di Carver, etichetta che allo scrittore americano non sembrava calzante per la sua prova essenziale ma efficacissima. Assolutamente da provare.

Raymond Carver, Cattedrale, Torino, Einaudi, 2020; pp. 229

domenica 3 marzo 2024

PASSEGGERI NOTTURNI: 30 RACCONTI BREVI DI GIANRICO CAROFIGLIO

Dopo numerosi gialli di grande successo, vari romanzi di formazione ed alcuni saggi di spessore Gianrico Carofiglio, classe 1961, è tornato a misurarsi con una raccolta di racconti di varia tipologia come Passeggeri notturni, che assortisce storie di incontri casuali, riflessioni su argomenti disparati, talvolta trame innescate da schegge di conversazioni, perfino aneddoti estemporanei. Sempre rigorosamente nella misura di tre pagine appena. Va da sé che il collante che tiene insieme i trenta racconti brevi ivi contenuti è una scrittura sintetica e sempre incalzante, capace con poche pennellate di tratteggiare personaggi che restano impressi ed intrigano i lettori condividendo un frammento di vita. Carofiglio apre le danze con la spiazzante storia di bullismo “contrastato” di Quarto potere e chiude i battenti con lo struggente sogno ad occhi aperti di affetto ritrovato raccontato in Stanze. In mezzo a questi due estremi c’è davvero un po’ di tutto, sempre raccontato vividamente ma con grande economia di parole: una storia sospesa tra verità e menzogna come Draghi, il singolare racconto sugli odori ritrovati di Aria del tempo, un piccolo horror ad orologeria come Il biglietto, l’intrigante riflessione sugli avverbi di Sinceramente, un’amara parabola sull’autoreferenzialità della politica italiana come La scorta, l’incredibile (ma esemplare) aneddoto sanitario al centro di Contagio, le esilaranti storielle giudiziarie di Avvocati e infine la splendida storia di solidarietà ai tempi della Shoah che racconta Nelle Ardenne. Insomma, nel complesso Passeggeri notturni è una raccolta notevole che conferma tutta la bravura di Carofiglio anche nella misura della narrativa breve: lo scrittore barese sa decisamente catturare l’attenzione del lettore anche raccontando una piccola storia, una riflessione estemporanea o un semplice aneddoto. Da provare.

Gianrico Carofiglio, Passeggeri notturni, Torino, Einaudi, 2016; pp. 98

giovedì 18 gennaio 2024

CENTO CITTÀ: UNA RACCOLTA DI LEGGENDE URBANE

Può un libro condensare storie e leggende delle città italiane? È quello che offrono nel loro insieme i ventuno racconti di Cento città, una raccolta narrativa firmata a quattro mani da Gina Basso e Riccardo Medici. Il progetto alla base del volume, dotato anche di schede didattiche curate da Paola Cataldo, è molto semplice: raccontare una storia esemplificativa, meglio se evocativa e magari anche misteriosa, di uno dei capoluoghi italiani (più Bolzano) e ricostruire così una galleria di leggende urbane del Belpaese. Tra le ventuno mitiche storie raccolte in Cento città ovviamente qualcuna spicca tra le altre, come per esempio la nona, ambientata a Bologna ed intitolata Due fidanzati, un diavolo e cento città, che racconta di come un povero renaio fece costruire la celebre torre degli Asinelli ottenendo così l’amore della vita ed ingannando il diavolo in persona con un gioco di parole. Assolutamente da non perdere anche l’intrigante e onirica storia successiva, Anselmo e il leone, che ci porta nel centro storico di Firenze tra i dintorni del Duomo e di Palazzo Vecchio, per scoprire l’inquietante incubo di un leone assassino che prese a tormentare il povero Anselmo. E a volte questo curioso volume della Loescher può farci scoprire addirittura la stranissima genesi del nome stesso della città di ambientazione (leggere in merito il primo racconto, dedicato ad Aosta), o qualcosa di strano su uno dei luoghi per definizione di una città (come la nota Lanterna di Genova), o l’inspiegabile reazione che un quadro religioso innescò nel grande condottiero Napoleone quando prese possesso di Ancona, o ancora l’origine di un modo di dire popolare ai tempi di Nerone (nel racconto dedicato a Roma) o infine i leggendari tre doni di San Nicola, il patrono di Bari. Assolutamente da provare.

G. Basso – R. Medici, Cento città. Storie e leggende di città italiane, Torino, Loescher, 2014; pp. 128

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...