Questa
celebre raccolta di racconti fu pubblicata da Ernest Hemingway (1899-1961) nel
1938 insieme a La quinta colonna,
che in Italia fu edita singolarmente da Einaudi nel 1946, mentre I quarantanove racconti uscirono l’anno
dopo. Come lo stesso autore spiega nella prefazione, le prime quattro storie
dell’indice sono le ultime che ha scritto, mentre le altre seguono fedelmente l’ordine
in cui furono pubblicati per la prima volta: Su nel Michigan fu scritta per prima, a Parigi, nel 1921, mentre l’ultima
fu telegrafata da Hemingway da Barcellona nel 1938. Sono racconti scritti nei
luoghi dove lo scrittore americano si è alternato nell’arco di quasi vent’anni
tra Europa, Stati Uniti, Canada e Cuba. Le quarantanove storie saltano da un
genere all’altro e, a detta dello stesso Hemingway, sono sgrezzate con la mola,
perché lui preferisce scrivere con “uno strumento storto e spuntato” ma avendo
qualcosa da dire, piuttosto che servirsi di un mezzo “lucido e splendente” ma
senza niente di originale da mettere su carta. Lo stile che emerge in questa
raccolta è forse la versione più realistica ed essenziale di quello che ha
condotto Hemingway fino al Nobel per la letteratura: sono pezzi di vita vissuta
(talvolta neanche troppo eccezionale) che suonano veri in ognuna di quelle
frasi o battute scarne con cui l’autore americano ce le racconta, talvolta in
modo meditativo e confidenziale. Sono racconti mediamente di poco oltre le
dieci pagine, alcuni intorno alle trenta pagine, ma molti davvero brevissimi,
intorno alle quattro, eppure in tutti si vedono nitidi scatti di umanità più o
meno normale, con occasionali concessioni ai sogni da matador, alle schegge
esistenziali di rivoluzionari o di soldati. Si va dalla tragedia beffarda del
racconto apripista, La breve vita felice
di Francis Macomber, fino alla nostalgica elegia generazionale di Padri e figli, l’ultima storia dell’indice.
In mezzo figurano un buon numero di meraviglie narrative tra cui spiccano
l'inesorabile attesa della fine de Le
nevi del Kilimangiaro, gli essenziali sottintesi di Colline come elefanti bianchi, il bisogno estemporaneo di affetto
di Gatto sotto la pioggia e il
delicato ritratto di un vecchio solitario in Un posto pulito, illuminato bene. Un indiscusso capolavoro della
narrativa di Hemingway, che salutava il lettore esprimendo l’impellente bisogno
di tornare a scrivere: “Adesso è necessario rimettersi alla mola. Mi piacerebbe
vivere abbastanza per scrivere altri tre romanzi e altri venticinque racconti.
Ne conosco di bellini”. A chiusura del volume figura Il principio dell’iceberg, un’intervista a Hemingway sull’arte di
scrivere e narrare. Assolutamente da leggere.
Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Torino, Einaudi, 1999; pp. 554