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domenica 22 febbraio 2026

IL FULMINANTE ESORDIO DI CARVER: VUOI STAR ZITTA, PER FAVORE?

Unanimemente riconosciuto come uno degli autori contemporanei più innovativi della narrativa breve, Raymond Carver (1938-1988) pubblicò la sua prima raccolta, Vuoi star zitta, per favore?, nel 1976, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza tormentata, e non è azzardato pensare che il successo quasi immediato del libro abbia contribuito in modo decisivo a salvarlo, rimettendolo in carreggiata e aprendogli nuovi orizzonti narrativi. La raccolta riunisce ventidue racconti che rappresentano in modo esemplare lo stile scarnificato e personalissimo di Carver, autore che amava raccontare per sottrazione le idiosincrasie della vita quotidiana dei suoi personaggi, uomini e donne comuni, spesso pericolosamente in bilico sull’orlo del nulla, esposti tanto alla perdita definitiva quanto a un recupero in extremis. Sono disoccupati che faticano ad arrivare alla fine del mese, individui sull’orlo dell’alcolismo – o già precipitati dentro mani e piedi –, coppie in crisi o incapaci di convivere, persone smarrite, prive di prospettive e di appigli. Carver li segue con uno sguardo disincantato e minimalista, registrandone i gesti minimi e i silenzi carichi di tensione lungo giornate inconcludenti, che non lasciano presagire mutamenti positivi. La raccolta si apre con il ritratto grottesco del freak al centro di Grasso e si chiude con il manifesto dell’incomunicabilità relazionale dell’ultimo racconto, che presta il titolo all’intera raccolta. In mezzo affiorano autentiche gemme di minimalismo narrativo come Vicini, spiazzante storia di una coppia che, chiamata a badare alla casa dei propri dirimpettai, rischia di perdersi nelle vite presunte degli altri nel tentativo di attribuire un senso alle proprie, forse inesistenti (o insignificanti), oppure Loro non sono mica tuo marito, un racconto di feroce crudeltà familiare, o ancora il confronto teso e claustrofobico al centro di Si metta nei miei panni, che oppone due coppie in un incontro carico di disagio. Sono storie amare, in cui l’atmosfera spesso si taglia col coltello, quando non risulta apertamente deprimente, ma che restituiscono al lettore l’impressione di entrare in contatto con scorci di umanità più vera del vero, un pregio che pochi racconti seppero offrire prima dell’irruzione di Carver sulla scena letteraria. Vuoi star zitta, per favore? costituisce un punto di partenza ideale per scoprire l’opera di uno dei più grandi scrittori di racconti brevi di sempre, anche per una scelta coerente e programmatica: Carver fu infatti uno dei più convinti assertori dell’idea che un buon racconto breve valga quanto una dozzina di brutti romanzi. Non a caso, in carriera, scrisse solo racconti e poesie.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore?, Milano, Garzanti, 1992; pp. 237 

giovedì 24 aprile 2025

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D'AMORE

L’autore di questa raccolta è Raymond Carver (1938-1988), uno scrittore considerato il nume tutelare della short story americana e del cosiddetto minimalismo, una tendenza letteraria diffusasi negli Stati Uniti negli anni Ottanta del secolo scorso, che tratteggia squarci di realtà quotidiana con uno stile essenziale. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore comprende diciassette racconti che, nel loro insieme, rileggono tout court il concetto di narrativa breve, realizzando un salto in avanti sul piano del realismo, paragonabile forse soltanto alla forza dialogica (e anche al non detto) dei racconti di Ernest Hemingway. Carver riesce nell’impresa di catturare, nei propri testi, la lingua d’uso del suo tempo così come se ne servivano i suoi personaggi privilegiati: la gente comune, “fotografata” nelle sue idiosincrasie, nelle sue dipendenze – a partire da quella dell’alcolismo, vissuta in prima persona dall’autore – e nei suoi lavori ordinari, senza prospettive. Carver scriveva di ciò che aveva intorno e sotto gli occhi giorno dopo giorno. Semplicemente, scriveva racconti brevi perché la vita stressante di ogni giorno non gli consentiva di mantenere la concentrazione necessaria per affrontare un romanzo. Scriveva di getto, per poi rielaborare per sottrazione, cogliendo l’essenziale delle storie che lo avevano colpito. Sembra niente, invece fu una sorta di rivoluzione copernicana per quei lettori che si lasciarono incantare da questo straordinario cantore della normalità e della quotidianità, mentre altri si limitarono a bollarlo, superficialmente, come uno scrittore deprimente. In effetti, il milieu e le situazioni di certi suoi racconti potrebbero inizialmente dare questa impressione; in realtà, nascondono una ricchezza umana difficile da trovare altrove. Basti pensare al racconto che apre la raccolta, Perché non ballate?, che mostra una coppia di giovani innamorati in cerca di mobilia a buon mercato nel giardino di un uomo di mezza età che dà l’impressione di essersi da poco separato (e dell’incontro umano che ne deriva). Tra i racconti notevoli della raccolta, corre l’obbligo di citare almeno Di’ alle donne che andiamo, che narra la deriva di due uomini in libera uscita senza le rispettive compagne, e ciò che ne segue fino al dirompente finale di ordinaria brutalità. Molto efficace anche lo scenario di incomunicabilità tra due divorziati raccontato in Un discorso serio: Burt torna nella vecchia casa dove l’ex moglie Vera continua a vivere con i figli, deciso a fare con lei un discorso serio sul loro rapporto, un discorso che aleggia su tutta la storia senza che la comunicazione tra i due si attivi mai veramente. Il tutto è narrato in modo estremamente naturale, come se la storia si raccontasse da sola, sviluppandosi frase dopo frase. Esemplare, da questo punto di vista, anche il racconto che dà il titolo al libro, che fotografa la conversazione tra due coppie molto diverse, impegnate a bere e discutere su cosa sia veramente l’amore – un concetto che resta indecifrabile fino all’ultimo –. Una raccolta assolutamente da scoprire, un racconto dopo l’altro.

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Roma, Minimum Fax, 2009; pp. 153

giovedì 14 marzo 2024

CATTEDRALE DI RAYMOND CARVER

Si tratta di una raccolta di racconti del 1983 del grande Raymond Carver (1938-1988), forse uno degli scrittori americani contemporanei più significativi nella misura della narrativa breve, genere che l’autore considerava insieme alla poesia l’espressione a lui più congeniale per un’incapacità congenita nelle complesse architetture del romanzo. Cattedrale in particolare conta complessivamente dodici racconti in cui la cifra stilistica di Carver si esprime con incredibile efficacia, focalizzandosi sempre su aspetti apparentemente insignificanti della vita di personaggi comuni, ordinari e di solito non troppo interessanti, che l’autore ci descrive per un piccolo segmento delle loro esistenze, spesso senza nemmeno arrivare a un punto fermo e lasciando noi lettori in situazioni indecifrabili e aperte. Il tutto raccontato con dialoghi estremamente realistici che sembrano registrati dal vero. Sono storie di incontri, di contatti, di scambi, di momenti critici, di lutti, di abbandoni, di dipendenze da alcolismo. Il punto più alto, neanche a dirlo, è l’ultimo racconto della raccolta, quello che presta il titolo al libro e forse l’unico in cui s’intravede un risvolto positivo nell’incontro di due personaggi davvero molto diversi: lo scopriamo dalla prospettiva della voce narrante del protagonista, che ha un lavoro insoddisfacente e un programma serale davvero poco accattivante, dato che dovrà accogliere l’ospite non vedente che sua moglie ha invitato a casa loro. In accordo con un’insofferenza palese manifestata già prima dell’arrivo dell’ospite, il protagonista centellina brandelli di giovale conversazione e alla fine accende la televisione per seguire senza troppo interesse un documentario sulle cattedrali francesi. Quando si accorge di essere stato ben poco accogliente col suo ospite, che non può ovviamente vedere il programma, prova a rimediare cercando di descrivere il concetto di cattedrale al suo invitato cieco, che gli propone di fargli capire la faccenda in un modo davvero originale che farà cambiare prospettiva al padrone di casa. Una bella raccolta chiusa da un racconto semplicemente magistrale, nonostante riesca a toccare un’incredibile intensità senza sforzo apparente, in perfetto accordo con lo stile minimalista di Carver, etichetta che allo scrittore americano non sembrava calzante per la sua prova essenziale ma efficacissima. Assolutamente da provare.

Raymond Carver, Cattedrale, Torino, Einaudi, 2020; pp. 229

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...