Uscito nel
1890, Il segno dei quattro è il
secondo romanzo dedicato dal dottor Arthur Conan Doyle (1859-1930) alla
fortunata saga del leggendario detective
Sherlock Holmes, a tre anni dall’esordio con Uno studio in rosso, ed è il
libro che consegna all’autore scozzese un incredibile successo popolare,
costringendolo d’ora in poi a convivere con il suo personaggio più famoso, tra
gloria e vincoli creativi. La storia si apre in un momento di profonda noia del
più grande investigatore del mondo: Holmes, immerso nell’apatia provocata
dall’inoperosità, ricorre alla sua soluzione di cocaina al sette per cento, intanto
anela a un caso complesso da risolvere e si diverte a dedurre catene di indizi
apparentemente minimi, come quelli legati al vecchio orologio del suo compagno
di avventure, il dottor Watson. L’occasione però bussa presto al numero 221B di
Baker Street dove i due amici risiedono: Mary Mortsan, giovane governante, si
rivolge al celebre detective per far
luce su una vicenda misteriosa legata alla scomparsa del padre, ex militare in
India. Da anni la ragazza riceve, puntualmente lo stesso giorno, una perla
anonima, e l’incontro fissato per la sera stessa al Lyceum Theatre con l’ignoto
donatore diventa il trampolino per una serrata indagine che trascinerà Holmes e
Watson in una intricata rete di avidità, tradimenti e segreti antichi, dalle
esotiche atmosfere del subcontinente indiano fino al serrato finale a tutta
velocità sulle acque del Tamigi. Il
segno dei quattro non è solo un giallo
avvincente ma offre ai lettori l’occasione per osservare il meccanismo perfetto
della deduzione, il funzionamento interno della mente di Holmes, e il suo rapporto
simbiotico con Watson, voce narrante della storia e al tempo stesso specchio
umano della ferrea logica dell’investigatore britannico. La suspense è dosata con sapienza, i colpi
di scena arrivano puntuali, e l’epilogo è suffuso di un’ironia sottile, con
l’immancabile sorpresa finale ai fiori d’arancio, che aggiunge una dimensione
inattesa e quasi domestica a una trama altrimenti incalzante. Fin dalle prime
pagine ci ritroveremo, come il buon Watson, in una posizione privilegiata per
osservare le mille sfaccettare di un personaggio complesso e affascinante come
Holmes, capace di catturare non solo il lettore, ma perfino la coscienza etica
che sottende l’esotico mistero al centro de Il segno dei quattro. In poche parole il secondo romanzo della saga
di Arthur Conan Doyle si rivela un vero classico della detective story, un meccanismo narrativo calibrato come un
ingranaggio ad orologeria, ma anche un libro che sa farsi leggere con il cuore
in gola, con la mente intenta a seguire ogni dettaglio e la soddisfazione di
chi riconosce in Holmes il prototipo del perfetto investigatore, umano e mitico
al tempo stesso. Assolutamente da non perdere.
Arthur Conan Doyle, Il segno dei
quattro, Milano, Mondadori, 2016; pp. 144