Francesco
D’Adamo, autore di romanzi di denuncia diventati ormai un punto di riferimento
della narrativa per ragazzi come Storia di Iqbal, torna ad
intrecciare una storia di formazione con una vicenda ispirata alla realtà in La maglia numero
7, un romanzo ambientato in Qatar nel periodo immediatamente precedente
ai discussi mondiali di calcio del 2022. Ancora una volta lo scrittore sceglie
di raccontare il lato nascosto della globalizzazione attraverso gli occhi di un
adolescente, o meglio di una ragazzina, riuscendo a trasformare numeri,
statistiche e scandali internazionali in una storia concreta, viva e davvero
umana. La voce narrante è quella di Lila, un’adolescente dall’indole ribelle che
vive insieme alla sua numerosa famiglia in un piccolo villaggio indiano dove il
lavoro non basta mai e ogni possibilità di guadagno sembra una benedizione. Quando
arriva un reclutatore dal Qatar promettendo stipendi alti e un futuro migliore
a chi accetterà di partire per costruire gli stadi dei prossimi mondiali, la
famiglia decide di mandare Raj, il fratello di Lila, a lavorare all’estero.
All’inizio arrivano poche telefonate, poi vaglia postali sempre più magri,
infine il silenzio assoluto. Gli adulti sembrano quasi rassegnati, ma Lila non
riesce ad accettare che il suo amato fratello sia scomparso nel nulla: nel frattempo
lavora in una fabbrica dove vengono assemblate proprio le magliette delle
stelle del mondiale e continua a pensare a Raj, alla sua passione per il calcio
e alla speranza di ritrovarlo. Il romanzo cambia passo e diventa un’avventura
vera e propria quando al villaggio arriva un altro reclutatore e d’impulso Lila
decide di passare all’azione: si taglia i capelli, si fascia il seno, indossa i
vestiti di Raj e ruba i documenti del fratello maggiore per imbarcarsi alla
volta di Doha. Con sé porta una maglia rossa del Portogallo con il numero 7 di Cristiano Ronaldo stampato sopra, un regalo
pensato per Raj e al tempo stesso un simbolo potentissimo di ciò che il calcio
rappresenta per milioni di ragazzi nel mondo. D’Adamo costruisce così un
contrasto quasi feroce tra il sogno scintillante dei mondiali e il retroscena
fatto di sfruttamento, paura e miseria alla base di uno spettacolo planetario
che si svolgerà in stadi faraonici con l’aria condizionata costruiti in pieno
deserto da un milione di immigrati senza speranza, migliaia dei quali scomparsi
nel nulla come se non fossero mai esistiti. La Doha raccontata nel romanzo è
infatti lontanissima dalle immagini patinate viste in televisione: dormitori
sovraffollati, passaporti sequestrati, operai trattati come schiavi, turni
massacranti sotto il sole del deserto, morti nei cantieri (privi di sistemi di
sicurezza) che spariscono senza spiegazioni. Ed è forse proprio questo
l’aspetto più riuscito del libro: la capacità di indignare il lettore senza
trasformarsi mai in un saggio o in una lezione morale. La denuncia emerge
attraverso le esperienze concrete dei personaggi, attraverso la paura di Lila,
il silenzio dei lavoratori immigrati, l’avidità dei reclutatori. Il lettore
scopre poco alla volta il meccanismo perverso che si nasconde dietro
l’organizzazione di un evento sportivo miliardario e capisce come tutto questo,
purtroppo, sia accaduto davvero. Nel viaggio della protagonista assume poi un
ruolo fondamentale il personaggio del Guercio, una figura ambigua, sporca,
apparentemente inaffidabile, che però finisce per rappresentare una delle poche
presenze autenticamente umane incontrate da Lila a Doha. Anche qui D’Adamo
evita semplificazioni: nessun personaggio è completamente luminoso o
completamente oscuro, e proprio questa complessità rende la storia credibile. La
scrittura è diretta, scorrevole, senza filtri, ma capace di colpire i lettori
allo stomaco per le immagini forti e il suo sguardo sincero. Come accade spesso
nei romanzi migliori di D’Adamo, la storia personale della protagonista diventa
il modo per raccontare qualcosa di molto più grande: in questo caso il lato
oscuro del calcio globale, dove dietro il business miliardario del pallone si
nascondono persone invisibili che costruiscono stadi, hotel e resort, talvolta
pagando un prezzo altissimo. La maglia numero 7
è dunque una bellissima storia di coraggio e speranza, ma anche un romanzo che
lascia addosso rabbia e amarezza per un sistema capace di trasformare migliaia
di lavoratori in esseri umani sacrificabili sull’altare dello spettacolo
calcistico: un libro coinvolgente e necessario, insomma, e profondamente
educativo per la sua capacità di parlare ai ragazzi senza mai semplificare la
realtà.
Francesco D’Adamo, La maglia numero 7, Firenze-Milano,
Giunti, 2025; pp. 156