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il Decameron ai giorni nostri significa,
letteralmente, affacciarsi sul picco indiscusso della narrativa italiana
antica: Giovanni Boccaccio è infatti lo scrittore indicato dagli umanisti tra
Quattro e Cinquecento come il modello per eccellenza della narrazione in prosa.
La ragione essenzialmente si deve al fatto che, nonostante Boccaccio si sia
messo alla prova anche con altri generi (dai poemi in ottave ai testi eruditi
in latino), con il Decameron ha
creato un castello narrativo che fino a quel momento, semplicemente, non
esisteva: una centuria di storie articolate per temi e contenute all’interno di
un’altra storia, quella della cosiddetta “cornice”, ambientata nei giorni bui
in cui l’umanità versava tragicamente intorno allo scrittore durante la grande
peste nera di metà Trecento. Parlare in termini architettonici del capolavoro
di Boccaccio è in effetti assolutamente naturale: dopo un proemio d’autore che
ci spiega come il libro sia dedicato alle donne innamorate e prive di
occupazioni (per le altre può bastare “l’ago, il fuso e l’arcolaio”), arriva il
cosiddetto “orrido cominciamento” in cui scopriamo la terribile ambientazione
pestilenziale e l’incontro dei dieci giovani (sette femmine e tre maschi) che
compongono la “lieta brigata” nella chiesa di Santa Maria Novella. Tutti sono
rimasti senza famiglia e spontaneamente nasce l’idea di trasferirsi nella villa
sulle pendici di Fiesole di una di loro a trascorrere il tempo felicemente con
giochi e sollazzi di vario genere. È qui che si stabilisce di creare una sorta
di monarchia a turno per governare l’andamento delle giornate: l’attività di
raccontar novelle senza tema prefissato viene così apprezzata da tutto il
gruppo che al termine della prima giornata si stabilisce di “restrigner dentro
di alcun termine” l’oggetto del narrare, raccontando ogni giorno novelle a tema
assegnato – tranne Dioneo, che avrà il privilegio di narrare a piacere ma
racconterà sempre per ultimo –. Così, nella seconda giornata si parla dei
rovesci di fortuna con lieto fine, nella terza dell’industria (spesso erotica)
applicata per recuperare ciò che si desidera, nella quarta di amori infelici
(tema avversato da tutti i narratori), nella quinta per reazione di amori a
lieto fine, nella sesta dei piacevoli motti (sempre risolutivi, tranne l’eccezione
che conferma la regola), nella settima di beffe muliebri, nell’ottava di beffe
generiche, nella nona si riprende fiato con novelle a tema libero in vista
della gara di magnificenza delle novelle della decima e ultima giornata. Non è
uno schema rigido e perfetto, dato che, tanto per fare un esempio, oltre alle
cento novelle divise in dieci giornate esiste addirittura una mezza novella
narrata dall’autore stesso nell’introduzione della quarta giornata per
affermare che il sentimento amoroso è insopprimibile nei giovani (la cosiddetta
“novella delle papere”). I narratori si alternano come re e “reine” di giornata
stabilendo ogni volta il tema di cui narrare l’indomani ristabilendo una sorta
di monarchia a turno che ristabilisce un ordine che nel mondo reale non esiste più
a causa della peste, mentre la realtà attualmente in frantumi viene ricostruita
con le storie: nell’alternanza delle novelle assistiamo infatti alla
rappresentazione dei principali ordini sociali, dal popolo minuto alla nobiltà,
dai religiosi ai mercanti. Nella centuria boccacciana corre l’obbligo di
ricordare almeno la prima della prima giornata con l'invenzione della santità iperbolica di Ser
Ciappelletto, l'escursione nella Napoli criminale del sensale di cavalli
Andreuccio da Perugia nella quinta novella della seconda giornata,
l'incredibile realizzazione erotica nel monastero del muto (per finta) Masetto
da Lamporecchio nella novella che apre la terza giornata, la struggente novella
d'amor perduto di Lisabetta da Messina nella quinta novella della quarta
giornata, l'estremo sacrificio per amore di Federigo degli Alberighi nella nona
novella della quinta giornata, l'ironia dei motti arguti di Madonna Oretta e di
Cisti fornaio nella prima e nella seconda novella della sesta giornata, le pruriginose
beffe giocate dalle mogli ai mariti della settima giornata e le divertentissime
beffe del ciclo di Calandrino (il beffato d'obbligo del libro) a cavallo tra l’ottava
e la nona giornata, come ad esempio la straordinaria avventura in cerca
dell'elitropia lungo il corso del Mugnone narrata nella terza novella dell’ottava
giornata, ed infine l'apoteosi dell'annullamento di se stessi per amore nella
novella di Griselda, l'ultima del libro, che l'amico Petrarca volle tradurre in
latino. Boccaccio è inoltre il primo a proporre letture pubbliche della Commedia di Dante Alighieri (a cui
aggiunse l’aggettivo divina, poi
rimasto nella tradizione) e dunque nel Decameron
figurano novelle di evidente sapore dantesco, come la sovrannaturale caccia
infernale narrata nella novella ottava della quinta giornata, che ha per
protagonista Nastagio degli Onesti. Sintetizzare in modo equilibrato il
capolavoro di Boccaccio è quasi impossibile: a livello di cast di personaggi il
libro, come si è già rilevato, offre una rappresentazione onnicomprensiva di
quasi tutte le categorie della società medievale, utilizza tutti i registri
linguistici possibili per descriverla realisticamente, ha ambientazioni sparse
per tutto il mondo conosciuto al tempo, sa alternarsi con efficacia tra
commedia e tragedia, tra narrazioni centrate su una battuta istantanea come tra
articolatissime storie di afflato romanzesco. Il Decameron in conclusione appartiene a pieno titolo alla categoria che
Calvino definiva classico: un libro
che non finisce mai di dire quel che ha da dire alle generazioni di lettori che
dalla metà del Trecento ai giorni nostri continuano a sfogliarlo.
Giovanni Boccaccio, Decameron, a c. di V. Branca, Torino,
Einaudi, 1989; pp. 1362
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