sabato 28 febbraio 2026

AGATHA CHRISTIE RACCONTA... MISS MARPLE ALLA RISCOSSA

Il genere letterario del poliziesco è noto in tutto in mondo con la denominazione mistery, noir o detective story ma in Italia è definito semplicemente giallo per la fortuna dell’omonima collana “Giallo Mondadori”, che dal 1929 ha pubblicato migliaia di titoli di romanzi e raccolte di racconti incentrate su delitti, misteri, furti, insomma storie con un crimine compiuto in un ambiente chiuso e con un numero ristretto di possibili colpevoli (da scoprire rigorosamente all’ultima pagina). Il titolo di massima giallista mondiale è da sempre appannaggio di Agatha Christie (1890-1976), prolifica autrice britannica con un’ottantina di opere in carriera tradotte in oltre cento lingue e più di due miliardi di copie vendute (per non parlare delle innumerevoli traslazioni sul grande e sul piccolo schermo). La Christie è nota ovviamente anche per due fortunatissimi personaggi seriali: il detective belga Hercule Poirot e la straordinaria investigatrice dilettante Miss Marple. Quest’ultima è quanto di più lontano dal prototipo dell’eroico risolutore di misteri intricati: ha i capelli bianchi raccolti in una crocchia, un’aria innocente e sembra costantemente impegnata a lavorare a maglia, insomma, parrebbe un’innocua vecchietta che si alterna tra l’hobby del giardinaggio e i lavori di ricamo, e tra l’altro ha passato la sua vita in un piccolo paese. In contrasto con le apparenze è invece una detective con un fiuto infallibile che le consente di risolvere il crimine più complicato, magari arrivando alla soluzione prima di Scotland Yard… Miss Marple alla riscossa è un’antologia che riunisce sette racconti tra i più famosi che Agatha Christie ha dedicato alla sua anziana investigatrice per diletto preferita e almeno quattro sono delle piccole gemme del genere. La raccolta prende avvio con Il Club del Martedì Sera, un racconto che rappresenta l’esemplificazione del "metodo Marple", dove l’enigma della macchia di sangue svanita rivela come il microcosmo di un villaggio contenga, in miniatura, l'intera fenomenologia del crimine umano. Notevole anche il successivo Miss Marple racconta un caso: un gioiello di narrazione retrospettiva in cui la protagonista, rievocando un omicidio avvenuto in una camera chiusa di un albergo, smonta un castello di prove apparentemente schiaccianti contro una cameriera analizzando unicamente i dettagli trascurabili del comportamento umano. Da segnalare anche Il caso della domestica perfetta, dove la Christie costruisce un sofisticato gioco di specchi e sostituzioni che brilla per la feroce osservazione delle gerarchie sociali e delle ipocrisie annidate tra le mura domestiche della borghesia britannica. L'antologia si chiude con Morte per annegamento, un racconto più cupo e d’atmosfera, dove la tragedia di una giovane vita spezzata solleva il velo sulle crudeltà provinciali, affrontate da Miss Marple con una pietas lucida e disincantata. In definitiva, questa antologia non è solo una sfilata di enigmi brillanti, ma un trattato sull'immutabilità della colpa nascosta sotto il velo della rispettabilità di provincia. Agatha Christie affida a Miss Marple il compito di dimostrare che non esiste dettaglio troppo infimo, o maglia troppo stretta, da non poter rivelare lo strappo di un delitto. È una lettura che restituisce il giallo alla sua dimensione più autentica: quella di un’indagine clinica sulle zone d’ombra dell’animo umano, condotta con una lucidità che non concede sconti a nessuno. D'altra parte, uno dei pochi occhi in grado di rendersene conto è proprio quello della detective non professionista partorita dall’acume della miglior giallista della storia della letteratura...

Agatha Christie, Miss Marple alla riscossa, Milano, Mondadori, 2016; pp. 151

venerdì 27 febbraio 2026

LO ZEN, L'ADOLESCENZA E... L'ARTE DI SPARARE BALLE

La parola "zen", dizionario Devoto-Oli alla mano, significa "setta buddista contemplativa giapponese, che propugna la ricerca della verità attraverso l'astrazione meditativa personale, al di fuori di ogni ritualismo o codificazione". Ben altro (e molto più interessato) è l'uso che ne fa nel romanzo per ragazzi di Jordan Sonnenblick, L'arte di sparare balle, il disincantato protagonista, che si chiama San Lee e ha non pochi problemi nel cassetto. Prima di tutto è stato adottato ed è di origine cinese (ma non apprezza la sua estrazione esotica), inoltre ha un padre dietro le sbarre, una madre che non c'è mai ma è sempre a fare straordinari per tirare avanti la famiglia, troppi traslochi alle spalle da una città all'altra, il che non gli ha certo procurato una cerchia di amicizie stabili e durature. E così, all'ennesima scuola della sua adolescenza, il nostro protagonista cerca di ragionare per evitare le difficoltà di adattamento che ha incontrato troppe volte nella sua strada. L'idea per il modello di riferimento cui attenersi gli arriva dal suo docente di studi sociali, che sta presentando ai suoi studenti le religioni orientali. Il buon San, che ha ancora per la testa qualche fumoso residuo della dottrina Zen per averla studiata nel precedente istituto scolastico, aggiunge al suo bagaglio minimale qualche conoscenza tratta da una serie di libri presi in prestito nella biblioteca locale e si ritrova al centro dell'attenzione. Quando poi un'originalissima compagna di corso, Woody, comincia ad apprezzare la sua compagnia, San si sente quasi obbligato a continuare la recitazione della parte del giovanissimo maestro zen, e la cosa assurda è che tutti, ma proprio tutti continuano a crederci. Purtroppo, neanche a dirlo, accumulare bugie in serie non può che avere un logico epilogo negativo, tecnicamente capace di cancellare ogni azione positiva svolta lungo il cammino. Ne viene fuori un divertente romanzo per ragazzi, a tratti quasi irresistibile, capace di toccare tematiche diversissime come la disciplina Zen, la meditazione, le difficoltà adolescenziali, la vita scolastica, la solidarietà verso i meno fortunati e le canzoni di Woody Guthrie (che, sembrerà impossibile, ma c'entra anche lui nel contesto). Ne è autore Jordan Sonnenblick, classe 1969, ex docente delle scuole medie, uno scrittore di libri narrativa per ragazzi molto apprezzato dagli adolescenti del suo paese. In effetti non si può dar loro torto, dato che lo stile di Sonnenblick riesce a toccare con leggerezza e indubbio realismo le mille sfaccettature della prima adolescenza. È proprio in questo equilibrio tra ironia e fragilità che il romanzo trova la sua forza maggiore. Sonnenblick evita ogni moralismo e lascia che sia l’esperienza del protagonista a parlare, mostrando come l’identità adolescenziale sia spesso un territorio di finzioni necessarie, di maschere indossate per sopravvivere e di verità che arrivano solo dopo l’errore. L’autore dimostra una notevole capacità di costruire dialoghi credibili e situazioni realistiche, mantenendo sempre un ritmo narrativo efficace e coinvolgente. L’arte di sparare balle si conferma così una lettura intelligente e formativa, capace di divertire senza rinunciare a una riflessione autentica sulla crescita e sulla responsabilità personale.

Jordan Sonnenblick, L'arte di sparare balle, Giunti, Firenze-Milano, 2011; pp. 190

martedì 24 febbraio 2026

LA FORESTA DEI PIGMEI: LA FINE DELLA SAGA DI AQUILA E GIAGUARO

Come solitamente avviene in ogni trilogia che si rispetti, a La città delle bestie e Il regno del drago d’oro si affianca puntualmente anche La foresta dei pigmei, terza ed ultima parte della nuova serie romanzesca per ragazzi intitolata complessivamente Le memorie di Aquila e Giaguaro, che Isabel Allende, classe 1942, ha voluto dedicare ai suoi lettori più giovani. Anche stavolta l’autrice de La casa degli spiriti ha architettato una trama a base di avventura, viaggio, magia e buoni sentimenti come nelle due tappe precedenti: in particolare la storia al centro de La foresta dei pigmei pare mutuare in modalità inquietanti il soggetto di Indiana Jones e il tempio maledetto che, per la cronaca, a detta unanime della critica è sempre stato ritenuto l’anello debole della trilogia spilberghiana. Invece del mitico Indy i due protagonisti dell’ultima fatica di Isabel Allende sono Alex e Nadia (Giaguaro e Aquila nelle loro identità totemiche), due adolescenti legati da un indissolubile legame d’amicizia forgiato nella foresta amazzonica e cementato in un’avventurosa trasferta tra le cime dell’Himalaya: nuovamente arruolati dall’inossidabile Kate Cold, la nonna giornalista di Alex, i due ragazzi ritrovano il gruppo di inviati del “National Geographic” dei due precedenti episodi, stavolta diretti alla volta dell’Africa nera per un reportage sui safari a dorso d’elefante. Ma già all’arrivo a Nairobi, Alex e Nadia si rendono conto che ne La foresta dei pigmei li attende una delle loro ‘solite’ avventure quando un’indovina li avverte che solo restando uniti riusciranno ad uscire indenni dall’incontro con un terribile mostro a tre teste. Nonostante l’ammonimento, solo alla fine della settimana successiva, quando la coraggiosa pilota Angie si accinge a riportare la spedizione alla civiltà, entra in scena uno squinternato missionario, fratel Ferdinando, alla disperata ricerca di due confratelli sperduti in una regione praticamente inaccessibile, e convince l’équipe giornalistica ad accompagnarlo a Ngombué, la possibile meta dei due religiosi dispersi. La deviazione costa cara alla spedizione: costretti ad un atterraggio di fortuna nella giungla, i nostri eroi sono soccorsi da una tribù di pigmei che spiega loro come la loro pacifica vita di un tempo sia stata irreversibilmente sconvolta dall’arrivo del terribile re Kosongo, dal violento capo militare Mbembelé e dal tetro stregone Sembo. Da quel momento la loro tribù è stata ridotta in schiavitù: gli uomini costretti a cacciare gli elefanti per l’avorio delle loro zanne ed a cercare diamanti, le donne obbligate a svolgere la manuntezione del villaggio, i bambini tenuti come ostaggi per ritorsione. Ma con un pizzico di soprannaturale l’armonia tornerà a regnare nel cuore dell’Africa nera e i pigmei torneranno liberi, mentre l’amicizia adolescenziale dei due giovani protagonisti è destinata a sfociare in qualcosa di più. Isabel Allende si dipana con la consueta sagacia narrativa tra realismo magico e senso ecologico anche nel suo terzo romanzo per ragazzi, che acconterà comunque anche il palato dei lettori adulti, per quanto i veri romanzi allendiani siano veramente un’altra cosa... La foresta dei pigmei, comunque, si fa leggere piacevolmente fino alla fine, ci fa ritrovare i personaggi ormai noti mostrandoci anche l'intrigante evoluzione sentimentale dei due protagonisti. Da provare.

Isabel Allende, La foresta dei pigmei, Milano, Feltrinelli, 2005; pp. 192

IL REGNO DEL DRAGO D'ORO: LA SAGA DI ALEX E NADIA, PARTE SECONDA

È l'attesa parte seconda della saga avventurosa per ragazzi di Isabel Allende, classe 1942, la più nota scrittrice cilena contemporanea, l'episodio di mezzo di una trilogia dedicata ai lettori più giovani, l'ultima scommessa di un'autrice in cerca di nuove sfide in territori narrativi finora inesplorati. Nel secondo capitolo delle avventure di Nadia e Alex, che avevamo imparato a conoscere con i nomi totemici di Aquila e Giaguaro, dalla foresta amazzonica si torna in viaggio stavolta sui picchi innevati dell’Himalaya, al solito con i due ragazzi mascottes d’eccezione nella spedizione giornalistica promossa dal “National Geographic" e capeggiata da Kate Cold, l’anziana ma inarrestabile nonna di Alex. Rispetto alla dimensione magico-ecologista che caratterizzava la prima avventura stavolta l’atmosfera narrativa si tinge di spiritualità buddista conservando i molteplici richiami New Age, anche perché la Allende da scrittrice consumata sa bene che la ricetta vincente non si cambia mai in corso d’opera. Alex, Nadia e nonna Kate approdano così al Regno Proibito, un minuscolo ma paradisiaco paese arroccato tra le montagne dell’Himalaya e protetto da un pacifico isolamento contemplativo che perdura ormai da secoli. Nel frattempo l’avido Collezionista, il secondo uomo più ricco del mondo, ha commissionato all’infallibile Specialista – capo di un’organizzazione criminale nota solo ai pochi che possono permettersene i servigi – l’arduo furto del Drago d’Oro, una preziosa statua dotata di poteri divinatori che il committente vorrebbe usare per impadronirsi dello scettro di primo plutocrate a livello mondiale. Ovviamente ne Il regno del Drago d’Oro il piano dei cattivi andrà ad incrociarsi con la spedizione di nonna Kate, i cui giovani pupilli avranno modo di risolvere eroicamente l’ingarbugliata situazione col piccolo aiuto di un monaco buddista, del suo allievo (l’erede designato al trono del Regno Proibito) ed infine dei mitici yeti – dopo le bestie amazzoniche della puntata apripista della trilogia, nell’ultima la Allende magari si servirà del mostro di Lochness, chissà... –. Il variegato gruppo dei buoni dovrà vedersela in particolare con gli spietati Guerrieri blu della famigerata Setta dello Scorpione, un’amorale cricca di mercenari assoldata dallo Specialista per sbrigare il lavoro sporco. Neanche a dirlo, dopo aver superato infinite difficoltà, eventi altamente drammatici e l’immancabile colpo a sorpresa finale, il bene finirà per trionfare. Nel complesso Il regno del Drago d’Oro è un esempio di narrativa di consumo che si fa leggere d’un fiato ed a tratti si rivela perfino appassionante, a patto di abbassare le barriere della credibilità e prendere per buone le tante sequenze poco plausibili. Il romanzo ad ogni modo si attesta sul livello medio del precedente La città delle bestie, dunque i lettori soddisfatti dell’ultima fase creativa della Allende saranno accontentati anche stavolta. Per tutti gli altri (gli insoddisfatti) sarà invece consigliabile saltare a piè pari questa ennesima escursione allendiana nell’accidentato territorio della narrativa avventurosa per ragazzi (e magari anche il terzo ed ultimo atto) ed attendere con fiducia il ritorno della scrittrice cilena alle romanzesche saghe familiari finora praticate con indiscutibile talento da La casa degli spiriti in poi. Ma i lettori adolescenti potrebbero restarne estasiati, perché no? In fondo la saga è pensata per loro... 

Isabel Allende, Il regno del Drago d'Oro, Milano, Feltrinelli, 2003; pp. 257

LA CITTÀ DELLE BESTIE: NARRATIVA ALLENDIANA PER RAGAZZI

Isabel Allende, nata a Lima nel 1942 ma vissuta in Cile fino al golpe del 1973, è una scrittrice che non ha bisogno di presentazioni di sorta: basta pensare alla qualità della sua produzione dall’esordio nel 1982 con La casa degli spiriti fino ai più recenti Inès dell'anima mia e Violeta. La città delle bestie costituisce l’ennesimo esempio di perfetta sintesi tra i temi cari alla Allende (la magia delle piccole cose, l’inspiegabile, l’avversità, la complessità dei rapporti familiari, l’avventura) e la sua vena di narratrice pura, capace di inchiodare il lettore alla storia fin dalle prime pagine. In tal senso anche questo libro è l’ennesima conferma alla consolidata regola: nel breve volgere del primo capitolo la Allende ci proietta a piè pari, dalla prospettiva del quindicenne protagonista Alex, in una crisi familiare innescata da una grave malattia della madre, che rischia di preludere alla dissoluzione della famiglia in questione. Per tentare di risolvere il problema il gruppo di Alex dovrà dividersi e il giovane protagonista dovrà vivere una grande avventura in compagnia di Kate, l’eccentrica nonna paterna, reporter di professione, anziana ma ancora validissima. Già da questa sintetica anticipazione sulla trama si evince però una piccola ma sostanziale differenza rispetto alla precedente produzione della Allende: anziché puntare sul ‘consueto’ romanzo ambientato parzialmente (o integralmente) in un passato più o meno lontano, stavolta la scrittrice cilena sembra aver scelto l’attualità (ovviamente in ossequio alle sue tematiche privilegiate), ricercando l’attenzione di una fascia di pubblico più giovanile – e non a caso La città delle bestie costituisce il primo capitolo di una trilogia dedicata alle nuove generazioni –. La storia in sé segue le perizie di una spedizione scientifica finanziata dalla prestigiosa rivista “International Geographic”, diretta verso il cuore profondo dell’Amazzonia in cerca di risposte al mistero di una bestia mostruosa ed imponente che suole paralizzare con un odore ripugnante le sue sfortunate vittime. Del gruppo, oltre ad Alex e Kate, fanno parte anche un fotografo inglese con assistente messicano al seguito, un antropologo francese prestigioso quanto arrogante, una bella dottoressa brasiliana, la guida locale e sua figlia, la tredicenne Nadia, di madre inglese ma sempre vissuta in rapporto simbiotico con la foresta amazzonica, di cui conosce tutti i segreti, come pure gli idiomi degli indios. I due ragazzi in breve diventeranno amici inseparabili, scopriranno un intrigo interno alla variegata spedizione che minaccia di sterminare le tribù locali, saranno entrambi catturati dal misterioso Popolo della Nebbia (una tribù di indios vissuti in isolamento pressoché totale dall’alba dei tempi), si ritroveranno in una città perduta nel mito (magari in cui zampilla perfino una leggendaria acqua di lunga vita) e, ovviamente, scopriranno il mistero della bestia, decisamente più complicato di quanto ci si potrebbe immaginare a priori. Il tutto nel bel mezzo di un’evoluzione individuale – con l’indispensabile aiuto dello sciamano Walimai – che metterà in contatto i due giovanissimi protagonisti con i rispettivi animali totemici, rendendoli così Giaguaro e Aquila. La città delle bestie è un romanzo a tinte fabulistiche sull’armonia possibile tra l’uomo e la natura, e costituisce in effetti una ragguardevole novità nell’ambito del repertorio allendiano: indicato per gli adolescenti, a tratti narrativamente perfino po’ scontato anche se, senza dubbio, molti lettori inveterati della scrittrice cilena vorranno farsi trasportare a briglia sciolta dal fascino ambientalistico della trama. Un'azzeccata sintesi tra un romanzo d'avventura "classico" e un romanzo di formazione dall'afflato ambientalista, insomma.

Isabel Allende, La città delle bestie, Milano, Feltrinelli, 2002; pp. 242

domenica 22 febbraio 2026

IL FULMINANTE ESORDIO DI CARVER: VUOI STAR ZITTA, PER FAVORE?

Unanimemente riconosciuto come uno degli autori contemporanei più innovativi della narrativa breve, Raymond Carver (1938-1988) pubblicò la sua prima raccolta, Vuoi star zitta, per favore?, nel 1976, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza tormentata, e non è azzardato pensare che il successo quasi immediato del libro abbia contribuito in modo decisivo a salvarlo, rimettendolo in carreggiata e aprendogli nuovi orizzonti narrativi. La raccolta riunisce ventidue racconti che rappresentano in modo esemplare lo stile scarnificato e personalissimo di Carver, autore che amava raccontare per sottrazione le idiosincrasie della vita quotidiana dei suoi personaggi, uomini e donne comuni, spesso pericolosamente in bilico sull’orlo del nulla, esposti tanto alla perdita definitiva quanto a un recupero in extremis. Sono disoccupati che faticano ad arrivare alla fine del mese, individui sull’orlo dell’alcolismo – o già precipitati dentro mani e piedi –, coppie in crisi o incapaci di convivere, persone smarrite, prive di prospettive e di appigli. Carver li segue con uno sguardo disincantato e minimalista, registrandone i gesti minimi e i silenzi carichi di tensione lungo giornate inconcludenti, che non lasciano presagire mutamenti positivi. La raccolta si apre con il ritratto grottesco del freak al centro di Grasso e si chiude con il manifesto dell’incomunicabilità relazionale dell’ultimo racconto, che presta il titolo all’intera raccolta. In mezzo affiorano autentiche gemme di minimalismo narrativo come Vicini, spiazzante storia di una coppia che, chiamata a badare alla casa dei propri dirimpettai, rischia di perdersi nelle vite presunte degli altri nel tentativo di attribuire un senso alle proprie, forse inesistenti (o insignificanti), oppure Loro non sono mica tuo marito, un racconto di feroce crudeltà familiare, o ancora il confronto teso e claustrofobico al centro di Si metta nei miei panni, che oppone due coppie in un incontro carico di disagio. Sono storie amare, in cui l’atmosfera spesso si taglia col coltello, quando non risulta apertamente deprimente, ma che restituiscono al lettore l’impressione di entrare in contatto con scorci di umanità più vera del vero, un pregio che pochi racconti seppero offrire prima dell’irruzione di Carver sulla scena letteraria. Vuoi star zitta, per favore? costituisce un punto di partenza ideale per scoprire l’opera di uno dei più grandi scrittori di racconti brevi di sempre, anche per una scelta coerente e programmatica: Carver fu infatti uno dei più convinti assertori dell’idea che un buon racconto breve valga quanto una dozzina di brutti romanzi. Non a caso, in carriera, scrisse solo racconti e poesie.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore?, Milano, Garzanti, 1992; pp. 237 

IL DECAMERON: CENTO STORIE PER RICOSTRUIRE IL MONDO

Sfogliare il Decameron ai giorni nostri significa, letteralmente, affacciarsi sul picco indiscusso della narrativa italiana antica: Giovanni Boccaccio è infatti lo scrittore indicato dagli umanisti tra Quattro e Cinquecento come il modello per eccellenza della narrazione in prosa. La ragione essenzialmente si deve al fatto che, nonostante Boccaccio si sia messo alla prova anche con altri generi (dai poemi in ottave ai testi eruditi in latino), con il Decameron ha creato un castello narrativo che fino a quel momento, semplicemente, non esisteva: una centuria di storie articolate per temi e contenute all’interno di un’altra storia, quella della cosiddetta “cornice”, ambientata nei giorni bui in cui l’umanità versava tragicamente intorno allo scrittore durante la grande peste nera di metà Trecento. Parlare in termini architettonici del capolavoro di Boccaccio è in effetti assolutamente naturale: dopo un proemio d’autore che ci spiega come il libro sia dedicato alle donne innamorate e prive di occupazioni (per le altre può bastare “l’ago, il fuso e l’arcolaio”), arriva il cosiddetto “orrido cominciamento” in cui scopriamo la terribile ambientazione pestilenziale e l’incontro dei dieci giovani (sette femmine e tre maschi) che compongono la “lieta brigata” nella chiesa di Santa Maria Novella. Tutti sono rimasti senza famiglia e spontaneamente nasce l’idea di trasferirsi nella villa sulle pendici di Fiesole di una di loro a trascorrere il tempo felicemente con giochi e sollazzi di vario genere. È qui che si stabilisce di creare una sorta di monarchia a turno per governare l’andamento delle giornate: l’attività di raccontar novelle senza tema prefissato viene così apprezzata da tutto il gruppo che al termine della prima giornata si stabilisce di “restrigner dentro di alcun termine” l’oggetto del narrare, raccontando ogni giorno novelle a tema assegnato – tranne Dioneo, che avrà il privilegio di narrare a piacere ma racconterà sempre per ultimo –. Così, nella seconda giornata si parla dei rovesci di fortuna con lieto fine, nella terza dell’industria (spesso erotica) applicata per recuperare ciò che si desidera, nella quarta di amori infelici (tema avversato da tutti i narratori), nella quinta per reazione di amori a lieto fine, nella sesta dei piacevoli motti (sempre risolutivi, tranne l’eccezione che conferma la regola), nella settima di beffe muliebri, nell’ottava di beffe generiche, nella nona si riprende fiato con novelle a tema libero in vista della gara di magnificenza delle novelle della decima e ultima giornata. Non è uno schema rigido e perfetto, dato che, tanto per fare un esempio, oltre alle cento novelle divise in dieci giornate esiste addirittura una mezza novella narrata dall’autore stesso nell’introduzione della quarta giornata per affermare che il sentimento amoroso è insopprimibile nei giovani (la cosiddetta “novella delle papere”). I narratori si alternano come re e “reine” di giornata stabilendo ogni volta il tema di cui narrare l’indomani ristabilendo una sorta di monarchia a turno che ristabilisce un ordine che nel mondo reale non esiste più a causa della peste, mentre la realtà attualmente in frantumi viene ricostruita con le storie: nell’alternanza delle novelle assistiamo infatti alla rappresentazione dei principali ordini sociali, dal popolo minuto alla nobiltà, dai religiosi ai mercanti. Nella centuria boccacciana corre l’obbligo di ricordare almeno la prima della prima giornata con l'invenzione della santità iperbolica di Ser Ciappelletto, l'escursione nella Napoli criminale del sensale di cavalli Andreuccio da Perugia nella quinta novella della seconda giornata, l'incredibile realizzazione erotica nel monastero del muto (per finta) Masetto da Lamporecchio nella novella che apre la terza giornata, la struggente novella d'amor perduto di Lisabetta da Messina nella quinta novella della quarta giornata, l'estremo sacrificio per amore di Federigo degli Alberighi nella nona novella della quinta giornata, l'ironia dei motti arguti di Madonna Oretta e di Cisti fornaio nella prima e nella seconda novella della sesta giornata, le pruriginose beffe giocate dalle mogli ai mariti della settima giornata e le divertentissime beffe del ciclo di Calandrino (il beffato d'obbligo del libro) a cavallo tra l’ottava e la nona giornata, come ad esempio la straordinaria avventura in cerca dell'elitropia lungo il corso del Mugnone narrata nella terza novella dell’ottava giornata, ed infine l'apoteosi dell'annullamento di se stessi per amore nella novella di Griselda, l'ultima del libro, che l'amico Petrarca volle tradurre in latino. Boccaccio è inoltre il primo a proporre letture pubbliche della Commedia di Dante Alighieri (a cui aggiunse l’aggettivo divina, poi rimasto nella tradizione) e dunque nel Decameron figurano novelle di evidente sapore dantesco, come la sovrannaturale caccia infernale narrata nella novella ottava della quinta giornata, che ha per protagonista Nastagio degli Onesti. Sintetizzare in modo equilibrato il capolavoro di Boccaccio è quasi impossibile: a livello di cast di personaggi il libro, come si è già rilevato, offre una rappresentazione onnicomprensiva di quasi tutte le categorie della società medievale, utilizza tutti i registri linguistici possibili per descriverla realisticamente, ha ambientazioni sparse per tutto il mondo conosciuto al tempo, sa alternarsi con efficacia tra commedia e tragedia, tra narrazioni centrate su una battuta istantanea come tra articolatissime storie di afflato romanzesco. Il Decameron in conclusione appartiene a pieno titolo alla categoria che Calvino definiva classico: un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire alle generazioni di lettori che dalla metà del Trecento ai giorni nostri continuano a sfogliarlo.

Giovanni Boccaccio, Decameron, a c. di V. Branca, Torino, Einaudi, 1989; pp. 1362

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...