lunedì 12 gennaio 2026

MEXIKID, UNA GRAPHIC NOVEL FAMILIARE ON THE ROAD

Lui si chiama Pedro Martín ed è un fumettista americano di origini messicane, mentre la sua ultima fatica s’intitola Mexikid. Una famiglia on the road. Il sottotitolo è decisamente esplicativo della storia, di chiara marca autobiografica: siamo nella California del 1977 e quella dei Martín è una famiglia numerosa di ben undici persone tra i genitori, sette figli maschi e due figlie femmine. L’autore (e voce narrante) è il terz’ultimo nato e fa parte del gruppo dei quattro fratelli minori “completamente americani e un po’ messicani” in quanto nati negli USA (in ospedale) dopo che i genitori si sono trasferiti nella nazione a stelle e strisce per lavoro (sono raccoglitori di fragole). Gli altri cinque formano il gruppo dei fratelli nati nella patria d’origine (e in una stalla) e dunque “completamente messicani e un po’ americani”. La vita scorre in modo tranquillamente caotico in casa Martín, con i figli che vegetano davanti alla divinità televisiva senza perdersi una puntata di “Happy Days” finché tra il rumore di fondo emerge la necessità improrogabile di andare nella natia Jalisco (a ben tremila chilometri di distanza) per portare in California l’anziano Abuelito, il nonno di famiglia, che ha vissuto da giovane la rivoluzione messicana ma ormai vedovo e troppo in là con gli anni per vivere da solo. Con un’adeguata preparazione la famiglia Martín parte alla volta del Messico e supera agevolmente varie avventure tra fiestas con i parenti lungo il tragitto, le rapaci guardie di confine, tanti paesaggi suggestivi e le immancabili attrazioni a pagamento che il capofamiglia cerca di evitare come la peste. A Jalisco gli undici Martín ritrovano il loro Abuelito, che Pedro vede come una sorta di Jedi messicano con poteri sovrannaturali, ma ci sono un sacco di incombenze da sbrigare prima di tornare in California, come la (macabra) esumazione delle ossa della defunta Abuelita, perché il cimitero in cui è stata sepolta sta letteralmente sprofondando a causa di un fiume sotterraneo. Nel frattempo scopriremo col piccolo protagonista le mille sorprese che il Messico ha in serbo, e anche le esperienze formative che lo cambiano, come il suo caparbio tentativo di alleviare le sofferenze di un cervo raccolto per strada e dato per morto (ma ancora vivo). Arrivati all’immancabile happy ending di Mexikid col ritorno negli States dei protagonisti col nonno al seguito, si scopre nelle pagine conclusive a corredo della graphic novel che tutto quello che abbiamo scoperto, che ci ha emozionato o fatto sbellicare dalle risate fin qua era sostanzialmente vero al novanta per cento. Spesso, anche nei fumetti, le schegge di vita vissuta dal vero si rivelano più meravigliose di qualunque fantasia creata a tavolino. Un libro umanamente ricchissimo che ricorda a tutti noi che le persone che siamo diventati sono l’inevitabile punto di confluenza del nostro carattere e della famiglia che ci ha cresciuti – a me, personalmente, ha evocato per affinità la caotica casa che condividevamo con la famiglia di mio zio negli anni Settanta –. A proposito, come ci svela lo stesso autore, il Mexikid non è un supereroe di ‘messicanità’ ma qualcuno che vuole colmare le lacune della sua storia personale e capire meglio da dove viene.  Dal punto di vista grafico Martín adotta un segno semplice ed espressivo, perfetto per sostenere il tono ironico e affettuoso che caratterizza tutto il racconto (anche se le mani continuano a metterlo in crisi come da ragazzino). Leggere le prime dieci pagine costringerà qualunque lettore di buon cuore a perdersi in questa odissea familiare su strada.

Pedro Martín, Mexikid. Una famiglia on the road, Latina, Tunué, 2025; pp. 316

domenica 11 gennaio 2026

LA BESTIA DI WALTANNA, IL PRIMO THRILLER DI NICOLA CINQUETTI

La vicenda al centro del primo thriller di Nicola Cinquetti, classe 1965, prende avvio la sera del 16 ottobre del 1976, quando un allevatore di cavalli di Stafford si reca nell’ufficio dello sceriffo locale per denunciare di aver assistito a un fatto inaudito dopo essersi inoltrato nelle paludi di Waltanna in cerca di un puledro smarrito: le impronte dell’animale si interrompevano alla fine di un pontile, a quel punto tutti gli schiamazzi circostanti sono cessati all’improvviso e dallo specchio d’acqua è affiorata un’ombra enorme e l’allevatore è fuggito a gambe levate. Lo sceriffo, dopo aver fatto qualche telefonata per testare l’attendibilità del suo testimone, etichetta la faccenda come storia trascurabile, ma lo strano fatto finisce comunque due giorni dopo nelle pagine della “Gazzetta di Stafford”, associato dal cronista a una fantomatica fera terribilis di cui parlavano i primi pionieri, forse suggestionati da un’antica leggenda degli indiani Osage. Come spesso succede in questi casi, la voce si diffonde a macchia d’olio e comincia ad attirare nelle paludi di Waltanna un esercito di curiosi in cerca di emozioni forti. Tra quelli che ci finiscono (anche se involontariamente) ci sono pure due fratelli molto diversi tra loro: il primo si chiama Jonathan, scrive per un giornale e deve andare a Melvern, una cittadina nei pressi delle paludi sopra citate, per incontrare un vecchio poeta scorbutico che nessuno è mai riuscito a intervistare prima e che, secondo il giovane giornalista, è destinato alla celebrità. Lo accompagna il problematico tredicenne George, che ha deciso di seguire il fratello maggiore soltanto per vedere dal vivo i luoghi degli avvistamenti della misteriosa creatura. Va da sé che le cose si faranno complicate, anche perché in un territorio labirintico come quello delle paludi di Waltanna è facile perdersi, soprattutto di notte, soprattutto senza app di geolocalizzazione (siamo a metà degli anni Settanta) e in una zona priva di un’accettabile cartellonistica. Il libro di Nicola Cinquetti accende le polveri della curiosità dei lettori fin dalle prime pagine con la storia della fera terribilis, che poi resta sotto traccia lasciandoci scoprire le vicende dei due fratelli protagonisti e la loro escursione automobilistica nelle paludi di Waltanna con l’obiettivo di un’intervista prestigiosa a un poeta eccentrico. Si fa leggere ed è proprio una bella storia quella al centro de La bestia di Waltanna, che parla non soltanto dell’atteso incontro col famelico mostro della palude, ma anche dell’accettazione dei propri conflitti interiori da parte di uno dei protagonisti. La suspense viene innescata subito e dilatata sapientemente fino alla fine, col romanzo che procede a ritmo ridotto in direzione del pirotecnico finale, anche se la vera chicca arriva proprio nelle pagine conclusive, che sono un piccolo colpo al cuore del lettore di buona volontà. Questo thriller atmosfera, insomma, non delude le aspettative: l’alone fantastico del mostro incombe su tutto il plot, ma il romanzo finisce per parlare (senza barare) dei mostri che ci portiamo dentro. Vivamente consigliato.

Nicola Cinquetti, La bestia di Waltanna, Milano, Pelledoca, 2025; pp. 143

lunedì 15 dicembre 2025

NATALE IN GIALLO: UNA RACCOLTA MISTERIOSA DA LEGGERE SOTTO LE FESTE

Natale in giallo è una di quelle raccolte che trasformano il periodo delle feste in un intrigante laboratorio di suspense, mostrando come il Natale — con la sua tradizionale aura di calore e convivialità — possa al tempo stesso offrire un terreno fertile per ombre, enigmi e colpi di scena. Queste antologie a tema, infatti, quando ben assemblate, non sono solo un mero espediente editoriale, ma un modo per esplorare l’ambivalenza delle feste: la gioia condivisa che si intreccia con desideri più oscuri, tensioni mai confessate e misteri nascosti che aspettano di emergere proprio mentre tutto sembra sfavillare intorno. In Natale in giallo il filo rosso non è tanto il crimine in sé, quanto la frattura tra l’ideale collettivo di Natale e la compresenza di inquietudine e ironia che serpeggia nell'ambientazione festiva stessa. La raccolta assortisce dieci racconti di autori anglosassoni e statunitensi vissuti tra l’Ottocento e il primo Novecento, ciascuno con la propria declinazione del mistero natalizio: Meredith Nicholson, Damon Runyon, E. W. Hornung, Thomas Hardy, Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle, Ethel Lina White, Amelia B. Edwards, Saki e Francis Scott Fitzgerald. In questo mosaico di stili e sensibilità emergono storie che mutano il Natale in occasione di riflessione, ironia e, ovviamente, suspense. Saki con I lupi di Cernogratz offre un racconto dall’atmosfera gotica e quasi sovrannaturale in cui, nell'inquietante ambientazione in un maniero perso tra i boschi, prende forma la sottile beffa finale di un narratore che sembra divertirsi a sovvertire le nostre aspettative sulla bontà delle feste. Il grande Robert Louis Stevenson si confronta invece con l'amato tema del doppio in Markheim, un racconto che esamina la natura morale di chi compie un crimine in un giorno sacro. Stevenson, maestro dell’analisi psicologica e della tensione morale, conduce il lettore attraverso riflessioni intime e inquietanti: il Natale qui è al contempo specchio e giudice dell’anima. Nel solco della tradizione di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle propone L’avventura del carbonchio azzurro, uno dei suoi racconti più celebri. Qui il Natale è il contesto (bizzarro e frizzante) in cui Holmes e Watson risolvono un caso che parte da un cappello trovato assieme a un’oca e approda alla scoperta del prezioso gioiello scomparso. Conan Doyle gioca con l’umorismo e l’ingegno deduttivo, mostrando come persino una festa di doni e relazioni familiari possa nascondere un intrigo ben costruito. Francis Scott Fitzgerald, infine, sorprende con L’augurio natalizio di Pat Hobby, in cui l’eleganza malinconica dello scrittore americano si intreccia con un’ironia sottile: il protagonista, un vecchio sceneggiatore hollywoodiano, incarna la fragilità umana sospesa tra ricordi di successi passati e le speranze ferite del presente. Anche qui, il Natale non è solo una festa tradizionale ma l'occasione di bilanci e di piccole, amare rivelazioni sul desiderio umano di riscatto e di riconoscimento. Oltre ai quattro racconti citati, la raccolta include altri testi che meritano una menzione: Meredith Nicholson con Un Babbo Natale a rovescio, dove tradizione e paradosso si giocano in una trama divertente e sorprendente; Damon Runyon con Il Natale di Ballerino Dan, che regala un ritratto umoristico e insieme toccante della piccola malavita newyorkese durante le feste; e Ethel Lina White con Statue di cera, un perfetto esempio di giallo psicologico che utilizza l’ambientazione inusuale per intensificare la suspenseQuesta antologia, con la sua varietà di voci, tempi e approcci, dimostra come il Natale possa essere un tema narrativo curiosamente fertile: non solo per il suo carico di simboli, ma perché costringe ogni autore a interrogarsi sulle contraddizioni umane che emergono quando il tempo del dono si fonde con quello dell’incertezza. In un equilibrio che alterna leggerezza e profondità, ironia e vertigine, Natale in giallo è dunque una proposta che va oltre il semplice piacere della lettura stagionale: è un invito a vedere le feste con occhi nuovi, più curiosi e meno buonisti.

AA.VV., Natale in giallo, Torino, Einaudi, 2020; pp. 239

mercoledì 19 novembre 2025

PAURA! UNA RACCOLTA DI CLASSICI DAVVERO HORROR

Si intitola semplicemente Paura! (punto esclamativo compreso) ed è una raccolta a tema horror di marca rigorosamente gotica. Si tratta di un libro che assortisce sedici celebri racconti di quattordici famosi scrittori, ma adattati dalla penna di Donatella Ziliotto (1932-2025), scrittrice, editor e traduttrice triestina che ha rivestito un ruolo di primo piano nella narrativa per ragazzi italiana. Nel loro complesso questi racconti rivisitati – peraltro arricchiti dalle inquietanti illustrazioni di Laura Re – scandiscono le molteplici sfumature della parola paura attraverso un susseguirsi di atmosfere da brivido e situazioni lugubri e spaventose, sia quando sono giocati come un insostenibile crescendo di tensione in direzione di un terrificante finale, sia quando partono con un’esplosione di orrore fin dalla prima pagina senza dare un attimo di tregua al malcapitato lettore… La scelta della Ziliotto è una sapiente miscela di classici del genere e gemme meno conosciute di autori comunque famosi: il risultato è una serie di versioni sicuramente sintetiche ma talvolta anche più scorrevoli rispetto ai racconti originali, che funzionano (e fanno paura) anche così. Il volume si apre con una storia fiabesca come La bambina di neve di Nathaniel Hawthorne e si conclude con La scelta del fantasma di sir Arthur Conan Doyle (autore di cui tra parentesi è stato qui adattato anche Il gatto brasiliano). In mezzo ci sono un classico del gotico come Il cavaliere senza testa di Washington Irving, un cult assoluto come Il gatto nero del sommo Edgar Allan Poe (forse il racconto di paura più famoso di tutti i tempi), la dinamica ghost story Diventare un fantasma di Herbert George Wells, il fantastico plot de La rivolta degli oggetti di Guy de Maupassant, La porta spalancata di Saki, un altro capolavoro del gotico romantico quale L’uomo di sabbia di E.T.A. Hoffmann e Una notte col morto di Ambrose Bierce, racconto davvero ricco di inquietudine. Insomma, se amate le storie horror a pronta presa che si leggono in pochi minuti e ti lasciano i brividi nelle ossa per ore, Paura! è proprio la raccolta che fa per voi…

Donatella Ziliotto, Paura! Classici col brivido, Torino, Einaudi Ragazzi, 2019; pp. 214

martedì 18 novembre 2025

STORIE DI GIOVANI FANTASMI (GARANTISCE ASIMOV)

S’intitola Storie di giovani fantasmi ed è un’intrigante raccolta horror a tema rigorosamente ectoplasmico: assortisce nel complesso dieci storie di fantasmi (ovviamente giovani) che sono state assemblate dal nume indiscusso della fantascienza novecentesca, Isaac Asimov. Nella godibile introduzione il grande scrittore e divulgatore scientifico americano si schermisce col gentil pubblico ammettendo candidamente in apertura di non credere ai fantasmi – sarebbe stato difficile immaginare il contrario, considerando il pedigree scientifico di Asimov – per dichiarare con sincerità un attimo dopo che comunque non gli piacerebbe affatto l’idea di trascorrere una notte in una casa infestata… In effetti l’idea dell’esistenza dei fantasmi è profondamente radicata nella cultura popolare e affonda le sue radici nella storia remota dell’umanità: il termine inglese ghost si riallaccia al tedesco Geist, che significa “spirito”, in inglese spirit, un sinonimo di ghost ma con un’accezione meno spaventosa. Il passo successivo è il latino spiritus, che è associato all’idea di respiro vitale che s’interrompe con la morte, e spiega l’associazione dei fantasmi con le lenzuola bianche ovvero i sudari con cui nell’antichità venivano sepolti i cadaveri. Comunque sia – e superstizioni a parte – all’interno di questa raccolta trovano spazio le dieci storie di altrettanti maestri dell’horror di marca gotica che, senza servirsi di descrizioni raccapriccianti ma col sapiente uso della suspense, ci faranno incontrare con viandanti ormai defunti per strada, con gli spiriti dei tempi andati, con giovani fantasmi legati all’antica stanza dei giochi del passato. E alcuni sono davvero delle chicche di genere, come l’ombrosa storia on the road di Sulla strada di Brighton di Richard Middleton, il malinconico viaggio nel passato studentesco di Vecchi fantasmi di Richard Matheson o l’inquietante escursione naturistica de La strada del crepuscolo di Hesba Fay Brinsmead. Insomma, che crediate o no nei fantasmi, una lettura perfetta per chi ama le storie lugubri e ricche di tensione. Da provare.

AA.VV., Storie di giovani fantasmi, a c. di I. Asimov, Milano, Mondadori, 1999; pp. 177

 

sabato 11 ottobre 2025

NELL’ULTIMO PAULSEN SOFFIA IL VENTO DEL NORD

Cominciamo col dire che si tratta dell’ultimo romanzo del grande Gary Paulsen, uno che è stato nella sua lunga ed avventurosa vita tra gli indiscussi maestri della narrativa per ragazzi contemporanea, con qualcosa come duecento libri scritti in carriera (spesso vincitori di prestigiosi premi): già questo dettaglio basterebbe a consigliarne la lettura, ma fin dalle primi pagine salta all’occhio che non si tratterebbe di un doveroso tributo a un romanziere dallo stile a pronta presa… Vento del Nord è al contrario l’ennesima meraviglia di uno scrittore che ha sempre dialogato a tu per tu con l’avventura con la A maiuscola. E stavolta è un’avventura di quelle veramente inquietanti ed estreme: siamo in un passato imprecisato del Nord del mondo, in un non meglio specificato villaggio di pescatori, e dal mare arriva una contagiosa malattia, in un giorno particolarmente sventurato per quella disgraziata comunità, che comincia implacabilmente a morire dalla comparsa dei primi sintomi. Alla fine per salvarsi se ne va un ragazzino, Leif, un umile topo di nave, senza famiglia, un diseredato, trattato male da tutti, su una canoa che condivide col fratellino Carl. A un certo punto, fuggendo via senza sapere dove, seguendo semplicemente il vento, Leif perde anche lui, resta disperatamente solo e col peso crescente sulle spalle di avere le ore contate egli stesso. Invece sopravvive e continua a dirigersi a Nord, sempre in solitudine, eccettuando gli incontri (talvolta potenzialmente letali) con animali dalla natura (volontariamente o non) predatrice, come orsi, balene, orche e rapaci. Talvolta lo sfortunatissimo protagonista cerca anche di costruire qualcosa che poi puntualmente finisce per perdere per le cause più diverse, trovandosi in una situazione addirittura peggiore rispetto a quella, già disastrosa, di partenza, ma continua imperterrito a cercare di sopravvivere e, nel farlo, un giorno dopo l’altro matura e alla fine del viaggio forse riesce anche nell’impresa più eccezionale per un ragazzo giovane e inesperto come lui: trovare se stesso. E noi lettori siamo sempre lì, nascosti dall’altra parte della pagina, a condividere quello che lui sta vivendo, e forse a crescere un po’ insieme a lui. Un bellissimo romanzo di formazione con un soggetto semplice quanto originale. E la tristezza aumenta quando si arriva all’ultima pagina di Vento del Nord con l’animo scosso da questa tardiva gemma letteraria. Per la triste consapevolezza che purtroppo stavolta si tratta proprio dell’ultima, maledizione…

Gary Paulsen, Vento del Nord, Milano, Piemme, 2022; pp. 188

IN ARTE EULARIA, UN ROMANZO PER RAGAZZI A TEMPO DI COMMEDIA DELL'ARTE

S'intitola In arte Eularia ed è un romanzo per ragazzi incentrato su una delle attrici più affascinanti della Commedia dell'Arte, Orsola Cortesi, vissuta a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo e nota al pubblico col nome d'arte di Eularia: l'autrice, Caterina Nencetti, è una giovane insegnante di Lettere di una scuola secondaria di primo grado della provincia di Firenze e per il suo romanzo d'esordio ha attinto a piene mani dai suoi studi come ricercatrice in Storia del teatro e dello spettacolo, oltre che alla sua esperienza in laboratori teatrali rivolti a giovani e adulti. La storia prende avvio in un fresco pomeriggio di primavera del 1718, nel convento di Montargis, e ci fa conoscere Eularia, l'anziana madre di una delle suore del posto, che si scopre all'improvviso incapace di capire il francese in seguito ai postumi di una brutta caduta. Poi, col primo capitolo, saltiamo a piè pari ai giorni nostri, in quel di Cento di Budrio, nelle campagne bolognesi, in un giorno qualunque di dicembre, quando la più coraggiosa di un gruppo di ragazzini sfida gli altri a seguirla in una casa abbandonata in mezzo al nulla che ha una brutta fama e che tutti ritengono infestata dagli spiriti: la segue soltanto il suo amico del cuore, facendosi coraggio. Nell'immancabile casa stregata non ci sono fantasmi, però i due ragazzi, Chloé e Duccio, trovano lo stesso qualcosa... Scopriremo più avanti che si tratta di uno strano bauletto piuttosto complicato da aprire: quando succederà, con loro ci troveremo immersi tra le pagine di un antico manoscritto, un diario che fin dall'inizio esorta eventuali lettori a non dedicare attenzione a queste pagine "se non sono disposti a farle vivere". Con un inizio così misterioso, va da sé che i due ragazzi non potranno che andare avanti, scoprendo che l'autrice in arte è nota come Eularia ma per l'anagrafe si chiama Orsola ed è nata nel lontano 1638. Da qui il romanzo si sviluppa in continua alternanza tra le giornate a scuola e in famiglia dei due ragazzi - che frequentano la terza media e hanno una prof di Italiano che si chiama Broccoletti ed è pure appassionata di teatro - e le schegge autobiografiche di Eularia, che i due giovani lettori potranno leggere solo nei momenti liberi da compiti e impegni vari, con la promessa di sfogliare quelle pagine sempre rigorosamente in coppia. Solo alla fine, ovviamente, potremo scoprire con i due giovanissimi protagonisti il senso di quello strano divieto iniziale, sulle orme dell'avventurosa vita di una delle attrici più apprezzate della Commedia dell'Arte, sia in patria che Oltralpe, tra l'esordio sul palcoscenico, i successi, gli amori, le sorprese e le illusioni. In arte Eularia è un intrigante romanzo per ragazzi che funziona per due livelli narrativi, alternando le 'normali' vite di due studenti di terza media amici per la pelle - con l'immancabile esame che incombe a fine anno scolastico - e le pagine di vita vissuta di una donna che ha segnato il teatro del proprio tempo e vissuto le classiche nove vite. La suspense per lo scioglimento del mistero, neanche a dirlo, regge fino alla fine della storia. A contrappuntare siffatto plot figurano anche degli intriganti squarci di vita scolastica, come alcune drammatizzazioni che sembrano nate tra i banchi di una vera classe. Assolutamente da leggere.

Caterina Nencetti, In arte Eularia, Signa (FI), Masso delle Fate, 2024; pp. 209

venerdì 10 ottobre 2025

I PRIMI, INQUIETANTI RACCONTI DI MATHESON

Negli anni Cinquanta, quando la fantascienza americana cercava di uscire dal ristretto cerchio delle riviste pulp, Richard Matheson diventò un nome di punta della narrativa breve. Tra il 1950 e il 1959 scrisse decine e decine di racconti che sono stati pubblicati in una doppia raccolta della Fanucci, e che nel loro complesso rivelano uno scrittore in grado di miscelare sulla pagina scritta tensione, sensibilità introspettiva e capacità descrittiva come pochi altri prima di lui. Nato nel 1926 e scomparso nel 2013, Matheson non è stato "soltanto" uno straordinario scrittore di romanzi – il suo apice è senza dubbio Io sono leggenda, uno dei più potenti romanzi distopici del Novecento – ma anche un apprezzato sceneggiatore cinematografico e televisivo: alcune delle sue storie furono adattate in episodi della serie “Ai confini della realtà”, e fu lui stesso ad adattare il suo racconto Duel per l'omonimo film d’esordio di un giovane Steven Spielberg. Il cuore pulsante dell'arte narrativa di Matheson è tutto nei racconti: spesso brevi, sempre tirati e lucidissimi, solitamente centrati su smagliature di una realtà fotografata nel momento stesso in cui s'incrina per aprire le porte al misterioso e all'inquietante. Le storie di Matheson in genere prendono le mosse da situazioni ordinarie – un viaggio in auto, una casa isolata, un pomeriggio qualunque – e si trasformano in esperienze di paura psicologica dove l’elemento soprannaturale è solo il riflesso di una crepa interiore. Lo stile è essenziale, quasi asciugato di ogni orpello, tutto giocato su frasi brevi, dialoghi taglienti, sapienti alternanze tra luce e ombra. Si avverte in ogni pagina la sua esperienza da sceneggiatore: la tensione cresce senza spiegazioni, i dettagli contano più dei pensieri, l’incubo arriva come una conseguenza naturale di un gesto o di una parola, come succede ad esempio nell'inquietante interrogatorio al centro di Dai canali. È una scrittura che non cerca effetti speciali, ma che li provoca dentro chi legge. I suoi personaggi spesso sono uomini soli, logorati dall’ansia o da un senso di inadeguatezza, e vivono le loro vicende in ambientazioni degli Stati Uniti del dopoguerra, agli esordi della guerra fredda, in un paese oppresso dalla perdita di controllo, dalla minaccia invisibile rappresentata dall'Unione Sovietica, talvolta anche dalla trasformazione tecnologica. Spesso non ci sono mostri veri, perché il mostro è quasi sempre dentro di noi, come Matheson ha iniziato a insegnarci fin dal suo primo racconto, l'insostenibile Nato d'uomo e di donna. La narrativa di Matheson racconta la normalità come un terreno instabile, dove basta poco per perdere l’equilibrio: leggere oggi le sue storie significa ritrovare le origini del fantastico moderno, spesso giocato più sull'alienazione che su alieni, su paure quotidiane (magari inspiegabili) più che su catastrofi cosmiche. Questa doppia raccolta Fanucci restituisce intatto lo sguardo limpido e inquieto di Matheson, la sua capacità di far emergere l’assurdo dal banale e di ricordarci che la vera frontiera, quella più pericolosa, non è nello spazio ma nella mente dell'uomo.

Richard Matheson, Tutti i racconti. Vol. 1: 1950-1953, Roma, Fanucci, 2019; pp. 576

sabato 16 agosto 2025

LA VARIANTE DI LÜNEBURG: L'ESORDIO DI PAOLO MAURENSIG

Opera prima di Paolo Maurensig (1943-2021), La variante di Lüneburg è un sofisticato giallo psicologico, i cui intrighi narrativi — raccontati attraverso una struttura a scatole cinesi — sono tutti indissolubilmente legati al gioco degli scacchi. La storia non a caso prende avvio facendo riferimento a una sanguinaria leggenda sul gioco, poi continua dipanando davanti al lettore le misteriose circostanze della morte di uno dei protagonisti, il maturo e ricco imprenditore viennese Dieter Frisch: il cadavere dell'uomo è stato ritrovato in un labirintico giardino, al cui centro campeggia un'enorme scacchiera con arbusti potati a ricordare i pezzi degli scacchi. Probabile suicida, anche se senza apparente motivo, Frisch era un cultore del gioco fin dall'infanzia e da anni dirigeva un'autorevole rivista di scacchistica. Da qui Maurensig fa macchina indietro, ricostruendo l'ultimo giorno di vita del defunto, un venerdì trascorso a lavorare a Monaco per poi tornare, secondo consolidata routine, nella villa di famiglia a Vienna in treno. Il tragitto Frisch e il fido braccio destro Baum lo trascorrono come sempre, giocando a scacchi in un vagone desolatamente vuoto. Stavolta, però, a turbare il gioco, si aggiunge un terzo incomodo: si tratta di Hans Mayer, un giovane in evidente difficoltà, che sopravvive disegnando ritratti umoristici e che un tempo era stato un campione di scacchi. I due ascoltano la storia del giovane, caratterizzata da una passione devastante per il gioco che lo aveva spinto sull'orlo del baratro (e a un passo dal successo), dopo che il suo grande maestro — l'enigmatico e misterioso Tabori — era sparito all'improvviso dalla sua vita. Era poi riapparso anni dopo, con un segreto da rivelare al suo ritrovato protetto (e un compito da portare a termine) giusto un attimo prima di morire. Mayer dovrà appunto raccontare lo stesso segreto a Frisch, prima di mostrargli la misteriosa eredità che ha promesso di consegnare all'affarista da parte del maestro, che evidentemente in passato aveva avuto modo di conoscerlo. Nel frattempo però Baum è arrivato a destinazione, così il proseguimento del racconto è rivolto al solo Frisch. La parte conclusiva del romanzo ci porta indietro nelle maglie del tempo, in una rilettura metaforica del conflitto al centro degli scacchi, nello scenario più terribile e singolare che si possa immaginare: durante l'Olocausto, a Bergen-Belsen, uno dei campi di sterminio nazisti più tremendi della seconda guerra mondiale. È qui che si giocherà una sfida a scacchi che, in tempo di pace, avrebbe potuto avere in palio la corona mondiale; in tempo di guerra, invece, ha la posta in gioco più alta che si possa immaginare. Il riferimento alla variante di Lüneburg (che nella scacchistica non esiste) richiama appunto la piana dove fu costruito il campo di Bergen-Belsen e simbolicamente nella storia sembra rappresentare il ruolo del destino nell’eterna lotta tra bene e male che caratterizza la storia umana. Nel complesso La variante di Lüneburg è uno splendido romanzo breve sul valore della memoria e sulla passione esclusiva per il gioco per eccellenza tra i giochi di strategia. Nella storia, ça va sans dire, si avvertono evidenti assonanze con la celebre Novella degli scacchi di Stefan Zweig. Assolutamente da scoprire.

Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, Milano, Adelphi, 2022; pp. 158

martedì 20 maggio 2025

VIAGGIA VERSO, UN LIRICO ON THE ROAD VERSO L’ADOLESCENZA

Scrittrice pluripremiata di libri di poesia e di prosa rivolti all’infanzia e all’adolescenza, Chiara Carminati è nata e vive a Udine; tra le tante opere pubblicate finora, è doveroso ricordare almeno il recente Fuori fuoco, che si è aggiudicato il Premio Strega Ragazzi e Ragazze nell’edizione 2016. Il suo libro più intrigante s’intitola Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans ed è una raccolta illustrata di ben ottanta poesie rivolte all’adolescenza e dintorni, un variegato mondo che raccoglie ragazzi dai dieci-undici anni in su, perché spesso anche gli adulti conservano dentro di sé un pezzettino del ragazzo del tempo andato. Questo viaggio lirico comincia con una poesia programmatica come Perché odio la poesia, dove l’autrice spiega che appunto odia la poesia “quando spreme / il succo alle stagioni / il sangue agli ideali / i nomi alle emozioni”: e già l’apripista è indicativa del particolare stile della Carminati, basato su versi che si succedono quasi senza interpunzione, o talvolta giocati su parole che sembrano alternarsi seguendo suggestioni spontanee, ma capaci comunque di catturare sprazzi dell’universo giovanile che intendono raccontare, schegge di storie adolescenziali, fotografie delle tendenze dei ragazzi di oggi, i cosiddetti nativi digitali. Una poesia dopo l’altra scopriremo la meraviglia dell’adolescenza, fatta delle forti suggestioni che caratterizzano un periodo esistenziale in cui l’amicizia è tutto, in cui si scopre il vero amore, ci si perde dietro la moda, si viene assorbiti dall’estetica di riferimento o ci si sente esplodere dentro la scintilla della protesta. Insomma, l’adolescenza in versi, come esemplifica alla perfezione In mezzo: “Quelli piccoli sanno di minestrina / astucci di plastica / gomma / da cancellare / e di sono come / tu mi vuoi / quelli grandi sanno / di sudore / scarpe da ginnastica / gomma / da masticare / e di non saremo mai / come voi / E in mezzo / in bilico / tra prima e poi / ci siamo noi”. Il tutto, con un’ironia costante sullo sfondo, che a volte emerge in modo fulminante, come in Poesia: “Quando il cielo è di panna montata / e sui monti c’è zucchero a velo / Quando il sole è un’arancia candita / e il tramonto è sciroppo amarena / Quando il mare è una zuppa di pollo / e la sabbia è color caramello / allora non sono poeta. / Sono a dieta”. Contrappuntano con efficacia ed ironia le illustrazioni di Pia Valentinis. Assolutamente da provare.

Chiara Carminati, Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans, Milano, Bompiani, 2018; pp. 144 

CONTINUA A CAMMINARE, UN LIBRO DI GABRIELE CLIMA

L'autore di Continua a camminare è il milanese Gabriele Clima, classe 1967, scrittore e illustratore di libri di narrativa per l'infanzia e per ragazzi (tra cui Il sole fra le dita, premio Andersen 2017), solitamente caratterizzati da tematiche quali la diversità, l'integrazione e l'intercultura. Sotto questo profilo non fa eccezione questo romanzo, che racconta le storie di due bambini che s'intrecciano sullo sfondo del conflitto siriano, che dal marzo 2011 ha causato qualcosa come quattrocentomila vittime e ben dodici milioni di profughi, numeri a dir poco impressionanti. In particolare, Clima si è concentrato su due vicende ispirate a fatti reali: da una parte l'esempio edificante di Abu Malek, impegnato con altri volontari a ricostruire una biblioteca con i libri recuperati dagli edifici bombardati, così rimessi a disposizione della propria gente, perché la cultura può fermare la guerra; dall'altra, la triste storia di Spozhmay, una bambina di dieci anni indotta dai suoi familiari a farsi saltare in aria per mezzo di una cintura esplosiva in un posto di controllo nella periferia di Kabul. Ispirandosi a queste due storie, Clima ci racconta in parallelo quelle di Salìm e di Fatma, ricostruendone i rispettivi background che li hanno fatti mettere in cammino, anche se diretti verso mete assai diverse: il primo rivolto verso l'Europa in cerca di una vita migliore (e sicura), la seconda verso un obiettivo militare per un attacco kamikaze di cui ignora realmente le motivazioni. Il primo è accompagnato dal padre nel suo viaggio di speranza in mezzo al nulla; la seconda è sola ed è stata armata dal fratello fondamentalista per esplodere in mezzo ai (presunti) nemici religiosi. Clima ne scandisce le tappe senza preoccuparsi di indagare in profondità le ragioni e le contraddizioni del conflitto siriano, concentrandosi sulle due storie umane da raccontare e contrappuntando i vari capitoli – che alternano il punto di vista di Salìm con quello di Fatma – con alcune liriche di poeti siriani contemporanei, nel tentativo di evidenziare, in un finale all'insegna della speranza, la contrapposizione tra l'orrore della guerra e la bellezza della poesia. Alla fine, per uno strano scherzo del caso, le strade dei due adolescenti in cammino finiranno addirittura per incrociarsi. Continua a camminare  è un bel romanzo per ragazzi che offre uno spaccato efficace di uno dei più controversi conflitti contemporanei, tra la via contrapposta del fondamentalismo e quella di chi abbandona la propria terra in cerca di un domani migliore. Clima ci conduce per mano in mezzo a queste atrocità contemporanee, spesso ignorate dai media, con la sua prosa asciutta ed essenziale. Assolutamente da provare.

Gabriele Clima, Continua a camminare, Milano, Feltrinelli, 2017; pp. 159 

lunedì 19 maggio 2025

LE CENERI DI ANGELA: LO SPLENDIDO ESORDIO DI FRANK McCOURT

In questo splendido romanzo autobiografico, Frank McCourt – classe 1930, al suo esordio letterario – ha riversato in piena full immersion il suo passato di bambino e adolescente, dai tre anni (l’età dei primi ricordi) fino ai diciannove. La famiglia di Frank si forma a New York, negli anni Trenta del Novecento. I suoi genitori sono immigrati irlandesi costretti al matrimonio dal classico errore d’inesperienza: il padre, Malachy, è perennemente in cerca d’impiego, nonché afflitto dal vizio dell’alcool, al punto da bersi perfino il sussidio di disoccupazione; la madre, Angela, è una donna devota e sempre in ansia per far sbarcare il lunario a una famiglia costretta a guardare la povertà dal basso. Il duro lutto della neonata riporta i McCourt nella povera terra d'origine da cui sono emigrati, in Irlanda, a Limerick, città natale di Angela, dove la loro vita – già sfortunata – se possibile si trasforma in un vero inferno: muoiono altri due figli, il padre continua a ubriacarsi perdendo uno dopo l'altro una serie di lavori occasionali, e nel frattempo Frank, crescendo, accumula ostinatamente i soldi per fuggire dall’Irlanda e ritornare a quell'America che ha rigettato la sua famiglia, al sogno di una vita diversa. Nonostante il taglio spesso brutale e spiazzante per lettori abituati a tempi d'opulenza come quelli presenti, la storia cattura fin dalle prime pagine per il particolare impasto familiare che accompagna le vicende del protagonista, figlio di gente povera e per di più anche irlandese, perché «un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora». Le ceneri di Angela racconta una storia di grande impatto emotivo che suona viva e vera in ogni pagina, senza mai scendere nel patetico, anche quando riesce a far sentire al lettore i morsi della fame di un'intera famiglia senza speranza: un piccolo miracolo letterario che l'anno successivo all'uscita ha fruttato a Frank McCourt un meritatissimo premio Pulitzer. Da questo romanzo nel 1999 Alan Parker ha realizzato l'omonimo film, interpretato da Emily Watson e Robert Carlyle. Assolutamente da leggere.

Frank McCourt, Le ceneri di Angela, Milano, Adelphi, 1997; pp. 384

LANSDALE, LA GRANDE DEPRESSIONE, HUCKBERRY FINN E... ACQUA BUIA

Secondo Ernest Hemingway «tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn» e, sebbene si tratti di un romanzo per ragazzi pubblicato nel lontano 1884, l’affermazione mantiene intatta la sua forza anche oggi, soprattutto grazie ad Acqua buia, l’ultima prova narrativa di Joe R. Lansdale, classe 1951, considerato tra i più importanti autori americani contemporanei. Scrittore prolifico e maestro dei generi – noir, horror, western – Lansdale ha firmato opere come In fondo alla palude, Tramonto e polvere, La sottile linea scura e la fortunata serie poliziesca con gli irregolari Hap & Leonard. Come nel recente Cielo di sabbia, anche in Acqua buia l’autore ci riporta nell’America rurale della Grande Depressione, in un angolo dimenticato del Texas orientale, sulle rive fangose del fiume Sabine, dove vive la giovane protagonista Sue Ellen. Costretta a sopportare un padre alcolizzato, violento e moralmente ambiguo, la ragazza si trova coinvolta in una vicenda che ha inizio con il riaffiorare dal fiume del cadavere di Mary Lynn, la ragazza più bella della zona, morta a soli sedici anni con un sogno infranto: diventare attrice a Hollywood. Alla polizia non interessa fare giustizia, e nemmeno al padre della vittima, rimasto solo dopo il suicidio della moglie e l’uccisione del figlio, ex rapinatore di banche. Ma a Sue Ellen importa, così come ai suoi amici Terry (forse omosessuale) e Jinx, ragazzina afroamericana dalla lingua tagliente: insieme decidono di portare le ceneri di Mary Lynn a Hollywood, come ultimo gesto d’amore. Per farlo dovranno cremare il corpo, rubare una zattera e navigare il Sabine, ma soprattutto trovare il denaro necessario. La svolta arriva con il diario della ragazza, che contiene una mappa per recuperare un bottino nascosto dal fratello. Quando entra in gioco il denaro, però, anche altri cominciano a interessarsi alla faccenda, tra cui il leggendario e spietato killer Skunk. Inaspettatamente, al gruppo si unisce anche la madre di Sue Ellen, improvvisamente risvegliatasi dal torpore dell’alcolismo, pronta a vivere una seconda possibilità lungo le acque scure del fiume. Il romanzo, avvincente e affilato come la lama di un rasoio, è raccontato dalla voce narrante di Sue Ellen, che tinge di autenticità ed immediatezza una storia intrisa di durezza e di resilienza dei più deboli. Il tutto narrato con lo stile asciutto e diretto di Lansdale, spesso di afflato cinematografico, basato su descrizioni vivide e dialoghi piuttosto serrati. Acqua buia è un romanzo corale e ricco, nella miglior tradizione di Mark Twain: un’avventura giovanile, un mistero da risolvere, un pericolo in agguato, una missione per la giustizia senza alcun tornaconto, un viaggio attraverso le ombre e le luci dell’adolescenza, tra scoperte, paure, affetti e redenzioni. Una storia autentica, toccante, sorprendente e a tratti agghiacciante, capace di catturare il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Joe R. Lansdale, Acqua buia, Torino, Einaudi, 2012; pp. 335

domenica 18 maggio 2025

SE LA FILOSOFIA DI ARISTOTELE SI TINGE DI GIALLO…

La canadese Margaret Doody è una scrittrice per diletto, di professione insegna inglese e letteratura comparata alla Vanderbilt University: nel suo Aristotele detective mette in campo il mitico filosofo di Stagira nelle (teoricamente) per lui inedite vesti di investigatore. Un’operazione non troppo diversa da quella vista ne Il nome della rosa di Umberto Eco: un omicidio, un frate investigatore, un ambiente chiuso come un’abbazia, insomma tutti gli ingredienti classici del giallo, colorato da Eco a modo suo, grazie anche ai dettagliati studi da lui svolti su quel particolare periodo storico. Anche la Doody gioca la stessa carta: un delitto, un investigatore insospettabile e un contesto storico rigorosamente ricostruito. Il romanzo della Doody è la dimostrazione pratica di cosa succederebbe applicando il sillogismo aristotelico ad un delitto: la risposta, stando all’autrice canadese, è che avremmo trovato il primo prototipo di Sherlock Holmes della storia, o meglio di Nero Wolfe, dato che Aristotele è una mente ordinatrice di indizi raccolti dalla classica spalla, in questo caso un giovanotto ateniese di nome Stefanos, suo ex studente del Liceo, volenteroso, simpatico, ma non abbastanza sveglio da ordinare in proprio un’indagine che lo tocca direttamente. Perché accade che Stefanos sia uno dei primi testimoni dell’omicidio del facoltoso oligarca Boutades e che dell’omicidio sia incolpato a sorpresa proprio un cugino latitante di Stefanos, che dovrà improvvisarsi suo difensore in aula. Sulla scena del delitto pare non siano stati ritrovati indizi significativi, almeno per gli occhi comuni, non per quelli di Aristotele, che se li fa esporre da Stefanos “come se si trattasse di un problema di geometria”: poi ragiona, stabilisce collegamenti ed utilizza il suo ex studente in qualità di esecutore materiale delle indagini. Ed alla fine Aristotele arriva ovviamente alla soluzione del caso, affidando l’incarico di esporla con logica implacabile a Stefanos, che smaschererà il vero colpevole come un Perry Mason in versione ellenica, nel corso della sua arringa finale. In Aristotele detective alla buona idea di base segue un magistrale svolgimento: l’ambientazione è puntuale e calata nel periodo in modo impeccabile (siamo nell’Atene del IV secolo a.C., è bene ricordarlo), la rappresentazione di Aristotele è credibile, la storia funziona e la suspense regge sino all’ultima pagina, come in ogni buon giallo che si rispetti. Il successo dell’idea ha reso Aristotele detective l’episodio apripista di una serie poliziesca che a buon diritto può definirsi “classica”… E per giunta battendo sul tempo anche Il nome della rosa, dato che Aristotele detective uscì nel 1978, in leggero anticipo rispetto al fortunato bestseller pubblicato nel 1980 dal professor Eco. Tra parentesi, il romanzo della Doody ha anche l’innegabile merito di rendere la logica una lettura intrigante fino all’immancabile soluzione ad effetto che un buon giallo svela soltanto alla fine. Insomma, chi avrebbe mai immaginato che il vero antesignano del detective moderno parlasse in greco antico e ragionasse per sillogismi?

Margaret Doody, Aristotele detective, Palermo, Sellerio, 1999; pp. 449

martedì 6 maggio 2025

CHIARA NELLA RETE, UN SEQUEL CONVINCENTE

La giornalista e scrittrice Elisabetta Belotti ha deciso di tornare sul luogo del delitto proponendo al gentile pubblico l’atteso sequel di Viola nella rete, un romanzo per ragazzi tra i primi in Italia a trattare una tematica di scottante attualità come il cyberbullismo. La trama – davvero intrigante – ci aveva mostrato come la protagonista Viola fosse finita nel tritacarne mediatico innescato da un falso profilo social creato appositamente per screditarla nella nuova scuola dove l’ha iscritta il padre: ma i suoi compagni Leo e RAM avevano scoperto che dietro questa montatura c’erano Chiara, la fashion blogger della scuola, e il suo gruppo di amiche, così giustizia è stata fatta. Chiara nella rete ci fa scoprire cosa è successo agli stessi personaggi un anno dopo: siamo proprio all’inizio della terza media, nel quadrimestre che prelude alla scelta delle superiori, e tutti sono piuttosto nervosi per questo motivo. Viola e Leo sono equamente preoccupati di trovare il liceo più adatto alle loro corde, come pure di scoprire se l’uno piace all’altra (e viceversa). Chiara, che aveva cambiato scuola dopo il fattaccio dell’anno precedente, è tornata sui propri passi ma è finita in una classe diversa, dove tutti la sopportano a stento, tra l’altro. Tra parentesi le cose per lei non vanno molto meglio neanche a casa: i suoi genitori si sono separati e sono in costante disaccordo, Chiara è spesso costretta a dedicarsi alla sorella più piccola (anche troppo, per i suoi gusti) e il suo fidanzato Federico si sta mostrando sempre più geloso nei suoi confronti (nonché piuttosto difficile da sopportare). Tutto procede senza problemi apparenti finché Viola con un piccolo aiuto di Leo riesce a convincere la terribile Gazzaniga (familiarmente detta "Gazza" dai suoi studenti) a lasciarle fondare un giornale scolastico femminista e Chiara, attirata dai crediti assicurati dal progetto, si propone come redattrice, ovviamente di moda e beauty. Poi, quando Chiara decide di dare un taglio alla sua storia con Federico, accade l’imprevedibile: il suo profilo Instagram viene hackerato e alcune foto della ragazza palesemente ritoccate, ma molto imbarazzanti, vengono diffuse via social. Viola, Leo e RAM riusciranno a trovare il colpevole anche stavolta o lasceranno Chiara alla gogna mediatica? Lo scopriremo negli sviluppi di un’appassionante storia capace di toccare tematiche adolescenziali di primo piano come l’amicizia, le seconde occasioni, l’orientamento, la solidarietà, gli amori complicati e le idiosincrasie dei social. La struttura di Chiara nella rete replica esattamente quella del libro di cui costituisce la continuazione: seguiamo lo sviluppo della storia dalla prospettiva in successione dei tre protagonisti Leo, Viola e Chiara (sempre associata ai dati del suo nickname con relativi post, followers e profili seguiti). Un romanzo per ragazzi davvero convincente ed intrigante fino all’ultima pagina, insomma, anche se Viola nella rete era sicuramente più originale (ed essenziale): d’altra parte è raro che un sequel regga il passo con il libro da cui prende le mosse. Ma in questo caso ne vale davvero la pena...

Elisabetta Belotti, Chiara nella rete, Torino, Einaudi, 2024; pp. 240

giovedì 24 aprile 2025

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D'AMORE

L’autore di questa raccolta è Raymond Carver (1938-1988), uno scrittore considerato il nume tutelare della short story americana e del cosiddetto minimalismo, una tendenza letteraria diffusasi negli Stati Uniti negli anni Ottanta del secolo scorso, che tratteggia squarci di realtà quotidiana con uno stile essenziale. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore comprende diciassette racconti che, nel loro insieme, rileggono tout court il concetto di narrativa breve, realizzando un salto in avanti sul piano del realismo, paragonabile forse soltanto alla forza dialogica (e anche al non detto) dei racconti di Ernest Hemingway. Carver riesce nell’impresa di catturare, nei propri testi, la lingua d’uso del suo tempo così come se ne servivano i suoi personaggi privilegiati: la gente comune, “fotografata” nelle sue idiosincrasie, nelle sue dipendenze – a partire da quella dell’alcolismo, vissuta in prima persona dall’autore – e nei suoi lavori ordinari, senza prospettive. Carver scriveva di ciò che aveva intorno e sotto gli occhi giorno dopo giorno. Semplicemente, scriveva racconti brevi perché la vita stressante di ogni giorno non gli consentiva di mantenere la concentrazione necessaria per affrontare un romanzo. Scriveva di getto, per poi rielaborare per sottrazione, cogliendo l’essenziale delle storie che lo avevano colpito. Sembra niente, invece fu una sorta di rivoluzione copernicana per quei lettori che si lasciarono incantare da questo straordinario cantore della normalità e della quotidianità, mentre altri si limitarono a bollarlo, superficialmente, come uno scrittore deprimente. In effetti, il milieu e le situazioni di certi suoi racconti potrebbero inizialmente dare questa impressione; in realtà, nascondono una ricchezza umana difficile da trovare altrove. Basti pensare al racconto che apre la raccolta, Perché non ballate?, che mostra una coppia di giovani innamorati in cerca di mobilia a buon mercato nel giardino di un uomo di mezza età che dà l’impressione di essersi da poco separato (e dell’incontro umano che ne deriva). Tra i racconti notevoli della raccolta, corre l’obbligo di citare almeno Di’ alle donne che andiamo, che narra la deriva di due uomini in libera uscita senza le rispettive compagne, e ciò che ne segue fino al dirompente finale di ordinaria brutalità. Molto efficace anche lo scenario di incomunicabilità tra due divorziati raccontato in Un discorso serio: Burt torna nella vecchia casa dove l’ex moglie Vera continua a vivere con i figli, deciso a fare con lei un discorso serio sul loro rapporto, un discorso che aleggia su tutta la storia senza che la comunicazione tra i due si attivi mai veramente. Il tutto è narrato in modo estremamente naturale, come se la storia si raccontasse da sola, sviluppandosi frase dopo frase. Esemplare, da questo punto di vista, anche il racconto che dà il titolo al libro, che fotografa la conversazione tra due coppie molto diverse, impegnate a bere e discutere su cosa sia veramente l’amore – un concetto che resta indecifrabile fino all’ultimo –. Una raccolta assolutamente da scoprire, un racconto dopo l’altro.

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Roma, Minimum Fax, 2009; pp. 153

domenica 13 aprile 2025

I BEATLES. I FAVOLOSI QUATTRO

Uscita nella collana “Grandissimi” delle Edizioni EL, I Beatles. I favolosi quattro è una biografia illustrata del più grande gruppo rock della storia, ovvero i Beatles, noti anche come i Fab Four, capaci di infrangere qualunque record di vendita e di popolarità mai raggiunti in precedenza da altri gruppi o artisti solisti tra il 1962 e il 1970, l’anno del loro scioglimento. L’autore del libro è un grande scrittore di narrativa per ragazzi del calibro di Pierdomenico Baccalario – tra le sue opere principali da segnalare Lo spacciatore di fumetti e Le volpi del deserto –, che in poco più di cinquanta pagine riesce nell’obiettivo di ricostruire in modo essenziale ma efficace gli esordi dei Beatles, i principali snodi della loro carriera, un nugolo di personaggi a loro vicini, gli aneddoti principali sul loro magico gruppo, i principali dischi. Si comincia scendendo le scale del Cavern, un locale di musica dal vivo di Liverpool, insieme a Brian Epstein, il loro futuro manager, in cerca del gruppo che ha inciso un disco che non riesce a trovare in nessun catalogo (My Bonnie) ma che molti clienti del suo negozio di dischi continuano a chiedergli. Quando Epstein si trova davanti i primi Beatles intuisce subito il potenziale di questa band dinamica ma poco professionale e – dopo aver conosciuto il chitarrista George Harrison, il cantante e chitarrista John Lennon, l’altro cantante e bassista Paul McCartney, e infine il batterista… Pete Best – si propone subito come manager. Sarà proprio lui a trovare un po’ per caso un’etichetta discografica disposta a far firmare ai quattro ragazzi un contratto, ma il produttore esige che si trovino un batterista più dotato, e la scelta di John, Paul e George cade su Ringo Starr, all’anagrafe Richard Starkey. E comincia così l’avventura musicale più avvincente di tutti i tempi: il successo arriva fin dal primo 45 giri, Love Me Do, e subito scoppia la Beatlemania: i ragazzi d’Inghilterra e poi di tutto il mondo iniziano a vestirsi come i Fab Four, che sfornano singoli e album che finiscono regolarmente al numero uno di tutte le classifiche, girano due film, fanno concerti ovunque e talmente pieni di gente che non riescono nemmeno a sentirsi tra loro quattro sul palco. Così nel 1965 decidono di dedicarsi soltanto a registrare album in studio e incidono capolavori a ripetizione: Rubber Soul, Revolver (con la mitica copertina psichedelica di Klaus Voormann), Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (il primo concept album della storia), un album doppio completamente bianco (The White Album), Abbey Road (con la celebre copertina di loro quattro sulle strisce pedonali davanti agli studi di registrazione) e infine Let It Be, assemblato dal produttore Phil Spector quando ormai il gruppo era già sciolto. E nel mezzo c’è la colonna sonora del cartoon Yellow Submarine, lo strano esperimento del Magical Mystery Tour, l’esecuzione in mondovisione di All You Need Is Love e l’ultimo concerto sul tetto della Apple (il cosiddetto “Rooftop Concert”). Assolutamente da leggere.

Pierdomenico Baccalario, I Beatles. I favolosi quattro, Edizioni EL, 2017; pp. 74

OPEN: LA STORIA DI ANDRE AGASSI

Lui è Andre Agassi da Las Vegas, classe 1970, uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato su un campo di tennis, uno sportivo ch...